Andare in Cina per vedere il futuro
Sempre più turisti e imprenditori vogliono vedere da vicino i grattacieli e le fabbriche avveniristiche di posti come Chongqing, Shanghai e Shenzhen

Anche se non la conoscete per nome, è probabile che abbiate visto qualche foto di Chongqing, l’enorme città della Cina centro-meridionale, su Instagram o su YouTube: magari un video di un treno sopraelevato che entra in un palazzo residenziale, o gli spettacoli di droni notturni sullo sfondo del suo skyline di grattacieli colorati. Chongqing sembra uscita da un videogioco o da un film di fantascienza, ma è una città reale: ha 32 milioni di abitanti, un’estensione pari a quella dell’Austria, ed è una meta turistica sempre più frequentata e apprezzata da chi visita la Cina.
Nel 2024, secondo il Wall Street Journal, Chongqing ha ricevuto 120 milioni di turisti, il 17 per cento in più rispetto all’anno precedente. Anche se la stragrande maggioranza è composta da persone cinesi o provenienti da paesi limitrofi alla Cina, l’interesse da parte del pubblico occidentale è in crescita, anche grazie al successo virale di alcune attrazioni cittadine. Tra queste, la stazione di Liziba, una fermata di una monorotaia locale che attraversa un palazzo, o Kuixinglou Square, un’enorme piazza che si trova al 22esimo piano di un grattacielo.
Chongqing è uno dei simboli più visibili della trasformazione compiuta dalla Cina negli ultimi due decenni, nel corso dei quali il paese ha quasi decuplicato il suo PIL diventando la potenza economica che è oggi. Questo progresso ha cambiato radicalmente le sue città, alcune delle quali sono diventate tra le più avveniristiche al mondo.
Ad attirare visitatori sono anche Shanghai, Pechino e Shenzhen, che hanno investito enormi quantità di denaro in infrastrutture e grattacieli, e che hanno completato in pochi anni una quasi totale elettrificazione del parco macchine: secondo alcune stime, l’85 per cento delle automobili nuove vendute a Shenzhen, nel sud-est del paese, è elettrico. Per sempre più persone, quindi, visitare la Cina equivale a vedere in anticipo il futuro, e questo ha creato una forma di turismo specifico che coinvolge sia visitatori comuni sia imprenditori e investitori occidentali, che vengono in Cina per osservare questa trasformazione da vicino.
Questo interesse crescente ha portato alla nascita di agenzie di viaggi specializzate in tour delle principali città cinesi e dei loro distretti industriali: in particolare quello di Shenzhen, dove hanno sede le principali aziende cinesi del settore tecnologico, come Tencent. Questi percorsi turistici si concentrano su aziende di robotica o di veicoli elettrici, con tanto di visite agli stabilimenti di BYD, NIO, RoboSense e altre società locali. Il tour operator “Viaggi dell’Elefante” è tra quelli che in Italia offrono viaggi in diverse città cinesi, come Chongqing, per i quali ha registrato una domanda in forte crescita. Negli ultimi due anni la Cina è sempre stata tra le cinque destinazioni più richieste, una tendenza che ha resistito anche all’instabilità globale causata da eventi recenti, come la guerra in Medio Oriente.
Non si tratta quindi solo di imprenditori e investitori. Tech Buzz China, una società di ricerca e analisi del mercato cinese, organizza dei viaggi anche per studenti delle scuole superiori interessati alle materie scientifiche, provenienti soprattutto da Stati Uniti, Singapore e India. «L’obiettivo è che i genitori abbiano le informazioni più aggiornate possibile, che aggiornino sostanzialmente le loro aspettative su cosa i loro figli potrebbero o dovrebbero studiare», ha detto la fondatrice di Tech Buzz China, Rui Ma, al sito Rest of World. «Se tuo figlio ha sedici anni, capire su cosa lavorano davvero le persone in questo campo può essere molto utile».
