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  • Martedì 23 giugno 2026

Alex Schwazer e il doping, dall’inizio

La positività ammessa del 2012, quella sospetta e contestata del 2016, e infine quella sorprendente di questi giorni

Alex Schwazer ad Arco, in provincia di Trento, il 19 luglio del 2024, durante quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima gara (Enrico Pretto/LaPresse)
Alex Schwazer ad Arco, in provincia di Trento, il 19 luglio del 2024, durante quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima gara (Enrico Pretto/LaPresse)
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Lunedì il marciatore italiano Alex Schwazer è stato sospeso dall’agenzia nazionale antidoping tedesca, dopo che un test aveva rilevato nelle sue urine e nel suo sangue tracce di eritropoietina, una sostanza dopante e vietata, spesso abbreviata nella sigla EPO. È la terza volta che l’atleta non supera un test antidoping. La prima fu nel 2012, prima delle Olimpiadi di Londra, alle quali Schwazer si presentava da campione in carica nella 50 chilometri di marcia (aveva vinto l’oro a Pechino 2008) e tra gli atleti di punta della nazionale italiana; ammise di aver preso l’EPO, e fu squalificato per tre anni e mezzo.

Nel 2016 invece risultò positivo al testosterone in un controllo fatto il primo gennaio, di cui si seppe però solo a giugno, nemmeno due mesi prima delle Olimpiadi di Rio de Janeiro (il testosterone è un ormone che può essere usato per scopi dopanti). Quella volta Schwazer disse di essere innocente e vittima di un complotto: la giustizia ordinaria trovò varie prove a sostegno della sua tesi, parlando di manomissione delle provette, e lo assolse; la giustizia sportiva però lo condannò a 8 anni di squalifica.

Sembrò la fine della sua carriera. Poi però nel 2025, a 40 anni, tornò a gareggiare. Lo scorso 26 aprile ha vinto (migliorando il record italiano) la maratona di marcia a Kelsterbach, in Germania: proprio in quell’occasione a Schwazer è stato fatto il prelievo del campione positivo. Lunedì in una conferenza stampa Schwazer ha detto di essere innocente, ma che si limiterà a chiedere le contro analisi, senza difendersi come fatto nel caso del 2016: «A 41 anni non ho più la forza», ha detto.

Alex Schwazer all’arrivo della 50 chilometri vinta alle Olimpiadi di Pechino del 2008 (Jamie Squire/Getty Images)

La storia di Alex Schwazer e il doping cominciò verso la fine del 2011. Dopo aver vinto la medaglia d’oro olimpica a Pechino nel 2008, a 23 anni, battendo peraltro il record olimpico nella 50 chilometri di marcia, Schwazer era diventato un atleta famoso in Italia, nonostante facesse uno sport poco popolare. C’entravano diverse cose: il fatto di aver vinto l’unica medaglia d’oro nell’atletica leggera italiana (che all’epoca non andava bene come oggi), la sua relazione con la nota pattinatrice sul ghiaccio Carolina Kostner, durata dal 2007 al 2012, e la sua apparizione in alcuni spot televisivi, in particolare quello del Kinder Pinguì.

Anche il modo in cui vinse a Pechino fu piuttosto memorabile, con il dito alzato al cielo per tutti gli ultimi metri e la prima intervista con la Rai fatta mentre piangeva («in queste condizioni non mi batte neanche superman», fu una delle frasi più ricordate).

Dopo le Olimpiadi, pur vincendo la 20 chilometri agli Europei del 2010, ebbe risultati al di sotto delle aspettative. Ai Mondiali del 2009 si ritirò dalla 50 chilometri per problemi allo stomaco, e a quelli del 2011 arrivò nono nella 20 chilometri. Quando confessò di essersi dopato, raccontò di aver avuto anni difficili a livello sportivo e psicologico, di aver perso gli stimoli: in quelle circostanze maturò la decisione di doparsi. «Volevo tornare più forte e non ho resistito alla tentazione di doparmi», disse.

Il modo in cui prese l’EPO fu abbastanza clamoroso, come ha raccontato diverse volte, e in particolare nella docuserie Il caso Alex Schwazer, uscita su Netflix nel 2023. Disse di aver fatto quasi tutto da solo: dopo alcune ricerche su internet, andò ad Antalya, in Turchia, e comprò l’EPO direttamente in farmacia. Se lo somministrò da solo per tre settimane, nel luglio del 2012. «È stato un momento bruttissimo. Non mi ero mai dopato, e stare solo in una stanza sapendo quello che stavo per fare è stato difficile, ero disperato. Non è bello aspettare che la tua fidanzata va all’allenamento per iniettarti l’EPO», raccontò nella conferenza stampa che seguì la notizia della positività, il 6 agosto del 2012.

Una settimana prima si era fatto l’ultima iniezione, e il giorno dopo si era presentato a casa sua l’addetto al controllo antidoping: Schwazer disse di non aver avuto la forza di evitare il prelievo, anche se sapeva che sarebbe risultato positivo. «Sono contento, ora è tutto finito e riuscirò forse a fare una vita normale» disse, in lacrime. Fu squalificato dalle gare per 3 anni e mezzo. Con la giustizia ordinaria, che in Italia apre sempre un procedimento penale nei casi di doping, patteggiò e ricevette una multa di 6mila euro e 8 mesi di reclusione, che non scontò grazie alla sospensione condizionale della pena.

