Come Cuba ha deciso di aprire la sua economia al mercato
La riforma è arrivata dopo mesi di pressioni degli Stati Uniti, ma i tempi per applicarla restano incerti

Giovedì scorso Cuba ha approvato una serie di riforme che aprono l’isola al libero mercato e cambiano alcuni dei principi che dalla rivoluzione del 1959 hanno guidato la sua economia. Sono state decise dopo mesi di pressioni degli Stati Uniti e mentre il paese attraversa una grave crisi economica. Il primo ministro cubano Manuel Marrero le ha presentate all’Assemblea nazionale come un cambiamento radicale, ma per l’attuazione non ha indicato tempi precisi, e nell’immediato cambierà poco o nulla.
La riforma è molto ampia. Il testo non è stato reso pubblico, ma stando alla presentazione di Marrero prevede quella che ha definito una decentralizzazione senza precedenti dell’economia cubana, che dalla rivoluzione è controllata dallo stato in ogni suo aspetto attraverso la sua élite militare.
Se verranno attuate come sono state presentate, le riforme dovrebbero rendere più facili i rapporti tra aziende cubane e straniere, incoraggiare gli investimenti dall’estero e permettere l’apertura di banche e casse di cambio private. Gli imprenditori cubani avranno maggiore libertà nelle scelte d’impresa: per esempio potranno assumere liberamente e una stessa persona potrà possedere più di un’attività. I terreni statali potranno essere venduti ai privati.
Dall’altra parte le riforme prevedono anche una riduzione dei sussidi che finora hanno garantito alla popolazione i prodotti di base a prezzi calmierati, che torneranno a essere venduti a prezzo di mercato. Stime su quante persone a Cuba vivano in condizioni di povertà variano dal 40 a quasi il 90 per cento, ma non è un dato che si conosce con certezza per la censura del regime cubano e perché anche enti indipendenti, come la Banca Mondiale, non vi hanno accesso.

Un blackout a Cuba, marzo 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
Secondo Marrero le riforme erano necessarie a causa della crisi che sta attraversando Cuba, ma non «costituiscono una deviazione dal progetto socialista». Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha detto che il modello di riferimento sono la Cina o il Vietnam, due paesi aperti all’economia di mercato ma con orientamento socialista. In anni passati il regime aveva già fatto tentativi di apertura in questo senso, anche se meno ampi, ma con risultati deludenti e parziali.
Da mesi gli Stati Uniti stanno applicando una forte pressione sul regime cubano affinché apra la sua economia, e con l’obiettivo di rovesciarlo e instaurarne uno più amico. Finora hanno usato principalmente lo strumento della pressione economica. Da mesi bloccano l’accesso sull’isola di risorse di vario tipo, incluso il petrolio. La carenza di carburante sta causando frequentissimi blackout e sta rendendo la vita sull’isola quasi impossibile, con gravi problemi in ogni settore incluso quello medico sanitario.
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Oltre al blocco navale, a maggio gli Stati Uniti hanno approvato nuove sanzioni contro il regime cubano, che si sono sommate a quelle già esistenti, causando tra le altre cose la fuga delle aziende straniere. A giugno si sono aggiunte quelle contro il presidente Díaz-Canel e altri esponenti del regime cubano, le prime dirette verso politici e non verso il regime in generale.
Tuttavia l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro, a maggio di quest’anno, con accuse che riguardano fatti risalenti agli anni Novanta, ha indotto molti a pensare che il modello per il rovesciamento del regime cubano potesse essere un altro.
Un’incriminazione federale infatti era stata la base legale addotta dall’amministrazione per giustificare la cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, a gennaio di quest’anno, per instaurare un governo più favorevole con un’operazione militare. Sempre in Venezuela l’operazione militare era stata preceduta da un blocco navale e da tentativi – falliti – di negoziati (anche Cuba e Stati Uniti stanno negoziando).
Per il momento, però, è improbabile che gli Stati Uniti intervengano militarmente sull’isola, soprattutto perché le loro risorse militari sono concentrate sulle guerre in Medio Oriente, dove un accordo duraturo potrebbe essere ancora lontano.
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