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  • Martedì 23 giugno 2026

Brexit vista dalla cittadina in cui l’hanno voluta di più

Boston, nel Lincolnshire, non sembra essersi pentita di come è andata, a dieci anni di distanza

di Matteo Castellucci

Una veduta sul fiume Witham, a Boston, Inghilterra, giugno 2026
Una veduta sul fiume Witham, a Boston, Inghilterra, giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)
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Prima di Brexit, la cittadina inglese di Boston era conosciuta – da chi ne aveva sentito parlare – principalmente perché da qui partirono i pellegrini che fondarono la Boston più famosa, negli Stati Uniti. Nel 2016, grazie al referendum, la città ebbe un sussulto di popolarità, almeno nel Regno Unito: fu infatti il posto dove l’opzione per uscire dall’Unione Europea ottenne la percentuale più alta, quasi il 76 per cento.

L’etichetta di capitale spirituale di Brexit, di Brexitland, è rimasta appiccicata a questo posto abitato da circa 45mila persone. Da allora, ciclicamente, giornalisti britannici e non solo sono venuti qui per cercare una risposta su come Brexit sia potuta avvenire, o per chiedere agli abitanti se si siano pentiti. In realtà, «se vuoi capire Brexit come fenomeno politico, Boston è il posto sbagliato dove venire» dice Matt Warman, parlamentare locale dei Conservatori per un decennio. Era scontato, secondo lui, che qui Brexit avrebbe stravinto, al punto che la campagna elettorale fu ridottissima.

La piazza davanti alla chiesa di San Botulfo, a Boston, Inghilterra, 16 giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)

Boston però è un ottimo posto per capire cos’è successo nei dieci anni dopo il voto. I problemi di prima sono rimasti, e anzi se ne sono aggiunti di nuovi, in parte causati proprio da Brexit. Eppure a Boston non sembrano covare rimpianti per come è andato il referendum. E anzi, il partito populista ed euroscettico di Nigel Farage qui è egemone.

Com’è possibile?

Torniamo per un secondo al 2016.

In pochi anni a Boston la popolazione straniera della città era cresciuta impetuosamente, passando da nemmeno il 2 per cento del 2001 a quasi un quarto di quella totale. A differenza di oggi, l’immigrazione proveniva in larga parte dai paesi dell’Europa orientale entrati nell’Unione Europea nel 2004, anzitutto Polonia e Lituania.

«Prima bastavano tredici cedolini, e avevi diritto ai sussidi sociali», racconta Cristina Warrant, titolare di un’agenzia che aiuta le persone europee con le pratiche di regolarizzazione. In molti settori diffusi qui nel Lincolnshire, come quello agricolo, i pagamenti sono settimanali, da lì il numero dei cedolini. Bastavano 13 settimane di lavoro, poco più di tre mesi, per essere totalmente integrati nel welfare nazionale. Le condizioni per gli stranieri che arrivavano nel Regno Unito in cerca di lavoro, insomma, erano favorevolissime. «Saresti venuto pure tu!», dice Warrant.

La presenza della comunità est-europea si sente e si vede ancora oggi, a Boston.

Un supermercato polacco a Boston, Inghilterra (Matteo Castellucci/il Post)

Un negozio di prodotti dell’Europa orientale, nel centro di Boston, Inghilterra (Matteo Castellucci/il Post)

Si sente nelle lingue e negli accenti parlati in giro. Soprattutto a West Street, una strada punteggiata di insegne con la bandiera polacca-bulgara-romena-lituana. Negozi così esistono un po’ in tutta la città, non solo lì. Ce n’è uno polacco che ha due sedi e somiglia a un grande magazzino: vende prodotti tipici, introvabili nei supermercati della grande distribuzione britannica.

Aurelija Siauliene, che lavora in un caffè lituano, dice di non essersi mai davvero sentita all’estero, perché qui a Boston prima di lei si erano già trasferiti amici e familiari. All’ingresso della chiesa di San Botulfo, un simbolo per il campanile di 81 metri che si vede da lontano nel piattissimo Lincolnshire, c’è un messaggio di benvenuto in più lingue, tra cui polacco e lituano.

I messaggi di benvenuto all’ingresso della chiesa di San Botulfo: c’è anche l’italiano (Matteo Castellucci/il Post)

Iga Bontoft gestisce un’altra agenzia che a Boston è un punto di riferimento per la comunità straniera. Bontoft ricorda che ai tempi del referendum comparvero sulle finestre cartelli con scritte ultranazionaliste tipo l’Inghilterra agli inglesi o non abbiamo bisogno dei migranti. «Ma certo che ne hanno bisogno! Le cose non sono così semplici», dice. Le persone si affacciano, entrano e le espongono i problemi nella loro lingua. Bontoft le aiuta a orientarsi con le regole – sui visti, sui documenti – che sono cambiate più e più volte dopo Brexit e appaiono inestricabili, da fuori.

