Perché i chatbot sono fissati con: “Non è X, è Y”?
È una struttura ricorrente dei testi prodotti con ChatGPT e altri software, molto più che nella scrittura umana
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Oltre a riempire conversazioni imbarazzate in ascensore ed esprimere una grande verità su come funziona il corpo umano, la frase “Non è il caldo, è l’umidità” è un buon esempio di una struttura sintattica frequente, nel parlato e nello scritto: «non è X, è Y». Da qualche tempo questo modo di costruire la frase è diventato familiare soprattutto per un altro motivo: è un tic linguistico di ChatGPT, Copilot e altri strumenti di intelligenza artificiale (AI), che a quanto pare ne sono particolarmente attratti e tendono a usarlo nelle loro risposte.
Di fronte a una domanda qualsiasi è frequente che i chatbot, anziché rispondere subito, utilizzino un giro di parole del tipo “Non (solo) è X, è Y”, che fa sembrare la risposta vagamente sorprendente, approfondita o compiacente. Chi cerca una certa ricetta greca, per esempio, potrebbe sentirsi rispondere che quella ricetta «non solo è deliziosa, ma è un caposaldo della cucina greca». Chi cerca un itinerario di viaggio a Parigi potrebbe sentirsi rispondere che «Parigi non è solo la città dell’amore, ma una delle più importanti capitali europee». E chi cerca un modo per salvare una pianta messa male potrebbe leggere di «un metodo che non solo potrebbe salvare la pianta, ma fa risparmiare tempo in tentativi inutili».
Questa struttura è utilizzata di solito per esprimere una cosiddetta epanortosi enfatica (dal greco epanórthōsis, “correzione”): è una figura retorica nota, non se la sono inventata i chatbot. Consiste nel correggere o precisare qualcosa che si è appena detto, di solito per rafforzare il concetto. Per esempio: «non bravo, bravissimo». Ma può servire a esprimere anche un’altra figura retorica comune, leggermente diversa: l’antitesi. Per esempio: «Non fronda verde, ma di color fosco», scrive Dante Alighieri nel tredicesimo canto dell’Inferno. In questo caso, anziché essere un’intensificazione della parola precedente, quella che viene dopo è in contrapposizione.
Secondo Beatrice Cristalli, linguista e consulente in editoria scolastica, una delle ragioni per cui questa struttura funziona bene ed è così diffusa nei testi online è perché ha la capacità di catturare l’attenzione creando un effetto di sorpresa e di impatto emotivo. E in effetti ha molto senso, come ipotesi, se si considera anche come l’attenzione sia diventata negli ultimi decenni una risorsa sempre più limitata nel pubblico e ambita da chi produce contenuti, inclusi i testi.
La tendenza dei chatbot a usare questa struttura è abbastanza evidente, e vale anche per l’inglese. Barron’s, rivista satellite del Wall Street Journal, ha scritto che tra il 2023 e il 2025 questo tic linguistico nelle comunicazioni aziendali è più che quadruplicato. Sui social media diversi content creator che si occupano di AI condividono anche consigli specifici su quali istruzioni dare ai chatbot per evitare questo tic e altri, che possono appesantire la lettura e rendono teoricamente più facile riconoscere se un testo è stato scritto con l’AI.
Secondo Pangram, un’azienda che sviluppa uno strumento di rilevamento dell’uso dell’AI, le frasi del tipo «non solo X, ma Y» sono tre volte più presenti nella scrittura con strumenti di AI rispetto alla scrittura umana.
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Non è chiaro perché i chatbot siano fissati con l’epanortosi e l’antitesi. Potrebbe dipendere innanzitutto dal fatto che sono costruzioni sintattiche molto presenti nei testi utilizzati per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), che servono a fare funzionare i chatbot. E quei testi provengono da libri e articoli scientifici, ma soprattutto da Internet.
Su Internet in particolare queste figure retoriche sono diventate una caratteristica di un certo stile lapidario molto popolare e più facile da ricordare, variamente attribuito a persone famose. Anche con una certa libertà: «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta», per esempio, è una frase attribuita da molte persone in Italia all’ex calciatore e dirigente della Juventus Giampiero Boniperti, ma negli Stati Uniti a Vince Lombardi, leggendario allenatore di football degli anni Sessanta.
La predilezione dei chatbot per questa costruzione potrebbe anche derivare dal modo in cui chi è incaricato di perfezionare i modelli linguistici corregge eventuali errori o difetti. È il cosiddetto apprendimento per rinforzo con feedback umano (reinforcement learning from human feedback, RLHF), un processo attraverso cui revisori umani valutano le risposte dei chatbot per tentativi ed errori.
Come ha detto all’Atlantic l’esperto di AI Tuhin Chakrabarty, è plausibile che i revisori dessero tendenzialmente valutazioni migliori per le risposte che includevano «non è X; ma Y». Forse perché questa formulazione dava loro l’impressione che la risposta fosse «ragionata», come se partendo da una descrizione inadeguata arrivasse a quella più appropriata.
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Un’altra possibile spiegazione, secondo l’Atlantic, riguarda il modo stesso in cui sono fatti i chatbot. Anche se la loro capacità di ricerca e ragionamento è migliorata molto, il loro lavoro si basa fondamentalmente sul determinare la probabilità che a una certa parola ne segua un’altra in una sequenza: in pratica rispondono generando un blocco di testo alla volta, sulla base del precedente. E nel farlo cercano un equilibrio tra la scelta di parole più ovvia e quella più «ingegnosa», per formare una risposta articolata che sia apprezzata dall’utente.
L’epanortosi e soprattutto l’antitesi sono il modo più sicuro per i chatbot per ridurre il rischio di dare una risposta sbagliata a una domanda: dire prima cosa una certa cosa non è (X) e solo dopo cosa è (Y). Ma l’effetto collaterale di questa loro tendenza ai parallelismi è di rendere i testi stilisticamente molto ripetitivi. E potrebbe non essere una tendenza facile da correggere, perché molti testi scritti su Internet sono già oggi generati tramite chatbot. Se quei testi dovessero diventare dati di addestramento per le nuove generazioni di chatbot, c’è il rischio di un circolo vizioso in cui l’AI privilegia quelle figure retoriche, e «arriva al punto in cui non riesce più a scrivere senza», ha detto Chakrabarty.
I cliché linguistici dei chatbot sono fastidiosi, ma non sono necessariamente un male. Secondo Cristalli, possono essere anzi un’opportunità – anche nella didattica scolastica – per riflettere sulle differenze tra la scrittura umana e quella tramite strumenti di AI. Nessuna scelta linguistica è sbagliata in senso assoluto: tutte richiedono una contestualizzazione. L’efficacia di una figura retorica dipende da quanto è coerente e funzionale all’interno di un discorso, e dipende anche dal tipo di testo che si sta scrivendo (un testo pubblicitario, un articolo di giornale, un manifesto politico, o altro). L’efficacia è invece minima o nulla se da scelta consapevole la figura retorica diventa un automatismo pigro, con o senza chatbot di mezzo.



