L’israeliano che i palestinesi chiamano quando hanno i coloni in casa
Andrey X gira la Cisgiordania filmando le aggressioni continue, e ormai conosce bene chi le fa: lo abbiamo incontrato vicino a Ramallah
di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi, da Sinjil (Cisgiordania)
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Un attivista 28enne israeliano che sui social si fa chiamare Andrey X è diventato il punto di riferimento per chi segue le aggressioni commesse dai coloni contro i palestinesi nei Territori occupati. I palestinesi lo chiamano nei loro villaggi a vedere e raccontare gli episodi di violenza locali – e infatti è raro che dorma più di due notti di seguito nello stesso posto. Non ha un’automobile e si sposta con i bus pubblici o grazie a passaggi offerti da altri.
È stato arrestato e poi rilasciato dalla polizia almeno quindici volte, dice al Post, e il Canale 14 della televisione israeliana, quello più a destra, di recente gli ha dedicato un lungo servizio ostile. «Sono stato aggredito molte volte. Ho perso il conto delle volte in cui mi hanno puntato un’arma addosso. Sono stato picchiato, arrestato, minacciato. Ricevo minacce di morte ogni giorno», aggiunge.

Andrei Khrzhanovskiy riflesso in uno specchio, Taybeh, Cisgiordania, 10 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Andrey X ha uno stile personale che funziona sui social. Filma con il telefono le intrusioni e gli attacchi dei coloni e si mette in mezzo tra loro e i palestinesi per quella che gli attivisti chiamano «presenza protettiva». È una pratica adottata da volontari israeliani e internazionali che vivono a turno assieme ai palestinesi nei luoghi più violenti: sperano con la loro presenza di inibire gli attacchi e con i loro video di intaccare un poco l’impunità dei coloni.
C’è da dire che il materiale non manca. Se la tendenza dei primi sei mesi continuerà, il 2026 sarà l’anno con più attacchi di coloni israeliani in Cisgiordania da quando esiste un registro di queste attività. Per ora sono circa 180 al mese, secondo il monitoraggio dell’OCHA, un’agenzia delle Nazioni Unite. L’anno scorso i palestinesi uccisi in Cisgiordania sono stati 240. Gli israeliani uccisi in attacchi dei palestinesi in Cisgiordania e in Israele sono stati 17.

Andrei Khrzhanovskiy parla al telefono con alcuni palestinesi (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Il contrasto tra la figura di Andrey X – è un biondino esile e occhialuto che non ti immagini in uno scontro fisico – e le intrusioni dei coloni fatte di minacce, urla, bastoni alzati e spintoni nel paesaggio rurale della Cisgiordania, crea un richiamo forte. Le denunce di Andrey hanno raccolto più di mezzo milione di follower su Instagram e i suoi video sono rilanciati a cascata da una rete estesa di simpatizzanti.
Un’altra cosa che fa spiccare Andrey è che le sue posizioni politiche, molto forti e critiche nei confronti di Israele, appartengono alla minoranza della minoranza nello spettro politico israeliano.
Il nome vero è difficile da pronunciare: Andrey Khrzhanovskiy. È di San Pietroburgo, in Russia, ha una laurea in antropologia, scriveva per testate considerate anti regime. All’inizio dell’invasione su larga scala in Ucraina era in Israele a trovare i nonni e ha deciso di restare perché temeva che il regime russo in guerra sarebbe stato più duro con i dissidenti. Così ha fatto valere la cosiddetta “legge del ritorno”, che consente agli ebrei di tutto il mondo di ottenere la cittadinanza israeliana. Dopo circa un anno passato a scrivere a proposito dell’Ucraina, ha cominciato a interessarsi a Israele e ai palestinesi.
Da due anni e mezzo Andrey X vive nei Territori occupati. Quando parla di Israele non dice «Israele», ma «territorio del ’48», che è un riferimento al 1948, anno della fondazione di Israele ed è un modo per dire che non crede nella legittimità dello stato di Israele come è ora. È una cosa che fanno molti attivisti in Cisgiordania, usano soltanto il numero 48.

Andrei Khrzhanovskiy con altri attivisti (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Andrei Khrzhanovskiy stringe la mano a un amico (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Gli chiediamo se essere un dissidente in Israele è più facile che esserlo in Russia, in base alla sua esperienza personale. Risponde: «Assolutamente sì. Se sei ebreo. La Russia è una classica dittatura fascista: se non sei d’accordo con la politica del governo sei fottuto. Ti uccidono, ti arrestano, ti espellono, qualunque cosa. Qui invece tutto dipende dal sangue, perché questo è un paese fondato sulla supremazia etnica. Se sei ebreo puoi avere una quantità davvero notevole di libertà politica. Se invece sei palestinese, la tua condizione è persino peggiore di quella di un dissidente in Russia».
Andrey racconta di essere stato in prigione: «Sono stati quattro giorni, ma sono stati quattro giorni davvero terribili. E non era nemmeno… era la prigione “buona”, non quella cattiva. Era la prigione per gli ebrei, capisci. Però mi hanno messo insieme ai kahanisti, con coloni finiti in carcere per omicidio. Ci hanno messi nella stessa cella. Mi trascinavano da un tribunale all’altro, cambiavano la sede del processo spostandola in un’altra città senza dirlo al mio avvocato, così da essere sicuri che non arrivasse in tempo e che fossi costretto a difendermi da solo. Insomma, un’intera serie di porcherie».

