Dentro al “castello delle cerimonie”

Siamo stati nell'hotel napoletano celebre per i matrimoni sfarzosi e kitsch, chiuso per abusivismo dopo 40 anni di attività

di Angelo Mastrandrea, da Sant'Antonio Abate (Napoli) - foto di Mauro Pagnano

L'ingresso della Sonrisa (Mauro Pagnano per il Post)
L'ingresso della Sonrisa (Mauro Pagnano per il Post)
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Il cancello d’ingresso del Grand Hotel La Sonrisa di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, noto come «il castello delle cerimonie», è chiuso. Lungo il viale alberato intitolato al fondatore Antonio Polese non c’è nessuno, e nei 40mila metri quadrati di giardini, con le statue a grandezza naturale di leoni e tigri, non c’è il consueto via vai di auto e persone. Le piscine sono state svuotate e gli zampilli d’acqua sono stati spenti; una vecchia Fiat Balilla è parcheggiata in un garage che ha una porta a vetri; sedie e tavolini sono accatastati uno sull’altro e l’eliporto interno è fermo. Non ci sono autisti, parcheggiatori, hostess e concierge a dare il benvenuto e ad accompagnare gli ospiti.

Sedie e tavoli impilati e messi da parte dopo la chiusura della villa (Mauro Pagnano per il Post)

Sedie impilate e messe da parte dopo la chiusura della villa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Un angolo del vastissimo giardino che circonda la villa/castello La Sonrisa (Mauro Pagnano per il Post)

Un angolo del vastissimo giardino che circonda la villa/castello La Sonrisa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Dentro è tutto chiuso e in perfetto ordine, come se l’albergo e il ristorante dovessero riaprire da un momento all’altro: c’è la hall decorata con foglie d’oro, lampadari di cristallo e statue a grandezza naturale, e con le foto dei numerosi personaggi del mondo dello spettacolo che vi sono passati; c’è la Sala Reale con il soffitto e le pareti decorate con affreschi colorati in cui sono raffigurati gli esponenti della famiglia Polese; c’è la sfarzosa Sala Luigi XV e le altre tre più piccole; le cucine, il bar e le 40 camere d’albergo sono pronti.

Il «castello delle cerimonie» era la più grande location in Italia per matrimoni, battesimi, feste di compleanno e prime comunioni: se ne facevano circa 1.300 all’anno, in questo periodo cinque o sei al giorno contemporaneamente. Ha chiuso a mezzanotte del 15 giugno, dopo 40 anni di attività: nei giorni precedenti il Consiglio di Stato aveva bocciato il ricorso della famiglia Polese contro il Comune di Sant’Antonio Abate, che aveva revocato le licenze per la ristorazione e per le attività ricettive.

È stato l’epilogo di una vicenda giudiziaria cominciata nel 2011, quando la procura di Torre Annunziata avviò un’indagine per lottizzazione abusiva. In estrema sintesi, i magistrati ipotizzarono che l’intera area fosse stata radicalmente modificata senza rispettare le norme. Il processo che ne seguì si concluse a febbraio del 2024 con la confisca della struttura.

Un angolo della villa visto dall'esterno, 24 giugno (Mauro Pagnano per Il Post)

Un angolo della villa visto dall’esterno, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Fu assegnata al Comune di Sant’Antonio Abate, che appunto revocò le autorizzazioni per l’albergo e per il ristorante. I Polese fecero ricorso contro la revoca delle licenze e per mantenere aperta la struttura nonostante la confisca. In attesa dell’esito, la loro gestione fu prorogata, in cambio di un affitto di 39mila euro al mese da pagare al Comune.

Antonio Polese comprò i terreni agricoli su cui oggi si trova il castello delle cerimonie nel 1977, insieme a un fabbricato del ‘700 che trasformò in una mega-villa grazie all’assenza di un piano regolatore, quello con cui i comuni stabiliscono le regole su dove si può costruire e come. Venne approvato solo nel 2019. Negli anni seguenti Polese fece costruire anche una piscina, un campo da calcio, un eliporto e tre case per la sua famiglia, più piccole ma nello stesso stile architettonico neobarocco.

Una fontana, non in funzione, nel giardino della villa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Il «castello» fu sequestrato una prima volta già nel 1983, sempre per abusivismo. Le irregolarità furono poi condonate nel 1985 e la struttura fu destinata ad attività ricettiva e turistica. Nel 2010 i Polese furono costretti ad abbattere una mansarda di 400 metri quadrati con dieci camere di lusso e un torrino, costruite senza permesso.