Nel 2015, quando era ancora squalificato (la fine era prevista per l’aprile del 2016), Schwazer cominciò ad allenarsi con Sandro Donati, allenatore di atletica leggera esperto e soprattutto noto per le sue posizioni autorevoli e intransigenti sul doping nello sport. L’idea di Schwazer era di prepararsi per le Olimpiadi di Rio de Janeiro, dove voleva dimostrare di potere di nuovo vincere senza doparsi (come fece nel 2008), e Donati sembrò la persona perfetta per questo tipo di sfida.

L’8 maggio del 2016, dopo aver già svolto alcune gare non ufficiali incoraggianti, tornò a competere ai Mondiali di marcia a squadre di Roma, e vinse la 50 chilometri con un tempo che gli valse la qualificazione alle Olimpiadi. Il 22 giugno però la federazione mondiali antidoping, la WADA, comunicò che Schwazer era risultato positivo al testosterone in un precedente test antidoping. Lui decise di partire lo stesso per il Brasile, facendo ricorso e sperando ancora di riuscire a gareggiare. L’8 agosto a Rio de Janeiro fu discusso il suo ricorso all’arbitrato del Tribunale arbitrale dello sport, che due giorni dopo lo respinse: Schwazer fu squalificato per 8 anni.

Questa volta però il caso fu molto più ingarbugliato del precedente, e molte cose non furono chiarite; lui ha sempre detto di essere innocente. Ci furono alcune anomalie nella gestione degli ispettori e della WADA. La positività fu rilevata in un controllo programmato con un insolito anticipo di due settimane e fatto il giorno di Capodanno: all’alba due ispettori si presentarono a casa di Schwazer a Racines, in Alto Adige, per prelevare due provette di urina. Una prima analisi diede risultato negativo, ma ad aprile il campione fu scongelato e, rianalizzato, diede esito positivo.

Inoltre, per quasi un giorno le due provette, prima di essere trasferite da Stoccarda (la sede del service che fece il controllo antidoping) a Colonia (la sede dei laboratori della WADA), rimasero incustodite: non si ha traccia di chi le abbia gestite tra l’1 e il 2 gennaio. Sull’etichetta delle provette c’era scritto il nome dell’atleta, e non il codice alfanumerico previsto dalla prassi antidoping per garantire l’anonimato sull’appartenenza dei campioni.

Schwazer ai Mondiali di marcia a squadre di Roma, 8 maggio 2016 (Tullio M. Puglia/Getty Images for IAAF)

Soprattutto quando nel marzo del 2018, su richiesta della procura di Bolzano, i due campioni di urina vennero rianalizzati, i risultati evidenziarono quantità anomale di DNA. L’urina della provetta A conteneva infatti 350 picogrammi per microlitro, mentre nella provetta B se ne trovarono 1.200. Secondo il Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri, il valore della provetta B sarebbe stato anomalo, quindi non fisiologico, poiché la quantità media di DNA nelle urine stimata sulla popolazione non va oltre i 100 picogrammi per microlitro. Inoltre la quantità di DNA nell’urina conservata diminuisce di circa il 70 per cento dopo sei mesi e di quasi il 90 per cento dopo un anno. C’era insomma il fondato sospetto che l’urina di Schwazer fosse stata manipolata.

Ad alimentare i dubbi dei RIS e della difesa sulla validità dei campioni di Schwazer si aggiunsero poi le difficoltà avute nell’ottenerli dal laboratorio di Colonia, dove sono tuttora conservati. Il laboratorio consegnò infatti con un anno di ritardo prelievi di quantità minori rispetto a quanto inizialmente concordato con la WADA. Secondo il legale di Schwazer, il laboratorio di Colonia tentò anche di presentare una provetta falsa al rappresentante dell’autorità giudiziaria italiana, che la rifiutò.

Nel febbraio del 2021 il giudice per le indagini preliminari di Bolzano dispose l’archiviazione del procedimento penale nei confronti di Schwazer per non aver commesso il fatto. Nel motivare la decisione disse di ritenere «accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni di urina prelevati siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta come del suo allenatore Sandro Donati». Nel testo dell’archiviazione il giudice scrisse che la WADA e la federazione internazionale di atletica avevano operato «in maniera totalmente autoreferenziale, non tollerando controlli dall’esterno fino al punto di produrre dichiarazioni false».

Alex Schwazer e Sandro Donati nel 2016 (Pier Marco Tacca/Getty Images)

Dalla WADA invece continuarono a dirsi convinti di avere prove «schiaccianti» sulla positività di Schwazer, e la sua squalifica sportiva non fu mai ridotta. Terminò l’8 luglio del 2024. Undici giorni dopo Schwazer partecipò a una gara organizzata per lui in provincia di Trento, dicendo che sarebbe stata l’ultima della sua carriera. Nel 2025 però, con il ciclista Domenico Pozzovivo come allenatore, riprese a fare alcune gare in Italia, con risultati più che discreti, considerando che ormai aveva superato i quarant’anni e non competeva da nove. Il 26 aprile del 2026 ha ottenuto il suo miglior risultato dal ritorno alle gare, la vittoria ai campionati tedeschi di maratona su marcia.

Commentando la notizia della nuova positività Schwazer ha detto che accetterà le contro analisi solamente se verrà analizzata non solo la seconda provetta, ma anche una terza che Sandro Donati (presente in Germania pur non essendo più il suo allenatore) è riuscito a farsi dare quel giorno dagli ispettori. Difficilmente, però, l’agenzia tedesca per il doping accetterà, perché quella provetta non viene considerata ufficiale, e non si hanno prove di come sia stata conservata in questi mesi.