Forse l’Itaca dell’Odissea non era l’odierna isola di Itaca
Bensì una penisola che oggi ha un altro nome: secondo una teoria che circola da anni ci sarebbero varie prove letterarie e geologiche

Nel primo libro dell’Odissea il figlio di Odisseo, Telemaco, incontra a Itaca un uomo che si chiama Mente e che dice di essere capo dei Tafi, un popolo di mercanti navigatori. Non sa che in realtà è la dea Atena, mitica fondatrice di Atene e unica divinità protagonista del racconto. Quindi gli chiede: «su quale nave sei giunto e perché i marinai ti hanno portato a Itaca, e chi sono? Certo non sei venuto a piedi fin qui». Mente risponde che è arrivato navigando per il mare insieme ai suoi compagni e alla sua nave.
Né Telemaco né Mente dicono esplicitamente che Itaca sia un’isola, ma le parole di questo passaggio e di molti altri nel poema lo fanno intendere. E del resto Itaca è uno dei pochissimi luoghi dell’Odissea identificati da sempre con un luogo preciso e reale: l’isola del mar Ionio che i greci chiamano Itaca (Ιθάκη), appunto, tra Cefalonia e le coste della Grecia occidentale. È un’associazione sostenibile sulla base dei testi omerici, ma anche di ritrovamenti archeologici che testimoniano un culto di Odisseo e giochi in suo onore già nella Grecia classica.
Da oltre vent’anni, tra gli appassionati di revisione filologica, circola però anche una teoria secondo cui la patria di Odisseo sarebbe in realtà l’attuale penisola greca di Paliki (Παλική), nella parte occidentale dell’isola di Cefalonia, e che ai tempi dell’antica Grecia questa penisola fosse una specie di isola. È una teoria minoritaria, ma accreditata da stimati grecisti e latinisti inglesi tra cui Mary Beard e Peter Green.
A sostenerla nel libro del 2005 Odysseus Unbound fu l’inglese Robert Bittlestone, un imprenditore appassionato di archeologia, morto nel 2015. I due studiosi che collaborarono con lui all’epoca sono il filologo James Diggle, a lungo professore di greco e latino all’università di Cambridge, e il geologo John Underhill: entrambi sono tornati sull’argomento in un articolo sulla rivista online Antigone, che si occupa di letteratura greca e latina, approfittando delle attenzioni sull’Odissea che sta attirando il nuovo film di Christopher Nolan.
Uno dei passaggi più citati dell’Odissea nel tentativo di identificare Itaca, anche da parte di Diggle e Underhill, si trova all’inizio del libro IX, dal verso 21. È la descrizione che Odisseo ne dà ad Alcinoo, re dei Feaci. Nella traduzione del grecista Giuseppe Aurelio Privitera realizzata per la Fondazione Valla, suona così:
Abito ad Itaca, chiara nel sole: in essa è un monte che spicca, il Nerito frusciante di foglie; intorno sono molte isole, vicine tra loro, Dulichio e Same e Zacinto selvosa. Bassa nel mare essa giace, ultima verso occidente – le altre a parte, verso l’aurora e il sole –, irta di sassi, ma brava nutrice di giovani.
L’informazione sulla posizione di Itaca che è possibile trarre da questo passaggio, secondo l’interpretazione di Diggle, è che rispetto alle isole Dulichio, Same e Zacinto (o Zante), Itaca si trovi più a ovest – «ultima verso occidente».
Su dove siano le isole di Zacinto e Same non ci sono molti dubbi tra gli studiosi. La prima si chiama ancora così e sta a sud di Cefalonia (è quella a cui Ugo Foscolo dedicò uno dei suoi più celebri sonetti, A Zacinto). La seconda è Cefalonia, in antichità chiamata Same (o Samo), che è anche il nome di una delle città più antiche dell’isola (Sami). Resta da capire dove si trovino Dulichio e Itaca.
Secondo la teoria di Bittlestone, se l’Itaca dell’Odissea fosse l’isola chiamata oggi Itaca, non tornerebbe la descrizione di Odisseo ad Alcinoo secondo cui Itaca sarebbe la più occidentale di quel gruppo: Cefalonia, per dire, si trova più a ovest. E non tornerebbe nemmeno l’ipotesi che il Nerito sia l’unica montagna visibile da lontano, e che per il resto sia presumibilmente pianeggiante. L’isola chiamata oggi Itaca non lo è affatto: è interamente montuosa e con scogliere a picco sul mare.

Una spiaggia a Itaca, in Grecia, il 23 luglio 2018 (Alessandro Rota/Getty Images)
Bittlestone propose che Itaca fosse invece la penisola occidentale di Cefalonia, oggi chiamata Paliki, dal nome della sua antica capitale (Paleis). Senza ancora saperlo, riprese una teoria che era stata proposta per la prima volta nel 1903 da uno storico di Paliki, Gerasimos Volterras.
Paliki è effettivamente il pezzo di terra più a ovest nel gruppetto di isole descritte da Odisseo, ed è anche molto più pianeggiante rispetto al resto di Cefalonia e a Itaca. Inoltre ci sono diverse prove che Itaca in antichità si chiamasse Dulichio, e che questo fosse il suo nome alternativo fino a tempi relativamente recenti.