Warrant, la titolare dell’altra agenzia, sostiene che gli stranieri siano in realtà venuti qui per fare i lavori che gli inglesi non volevano più fare. Il Lincolnshire per esempio è pieno di terreni fertili: qui si produce circa un terzo della verdura inglese. Nei campi e negli stabilimenti per impacchettare gli ortaggi la stragrande maggioranza dei lavoratori è est-europea. Molti di loro venivano solo per la stagione del raccolto, altri dopo Brexit sono tornati a casa.

La piazza centrale di Boston in un giorno di mercato, 17 giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)

Cuscini e tappeti in vendita al mercato di Boston, Inghilterra, 17 giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)

Con il caos dei visti, che prima di Brexit non ci volevano, il Lincolnshire ha rischiato di trovarsi a corto di manodopera per l’agricoltura. E negli accordi commerciali negoziati con gli altri paesi dopo l’uscita dall’Unione, il Regno Unito ha ottenuto condizioni identiche o lievemente peggiori dei vecchi accordi, che hanno penalizzato soprattutto agricoltori e allevatori. Tutto questo ha alimentato in molti, qui in zona, l’impressione che il paese sia governato sempre peggio dai governi Conservatori e Laburisti.

Deividas Buivydas è una delle tante persone dell’est-Europa che se ne sono andate. Fa il fotografo e l’artista visivo, è tornato in Lituania dopo la pandemia. Aveva avuto problemi col permesso di soggiorno, ma nella sua decisione non ha influito solo quello. «Sapevo di voler tornare nel mio paese d’origine, a un certo punto. Dopo Brexit c’è stato come uno scatto: non direi che non mi sentivo più il benvenuto, ma è come se avesse autorizzato alcune persone, che avevano idee pro-Brexit, a dirle a voce più alta, quand’è successa davvero».

Almeno qui a Boston, Brexit ha in effetti legittimato proposte politiche sempre più radicali, a fronte di trattative per l’uscita dall’Unione sempre più caotiche.

Una scatola con la Union Jack, la bandiera del Regno Unito, sul davanzale di una finestra (Matteo Castellucci/il Post)

Il centro di Boston, Inghilterra, 16 giugno 2026 (Matteo Castellucci/il Post)

Nel 2024 il collegio di cui fa parte Boston è stato uno dei soli cinque dove è stato eletto un parlamentare di Reform UK, il partito di Farage. Si chiama Richard Tice, è di fatto il vice di Farage. E sempre nel Lincolnshire, una delle zone più conservatrici del Regno Unito, l’anno scorso è stata eletta la prima sindaca di una vasta area amministrativa espressa da Reform.

Il comune di Boston invece è governato da una coalizione di indipendenti. Il vice sindaco è Mike Gilbert, che si professa «marxista di destra». È un indefesso sostenitore di Brexit, per ragioni di sovranità: sostiene che l’Unione Europea sia «un’idea sovietica, di coercizione spacciata per cooperazione».

L’ingresso di un pub nella via che parte dalla chiesa (Matteo Castellucci/il Post)

Ma persino a Gilbert non piace Tice, il vice di Farage, che definisce «uno che non c’entra niente con la comunità locale. È il secondo uomo più ricco del parlamento e vive metà del tempo nel sistema feudale di Dubai. Come può rappresentare le persone di Boston?». Tice in effetti si fa vedere raramente e solo per registrare brevi video, in luoghi riconoscibili del Lincolnshire, per dare traccia della sua presenza. È una cosa che dicono anche di Farage a Clacton-on-Sea, il suo collegio elettorale.

Un esempio è il video qui sotto. L’effetto è un po’ straniante, tipo quelli fatti con l’intelligenza artificiale: Tice non espone articolati punti politici, sostiene che un bar di Boston abbia dedicato un gusto di gelato a Reform e dice che lo assaggerà nonostante sia prima mattina (poi non lo fa). Nel bar in questione non c’è traccia di un gusto “Reform”, abbiamo verificato: al colore turchese del partito ne corrispondono altri due, bubblegum o under the sea.

Warman, l’ex parlamentare locale dei Conservatori, non si capacita di una cosa. «In campagna elettorale Brexit era stata presentata come la soluzione semplice a problemi complessi. Reform continua a proporre soluzioni semplicistiche a problemi che oggi sono ancora più complicati».

Eppure funziona. Anche perché nel frattempo Reform è diventato un partito sempre più strutturato e in grado di approfittare della crisi simultanea di Laburisti e Conservatori, che può accusare di non avere applicato fino in fondo il voto del referendum del 2016. Alle elezioni del 2024 Tice è stato eletto proprio al posto di Warman.

Un mercoledì di metà giugno, a Boston, è giorno di mercato. I banchi sono meno numerosi di un tempo. La maggior parte delle persone preferisce non parlare di Brexit. Una signora che ha un banco di frutta e verdura rifiuta di farsi intervistare, ma ci tiene a dire: «Solo perché lo sappiate: no, non abbiamo sofferto. Brexit è stata meravigliosa».