Gli ex proprietari ritengono di aver risolto tutti gli abusi. Hanno chiesto una revisione del processo penale che ha portato alla confisca e presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Chiedono un’ulteriore proroga delle licenze per la stagione estiva, per non dover risarcire tutte le persone che avevano già prenotato camere e sale e in attesa dei giudizi in corso: il 9 luglio è fissata una decisione della Corte di Cassazione su un’istanza di revisione della confisca, il 24 novembre ci sarà quella del Consiglio di Stato sulla possibilità per i Polese di mantenere la gestione della struttura nonostante la confisca.

Il Comune ha commissionato uno studio per verificare la fattibilità di un piano di recupero, cioè per destinare la struttura ad altre attività, poiché le licenze per l’albergo e il ristorante non possono essere concesse se ci sono irregolarità urbanistiche. C’è anche l’ipotesi dell’abbattimento, che però sarebbe molto costoso. Si dovrà attendere l’esito dei ricorsi ancora pendenti e c’è il rischio concreto che la struttura nel frattempo rimanga abbandonata.

La sala principale, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Gli affreschi della sala. Alcuni degli angeli furono dipinti ispirandosi ai volti dei nipoti di Antonio Polese, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Il 14 giugno ci sono state le ultime comunioni. «C’erano 700 persone, e molti hanno pianto quando abbiamo spiegato che per noi era l’ultimo giorno di lavoro», dice lo chef Salvatore Durante. «Abbiamo dovuto disdire tutte le prenotazioni, rimborsare molti clienti che avevano prenotato il matrimonio anche da due anni o cercare altre strutture dove spostare le cerimonie già organizzate», spiega la portavoce Emma Acampora.

Le sei sale in questo periodo erano sempre piene e la clientela era molto varia. Qui venivano a sposarsi membri di famiglie numerose, che avevano bisogno di sale ampie per ospitare centinaia di invitati; imprenditori che avevano bisogno di spazio per tutti i dipendenti; oppure persone attratte dai canoni estetici improntati all’eccesso e allo sfarzo, in un ambiente ostentatamente kitsch.

Un dettaglio dell’ingresso della villa (Mauro Pagnano per il Post)

Le richieste arrivavano da tutto il sud Italia e bisognava prenotare anche con un paio d’anni di anticipo. Le cerimonie spesso erano accompagnate da cantanti napoletani del genere neomelodico, che si esibivano tra una portata e l’altra. Siccome le pietanze erano molte, e anche le canzoni, spesso i matrimoni cominciavano alle 3 del pomeriggio e si concludevano alle 3 del mattino.

«Nessuno si pone la domanda di come abbiamo fatto ad andare avanti per 40 anni se questo posto era abusivo: qui dentro è passato di tutto, abbiamo ospitato programmi televisivi, quando ci furono i Mondiali di calcio del ’90 ci chiesero pure di ampliare l’albergo perché avevano bisogno di posti per ospitare le squadre», dice Tobia Polese, nipote di Antonio e attuale gestore.

Tobia Polese, ritratto accanto al busto in marmo dello zio Antonio, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

L’interno della villa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Ci sono stati ricevimenti della Nato, l’alleanza militare che comprende gran parte dei paesi europei e gli Stati Uniti, raduni di tifosi della squadra di calcio del Napoli, la nazionale argentina maschile di calcio con Lionel Messi e la festa dei 70 anni del cantante napoletano Mario Merola. Tutti, sempre, immortalati con l’immancabile Antonio Polese, spesso chiamato con l’appellativo “don” davanti al nome, come si fa al sud in segno di rispetto con persone considerate di rango elevato (significa “signore”).

Nel 2006 arrivò l’ex calciatore Diego Armando Maradona. «A un certo punto mandò via tutti perché voleva passare la serata con noi dipendenti, e siamo rimasti fino a tarda notte», ricorda Danilo Aversa, che cominciò a lavorare alla Sonrisa come cameriere a 16 anni, «il giorno dell’inaugurazione» nel 1988, e nel tempo è diventato il direttore dell’albergo. Poche ore prima, appena atterrato a Capodichino, la Guardia di Finanza aveva sequestrato a Maradona due orologi Rolex d’oro per le accuse di evasione fiscale nei suoi confronti. Antonio Polese li ricomprò a un’asta giudiziaria e chiamò Maradona per restituirglieli. Il calciatore disse che sarebbe andato al castello a riprenderseli, ma non lo fece, e i Rolex sono ancora lì.

La maglia dell’Argentina, con dedica e autografo di Diego Armando Maradona, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Un bar all’interno della sala d’ingresso, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

I locali della Sonrisa sono stati anche il set di alcuni film, come Reality di Matteo Garrone, e di programmi televisivi come Napoli prima e dopo, in onda su Rai 1. Dal 2014 al 2024 furono la location di un docu-reality su Real Time che si chiamò prima Il boss delle cerimonie e poi Il castello delle cerimonie. La trasmissione mostrava cosa accadeva dietro le quinte delle feste che vi si celebravano, spesso molto kitsch e con una marcata tendenza all’esagerazione.