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Il fenomeno di per sé non è una novità: da decenni, infatti, tour simili sono organizzati nella Silicon Valley, la zona attorno alla baia di San Francisco dove hanno sede molte delle aziende tecnologiche più grandi del mondo. Tradizionalmente, questo tipo di giri turistici include le visite dei garage dove sono nate aziende storiche come Apple e Hewlett-Packard, o gli uffici di Google. A differenza dei tour della Silicon Valley, che sono rivolti a un pubblico spesso mainstream, il turismo tecnologico cinese attira anche molti addetti ai lavori, disposti a pagare fino a novemila dollari per alcune di queste offerte.
Secondo Shaoyu Yuan, docente della New York University, tra imprenditori e fondatori di startup della Silicon Valley ci sarebbe un diffuso senso di “FOMO” (acronimo di Fear of missing out), ovvero l’ansia sociale di perdersi qualcosa e rimanere indietro, che spinge sempre più persone a intraprendere viaggi simili. «La sensazione è che l’ecosistema tecnologico cinese abbia raggiunto un livello di sofisticazione tale per cui non vederlo di persona ti mette in una posizione di svantaggio informativo rispetto ai concorrenti che invece ci sono andati», ha detto Yuan al sito Rest of World.
Lo scorso febbraio Steven Rattner, ex consigliere del segretario al Tesoro per l’amministrazione di Barack Obama, ha pubblicato un editoriale sul New York Times al ritorno da uno di questi viaggi, dal titolo: “Sono appena tornato dalla Cina. Non stiamo vincendo”. Rattner ha raccontato di aver visitato una fabbrica di Xiaomi, azienda di smartphone ed elettronica di consumo che da circa cinque anni ha iniziato a produrre automobili elettriche: «In uno stabilimento enorme e quasi privo di esseri umani, grandi creature meccaniche che sembrano dinosauri robotici spingevano al loro posto senza sforzo pannelli di alluminio mentre le auto avanzavano sulla linea di montaggio».
L’articolo è corredato di esperienze personali e statistiche che sembrano confermare quanto l’industria statunitense (e non solo) sia rimasta indietro rispetto a quella cinese. A stupire chi visita gli stabilimenti cinesi è soprattutto l’alto tasso di robotizzazione delle fabbriche, che è peraltro in continuo aumento (nel solo 2024 la Cina ha installato un numero di robot industriali nove volte superiore rispetto agli Stati Uniti, scrive Rattner).
Anche in questo caso i social media hanno contribuito a rendere noto il progresso cinese nel campo della robotica industriale, come dimostrano i molti post virali sulle cosiddette dark factories, le “fabbriche buie” cinesi, dette così perché non hanno bisogno di illuminazione, in quanto popolate perlopiù da robot. Lo scorso novembre, l’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, ha detto che «in Cina hanno una capacità produttiva sufficiente, con le fabbriche esistenti, a servire l’intero mercato nordamericano e farci chiudere tutti».
Questo cambiamento di percezione non riguarda solo il comparto industriale ma fa ormai parte del soft power cinese, cioè la capacità di un paese di influenzare positivamente la propria reputazione agli occhi del mondo. Oltre che sulla propria superiorità tecnologica, infatti, la Cina può contare sul successo popolare di prodotti come i pupazzi Labubu, e su una maggiore curiosità da parte del pubblico occidentale, specie se giovane.
Lo scorso anno Darren Watkins Jr., uno streamer statunitense noto come IShowSpeed, ha realizzato molte dirette, di enorme successo tra un pubblico molto giovane, in cui ha documentato la vita quotidiana nelle città cinesi. In una di queste dirette, Watkins ha reagito con entusiasmo ad alcuni dispositivi elettronici e auto elettriche non ancora disponibili negli Stati Uniti, tanto da provare a comprare una supercar prodotta da BYD, la Yangwang U9, per poi scoprire che, a causa delle sanzioni imposte dal governo statunitense sulla vendita di auto elettriche cinesi, non avrebbe potuto portarla a casa.
Il risultato è un fenomeno, diffuso soprattutto presso la Generazione Z (quella delle persone nate tra il 1997 e il 2012), che viene detto “chinamaxxing” e consiste in una maggiore apertura nei confronti della Cina e della sua cultura. La tendenza sembra essere confermata da un recente sondaggio dell’istituto Pew, secondo il quale il 27 per cento degli statunitensi avrebbe un’opinione favorevole della Cina, quasi il doppio rispetto al 2023.



