A cosa dovrebbero servirci gli occhiali smart?
In commercio ce ne sono sempre più modelli, ma non abbiamo ancora capito per quali funzioni abbiano davvero senso

L’offerta di occhiali intelligenti non è mai stata così varia come in questo momento. Nelle ultime settimane Snap, l’azienda del social network Snapchat, ha presentato il suo modello Specs, mentre Meta ha messo in vendita una nuova linea di Meta Glasses, con una versione realizzata in collaborazione con l’imprenditrice e influencer Kylie Jenner. A questi vanno aggiunti gli occhiali prodotti da marchi cinesi specializzati, come Xreal, RayNeo e Even Realities, e i modelli che Google e Samsung presenteranno questo autunno.
Come hanno fatto notare molti commentatori del settore però non è ancora chiaro – né alle aziende né ai possibili interessati – cosa dovrebbe spingere le persone ad acquistare questi prodotti, dal momento che le loro funzioni sono per molti versi sovrapponibili a quelle di altri dispositivi più pratici e già diffusi, o ancora non all’altezza delle promesse.
Gli occhiali smart sono occhiali apparentemente normali dotati però di fotocamere, sensori, microfoni e auricolari. A parte gli Specs, che hanno una montatura spessa e un design riconoscibile (sembrano molto pesanti, a giudicare da come piegano le orecchie di chi li indossa) e costano 2.200 dollari, gli altri modelli hanno tutti caratteristiche simili: hanno un prezzo di partenza tra i 250 e i 300 dollari e sono leggeri da indossare.
Il principale motivo per cui oggi vengono comprati è l’uso che se ne può fare per produrre foto e video passando inosservati e senza dover tenere altri dispositivi in mano. Per questo si sono diffusi da subito tra videomaker e content creator, ma al di fuori di questa nicchia di mercato le vendite rimangono molto limitate.
Un paragone che è stato fatto è quello con gli smartwatch, gli orologi intelligenti che sono stati a loro volta introdotti dopo la diffusione degli smartphone e inizialmente avevano molte funzioni simili ma più limitate. La funzione principale alla base del loro successo si è rivelata poi essere il contapassi e il monitoraggio dei valori durante l’attività fisica. Agli occhiali smart manca ancora una funzione di questo tipo, che migliori le prestazioni già offerte dallo smartwatch.
Nella maggior parte delle dimostrazioni e dei video promozionali di questi prodotti, si vedono le stesse scene: occhiali in grado di dare indicazioni stradali tramite segnalazioni audio, oppure, nel caso dei Meta Ray-Ban Display, di mostrare delle mappe usando i piccoli schermi inclusi sulle lenti. Sono però esempi molto simili a quelli usati da Google per promuovere i Google Glass, gli occhiali intelligenti che l’azienda presentò per la prima volta nel 2012.
Una delle applicazioni più recenti di questi dispositivi è la traduzione in tempo reale, con cui gli occhiali analizzano il parlato e lo traducono all’utente. Questa traduzione può essere emessa attraverso gli speaker o comparire sulle lenti, a seconda del prodotto che si usa. Per quanto utile e promettente, però, non si può considerare un’applicazione esclusiva degli occhiali, visto che è possibile fare la stessa cosa usando altri dispositivi molto più comuni, come gli smartphone o gli auricolari.
Negli ultimi anni le aziende tecnologiche hanno cercato applicazioni diverse, puntando in particolare sull’interazione con l’intelligenza artificiale (AI): tuttavia, non tutti sono convinti che gli occhiali siano il supporto migliore. Secondo la giornalista di The Verge Victoria Song, gli occhiali smart «sono carichi di promesse su come l’AI indossabile possa cambiare la vita: renderti più sano tracciando quello che mangi, più intelligente registrando appunti su ogni parola che pronunci, più creativo trasformando ciò che ti circonda in playlist e idee per un appuntamento. Ma dopo un anno di test, non ho ancora visto nulla che sia all’altezza di queste promesse».
Gli occhiali smart incorrono infatti negli stessi limiti tecnici che hanno ostacolato la diffusione di prodotti come Humane AI Pin o Rabbit R1: dispositivi portatili pensati per far parlare le persone con l’AI in qualsiasi momento, che però sono stati un fallimento.
Le stesse aziende sembrano avere le idee confuse sulla vera utilità di questi dispositivi. Prima di puntare tutto sull’interazione con le AI, infatti, il direttore tecnico di Meta, Andrew Bosworth, aveva detto che questi occhiali servivano soprattutto ad ascoltare musica senza cuffie, grazie alla tecnologia open-ear, che diffonde il suono in prossimità delle orecchie degli utenti. Risulta però difficile che questa semplice funzione possa competere con la duttilità degli auricolari Bluetooth.
Un argomento che viene usato sempre più spesso per promuoverli è che permetterebbero di diminuire la dipendenza dagli smartphone, agevolando un’interazione basata sulla voce e riducendo così quella fondata sugli schermi. In questo senso, il nuovo interesse per gli occhiali smart può essere visto come parte di un tentativo più ampio delle aziende tecnologiche di andare incontro alla crescente fetta di popolazione preoccupata per l’eccessivo tempo che passa davanti agli schermi. Il video di presentazione di Meta Ray-Ban Display AI Glasses inizia per esempio così: «Per quello che stai per vedere vale la pena staccarsi dal telefono».
In generale, il successo dei dispositivi indossabili dipende dal grado di impegno che richiedono ai loro utenti. Uno smartwatch, ad esempio, permette a chiunque di fare altro mentre lo si indossa; lo stesso si può dire degli smart ring, gli anelli intelligenti, con cui le interazioni sono ancora meno frequenti e necessarie. Gli occhiali, invece, vanno indossati sul viso e implicano di per sé un impegno notevole, specie per le persone che normalmente non portano occhiali.
Superare questo scoglio si sta rivelando difficile, nonostante l’incredibile progresso tecnologico degli ultimi anni. Se confrontati con i Google Glass messi in vendita nel 2014, qualsiasi modello di occhiali intelligenti disponibile oggi sul mercato è migliore e più potente, oltre ad avere un aspetto meno riconoscibile e inquietante per alcune persone. In questi anni, infatti, Meta in particolare ha puntato sul design di questi prodotti – grazie alla collaborazione con EssilorLuxottica, la società italo-francese di occhiali e lenti che controlla marchi come Ray-Ban e Oakley – per creare dispositivi attraenti, simili ai normali occhiali da vista o da sole.
Anche grazie a questo, lo scorso anno Meta ha dominato il settore vendendo circa sette milioni di dispositivi, una cifra che copre oltre l’80 per cento di un mercato ancora ridotto. Per dare un’idea, nello stesso periodo gli smartwatch venduti sono stati più di cento milioni, mentre gli smartphone hanno superato il miliardo.