Andrei Khrzhanovskiy durante una visita (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Usa questa parola, kahanisti, che indica i seguaci del rabbino Meir Kahane, fondatore del partito di ultradestra razzista Kach negli anni Settanta. L’ideologia kahanista sostiene che la Cisgiordania dovrebbe essere annessa da Israele, che gli arabi palestinesi non dovrebbero godere degli stessi diritti degli ebrei nello stato di Israele e che dovrebbero essere incoraggiati a emigrare. Era la posizione di una frangia irrilevante nella politica israeliana, oggi ispira partiti che fanno parte del governo. I coloni che commettono violenze per espandersi in Cisgiordania possono essere messi nella categoria dei kahanisti.
Durante questa intervista c’è stato un attacco di coloni ed è stato raccontato qui. Andrey è rimasto calmo, forse per assuefazione, e ha continuato a filmare quello che stava succedendo. Più tardi ha mostrato il medio a un drone israeliano che era arrivato a sorvolare la zona. Il giorno dopo ha pubblicato un video-racconto.

Andrei Khrzhanovskiy alza il dito medio verso un drone israeliano, Sinjil, Cisgiordania, 11 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Nel corso degli anni Andrey ha sviluppato una conoscenza articolata dei villaggi, delle colonie, degli accessi, delle strade e dei coloni. Per lui i coloni violenti non sono una massa indistinta. Hanno volti, nomi, gerarchie e gradi di pericolosità ben definiti. Non crede in un coordinamento generale tra coloni in Cisgiordania, perché, dice, ogni gruppo ha un modo diverso e locale di agire.
Gli chiediamo se intervento dopo intervento, e testimonianza dopo testimonianza, Andrey stia sviluppando un rapporto personale con alcuni dei suoi nemici, considerato che la Cisgiordania tutto sommato è piccola. Risponde parlando apertamente di «pulizia etnica»: «Sì, assolutamente. Ed è una parte molto interessante di questa pulizia etnica [in corso in Cisgiordania]. Perché penso che, a differenza di molte pulizie etniche del passato, questa sia estremamente intima. Queste persone sono i tuoi vicini. Ci vogliono dieci minuti a piedi per arrivare a quella colonia [indica con la mano]. Conosciamo i nomi di quei coloni. Loro conoscono i nostri nomi. E ogni volta che ci si incontra si vede».
Alla domanda «ti chiedi mai: cosa ci faccio qui?» risponde che ci pensa ogni cinque minuti. Racconta: «Tre giorni fa c’è stato un grosso attacco nel villaggio dove mi trovavo. Uno dei capi dell’avamposto terroristico della zona si chiama Aviatar Bar Pelet. Ha un fortissimo accento dell’Europa orientale. Non so se venga dalla Russia, dall’Ucraina o da qualche altro paese. Per parecchio tempo mi ha filmato mentre mi urlava: “Torna in Russia! Torna in Russia!”. È davvero buffo. Continuava a gridare: “Torna in Russia! Vai al Ben Gurion!”» [il Ben Gurion è l’aeroporto internazionale di Israele].

Una veduta di Mukhmams (Gabriele Micalizzi, Cesura, per il Post)
«È ridicolo», continua Andrey «ma questo è un luogo estremamente vario. Ci sono attivisti provenienti da tutto il mondo. Ci sono israeliani con origini molto diverse. Alcuni vengono dall’Europa orientale. Altri dall’Etiopia. Altri ancora da paesi arabi. Ci sono palestinesi, per esempio a Mukhmas, che sono cresciuti negli Stati Uniti e parlano con un accento americano».
Il fatto che il suo volto sia diventato sempre più riconoscibile ha conseguenze sia positive sia negative. Racconta di essere stato fermato a Berlino dal personale di sicurezza della El Al, la compagnia di bandiera israeliana, che lo trattenne per una serie di controlli e gli fece perdere il volo. «Una settimana fa ero a Gerusalemme. Un soldato, in uniforme, era seduto lì. Si gira verso di me e dice: “Ehi, mi piace molto il tuo lavoro”. Io gli rispondo: “Sì, certo. Naturalmente”. Pensavo che stesse scherzando. E invece mi dice: “No, davvero”».
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