Quali sono questi accordi sulle basi americane che Meloni chiede a Trump di rispettare
Risalgono al 1954 e stabiliscono cosa può fare l'esercito statunitense in autonomia e quando invece serve il permesso del governo italiano

Sabato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad attaccare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e tra le altre cose le ha rinfacciato di avergli negato l’uso della base militare di Sigonella, in Sicilia, per la guerra in Medio Oriente. Meloni ha risposto con un messaggio dai toni duri, in cui ha difeso quella scelta richiamando gli accordi bilaterali sulle basi americane in Italia: «Il loro uso è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché io sarò presidente del Consiglio». Ha aggiunto che «l’Italia resta una nazione sovrana».
Il caso di Sigonella risale a venerdì 27 marzo, ma è diventato pubblico solo il 31, quando lo ha rivelato il Corriere della Sera. Il governo italiano aveva negato agli Stati Uniti la possibilità di far atterrare alla base alcuni aerei militari diretti in Medio Oriente, dove l’esercito statunitense stava bombardando l’Iran insieme a Israele. Alcuni bombardieri americani erano già in volo verso la Sicilia quando il piano di volo era stato comunicato all’Aeronautica italiana. Il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano aveva informato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva negato l’atterraggio perché gli Stati Uniti non avevano chiesto un’autorizzazione preventiva né consultato il governo italiano.
È un punto che aiuta a capire la replica di Meloni. Quando la presidente del Consiglio dice che gli accordi «non possono essere violati» non sta dicendo che l’esercito statunitense li abbia violati in senso stretto: sta piuttosto rivendicando che a decidere sull’uso di quelle basi è l’Italia, caso per caso. Lo aveva detto lo stesso governo in una nota di fine marzo: «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato».
Gli Stati Uniti hanno in Italia diverse basi militari usate dalle proprie forze armate, che si affiancano e a volte si sovrappongono a quelle della Nato. La sovranità di quei territori è italiana: significa che in quelle aree si applica la legge italiana, con alcune deroghe stabilite dagli accordi tra i due paesi. L’uso di queste basi è regolato da due accordi bilaterali firmati dai due governi nel 1954, l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement, quest’ultimo aggiornato nel 1995. Entrambi però sono coperti da segreto di Stato, quindi non è possibile sapere con certezza tutti i modi in cui possano essere violati. Il segreto di Stato li protegge tra l’altro da una legge del 1984 che prevede che tutti gli accordi internazionali siano resi pubblici.
Si sa comunque che i due accordi riguardano i limiti delle attività operative, di addestramento e logistiche delle forze armate statunitensi, e l’uso delle infrastrutture militari. Fissano anche il numero massimo di soldati statunitensi nelle basi: il limite ufficialmente non è noto, ma si sa che in Italia ce ne sono adesso circa 13mila.
Questi accordi bilaterali non vanno confusi con un altro testo che a volte viene citato a proposito delle basi: la Convenzione sullo statuto delle forze della Nato, in gergo Sofa (Status of Forces Agreement), firmata nel 1951 e ratificata dall’Italia nel 1955. Il Sofa stabilisce le regole giuridiche di base che il personale militare di un paese della Nato deve seguire sul territorio di un alleato. È un “accordo quadro” dell’Alleanza, che fissa principi generali, e non serve a capire cosa potrebbe succedere se gli Stati Uniti chiedessero di usare una loro base in Italia per una guerra. Quello dipende dai due accordi del 1954.
Sul piano logistico la distinzione tra basi Nato e basi statunitensi è sottile. Come ha spiegato l’ex segretario aggiunto della Nato Antonio Missiroli, spesso le due strutture stanno una accanto all’altra sugli stessi siti. Succede ad Aviano, in provincia di Pordenone, e a Sigonella, le basi aeree più importanti e più usate negli ultimi anni. Succede anche in ambito navale: a Napoli ci sono sia il comando navale Nato sia la Sesta Flotta degli Stati Uniti, con catene di comando separate. In altri casi le basi ospitano solo militari americani. È così per esempio a Vicenza, dove c’è una brigata aviotrasportata di circa 3mila uomini, e a Camp Darby, vicino a Pisa, un polo logistico dell’esercito statunitense.
Quello che cambia è il meccanismo che autorizza l’uso di soldati e armi. Per le forze Nato la decisione passa da Bruxelles, dove c’è la sede dell’Alleanza atlantica. Per quelle americane è il governo italiano a decidere se autorizzare operazioni dalle basi in Italia verso l’estero. In questo secondo caso il livello della decisione cambia a seconda dei casi: per attività di routine, come un rifornimento in volo o altro supporto logistico, in base agli accordi si procede in automatico; per azioni di guerra, compreso l’uso di droni armati, serve un’approvazione formale del governo.
C’è almeno un precedente in cui gli Stati Uniti hanno chiesto di usare le basi per un’operazione offensiva propria, senza la Nato. Accadde nel 2003, durante la seconda guerra in Iraq. L’Italia concesse l’utilizzo della base a patto che la destinazione finale degli aerei non fosse lo scenario di guerra e che fosse previsto uno scalo in Turchia. In quel modo si provò a salvare il principio dell’articolo 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra salvo operazioni di difesa o per mantenere la pace: due condizioni che in quel caso non c’erano.
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