Polese era definito il «boss delle cerimonie» anche ammiccando a suoi presunti rapporti con persone della criminalità organizzata. Fu condannato per favoreggiamento perché una società di cui era socio concesse a Raffaele Cutolo, fondatore del gruppo criminale Nuova camorra organizzata, il castello mediceo di Ottaviano, in provincia di Napoli. Lui negò sempre di avere avuto rapporti con Cutolo.

Morì nel 2016, ma è ancora presente ovunque: nei discorsi di familiari e dipendenti che lo rievocano in continuazione, e nell’iconografia: nel «castello delle cerimonie» ci sono dappertutto gigantografie e sculture che lo rappresentano. Il nipote Tobia lo definisce «il Berlusconi di Sant’Antonio Abate», che ebbe l’intuizione di costruire una sorta di Disneyland del folclore napoletano, portarla in televisione e farne un business redditizio.

Uno dei ritratti di Antonio Polese a La Sonrisa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Alcune torte del cosiddetto “museo delle torte”, esposte alla Sonrisa. Ogni invitato poteva scegliere il tema e il modello a cui ispirare la propria cerimonia, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

Il motto del “castello” era «non ospitiamo solo lords, trattiamo tutti da re». I  proprietari cercavano di accontentare sempre tutti e la regola aurea era l’assenza di sobrietà. «A differenza che a Capri o a Sorrento, dove ci sono vincoli stringenti e devi adattarti al posto, qui i clienti potevano esprimere la loro personalità», dice la wedding planner (cioè organizzatrice di matrimoni) Annalisa Del Vecchio. Era il posto ad adattarsi alle richieste e non il contrario.

Luca Sanso, che per quattro anni ha trascorso alla Sonrisa quattro giorni alla settimana per organizzare le puntate del docu-reality Il castello delle cerimonie su Real Time, sostiene di aver trovato «un ambiente molto familiare e accogliente, personale molto qualificato e una grande professionalità in tutti i settori», con i proprietari molto attenti a ogni dettaglio: il personale era stato selezionato tra i migliori allievi delle scuole alberghiere e di cucina, e c’era una grande capacità di gestire anche più eventi contemporaneamente.

Il servizio era organizzato come una catena di montaggio, che partiva dalle cucine e finiva sulle tavole imbandite. I camerieri dovevano entrare in sala contemporaneamente per servire tutti i tavoli nello stesso momento. Al culmine della cerimonia, finché era in vita, Antonio Polese di solito era presente al taglio della torta.

La piscina, oggi vuota, nel giardino della villa (Mauro Pagnano per il Post)

Molti temono l’impatto non solo simbolico, ma economico e sociale della fine della principale industria di Sant’Antonio Abate (insieme a quella della trasformazione dei pomodori). Alla Sonrisa lavorano 80 dipendenti diretti e diverse centinaia nell’indotto, tra autisti, cantanti neomelodici e musicisti da pianobar, elettricisti, fornitori di alimenti, fiorai, fotografi, giardinieri, imbianchini, pasticcieri e le altre persone che svolgono mestieri attorno alla macchina dei matrimoni, dei battesimi, delle prime comunioni e più in generale dagli eventi mondani ospitati al «castello delle cerimonie».

La manifestazione davanti al cancello della Sonrisa, 24 giugno. Il termometro segna 35° C. (Mauro Pagnano per il Post)

Sabatino Polese, fratello di Antonio Polese, storico fondatore del locale La Sonrisa, mentre partecipa alla manifestazione, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)

La mattina del 24 giugno camerieri, capisala, cuochi, hostess e parcheggiatori hanno organizzato una protesta. Hanno affisso davanti al cancello d’ingresso uno striscione in cui sostengono che sono stati tolti loro «lavoro, sorrisi e dignità». Contestano le modalità della chiusura, avvenuta nel pieno della stagione lavorativa. «Chiudere a giugno, all’inizio della stagione in cui lavoriamo di più, non è solo dire vi metto per strada, ma è un dispetto», dice il caposala Gaetano Nino Davide. «La Sonrisa era un fiore all’occhiello per Sant’Antonio Abate, ci sono passate decine di personaggi famosi, e noi dipendenti eravamo trattati benissimo, a 57 anni non riuscirò a ritrovare condizioni di lavoro simili», dice Ferdinando Romeo, un altro storico caposala.

Ferdinando Romeo, caposala, durante la manifestazione organizzata davanti ai cancelli della Sonrisa, 24 giugno (Mauro Pagnano per il Post)