Il dettaglio di una mappa delle isole Ionie del 1768, del geografo e cartografo francese Jean-Baptiste Bourguignon d’Anville, che attribuisce a Itaca anche il nome alternativo Dulichium (Antigonejournal.com)
Ma perché Odisseo avrebbe dovuto parlare di Cefalonia (Same) e Paliki (Itaca) come di due terre separate, se Paliki è una penisola di Cefalonia, collegata attraverso uno stretto braccio di terra nella valle di Thinia?
Bittlestone se lo spiega usando un’altra fonte: una descrizione di Cefalonia risalente al I secolo d.C., dello storico greco Strabone. Nella sua Geografia, un’opera fondamentale della storiografia greca e romana, scrisse che il punto più stretto di Cefalonia era un istmo che spesso veniva «sommerso da mare a mare».
È possibile quindi che Strabone si riferisse alla valle di Thinia, all’estremità dell’attuale golfo di Argostoli, che separa proprio Paliki da Cefalonia. Il problema è che nel suo punto più alto la valle è circa 200 metri sul livello del mare, e l’acqua non può certo sommergerla tutta.
La teoria sostenuta da Bittlestone è che ai tempi della caduta di Troia, intorno al 1200 a.C., l’istmo spesso sommerso descritto da Strabone fosse un canale navigabile. E che tra la tarda età del bronzo e il presente quel canale si sia riempito di rocce crollate dalle alture di entrambi i lati a causa dei terremoti, a cui Cefalonia e più in generale la regione sono molto soggette. Così le rocce avrebbero sommerso il canale.
Underhill, il geologo dell’università di Aberdeen che ha collaborato con Bittlestone, ha condotto negli ultimi vent’anni diverse indagini approfondite per verificare se la teoria fosse sostenibile.
Sono stati effettuati tredici carotaggi nella valle di Thinia, uno dei quali a oltre 121 metri di profondità. Dall’analisi dei microfossili nei sedimenti prelevati è emerso che probabilmente le acque marine ricoprirono la valle per l’ultima volta tra 400mila e 290mila anni fa, il che rende insostenibile l’ipotesi di un canale marino navigabile intorno al 1200 a.C. o in epoca romana. Dopo la morte di Bittlestone, Diggle e Underhill hanno ripreso il testo di Strabone e proposto una nuova interpretazione: a sommergere l’istmo da parte a parte forse non era il mare, ma un lago.
Lo proverebbero i dati ricavati da altre indagini e scavi condotti nella valle negli ultimi anni: dimostrano che la pianura di Katochori ospitava un largo sistema di fiumi che ogni tanto si allagava formando un lago d’acqua dolce. E questo fenomeno, cominciato circa 75mila anni fa e ancora attivo in epoca romana, faceva sì che quando il lago era pieno le acque in eccesso defluissero verso il mare da entrambe le estremità della valle, lungo corsi d’acqua ancora oggi identificabili. Di conseguenza, durante occasionali eventi meteorologici estremi, Paliki era probabilmente separata dal resto di Cefalonia, e per arrivarci forse era più comodo usare una barca.
Secondo Diggle e Underhill non solo le prove geologiche, ma anche altri passaggi dell’Odissea sono coerenti con la teoria del corso d’acqua periodico: innanzitutto il fatto che Itaca non sia mai esplicitamente definita un’isola, anche se dall’antichità a oggi è sempre stato dato per scontato che lo fosse. «Omero ha molte occasioni per definire Itaca un’isola, ma non lo fa mai. Invece, lui (o i suoi personaggi) si riferiscono costantemente a essa con le parole “terra” (γαῖα), “terra natia” (πατρίς) o “provincia” (δῆμος)», scrive Diggle.
Dulichio, Same e Zacinto, al contrario, sono definite isole e spesso citate insieme, mentre Itaca è contrapposta a loro. E Omero non le attribuisce gli epiteti che attribuisce normalmente alle isole: uno dei più frequenti è per esempio «circondata dal mare», che appunto non viene mai utilizzato per Itaca.
L’ipotesi conclusiva di Diggle è che Itaca fosse un nome profondamente radicato nella coscienza dei Greci, anche quando nel V secolo a.C. la penisola non si chiamava più Itaca (già gli storici greci Erodoto e Tucidide definiscono infatti l’intera isola “Cefallenia”). Cominciarono quindi a chiedersi dove potesse essere, e «la trovarono nell’isola che Omero chiama Dulichio», che sarebbe diventata l’odierna Itaca; non ricordandosi più che l’Itaca originaria era in realtà la penisola di Paliki.
Anche se la teoria di Bittlestone è stata accreditata da qualche studioso, il filone di ricerca in cui si inserisce è abbastanza datato: nessuno sa chi sia la gran parte delle persone né dove sia la gran parte dei luoghi citati nell’Odissea. Anzi: da tempo la ricerca filologica è arrivata alla conclusione che fossero spesso volutamente generici, per permettere agli ascoltatori che abitavano in vari luoghi del Mediterraneo di immedesimarsi meglio nel racconto. A quell’epoca del resto chiunque aveva presente un’isola molto pietrosa, uno stretto particolarmente rischioso da navigare, una costa popolata da popoli ostili, e così via.
Di conseguenza i tentativi di trovare davvero i luoghi di un racconto mitico, raccontato più volte nell’arco dei secoli e durante notevoli cambiamenti del contesto politico, sociale e geografico, sono a volte piuttosto peregrini.



