Molti tifosi africani non riescono ad andare a vedere i Mondiali
Perché hanno problemi con i visti, soprattutto per entrare negli Stati Uniti; e difficoltà simili le hanno anche i giornalisti
di Valerio Moggia

Nella notte italiana tra mercoledì e giovedì centinaia di tifosi del Ghana hanno festeggiato in giro per Toronto la vittoria della loro nazionale contro Panama ai Mondiali maschili di calcio. Il Ghana è una delle squadre africane che possono fare affidamento sul maggior numero di sostenitori durante il torneo: ci sono oltre 30mila ghanesi in Canada, per la maggior parte in Ontario, dove si trova Toronto.
Le comunità della diaspora, cioè di persone che già vivono in Nord America, sono diventate importanti per le squadre africane in questi Mondiali. I tifosi che abitano in Africa infatti hanno avuto molte difficoltà per ottenere un visto turistico, soprattutto per gli Stati Uniti, ma anche per il Canada. L’amministrazione di Donald Trump ha imposto col tempo diversi limiti all’accesso, e i paesi africani sono decisamente quelli più colpiti. Le restrizioni stabilite nel 2025 riguardano 40 paesi, 26 dei quali africani.
Questi provvedimenti non sono ovviamente legati ai Mondiali di calcio, ma hanno avuto conseguenze sull’evento, soprattutto per Senegal e Costa d’Avorio, i due paesi africani inclusi nel nuovo travel ban (le limitazioni al viaggio negli Stati Uniti imposte nel 2025 da Trump) che hanno la propria nazionale qualificata al torneo. «Gli Stati Uniti sono stati chiari con noi: non vogliono vedere i nostri tifosi» aveva detto ad AFP Julien Kouadio Adonis, presidente del Comité National de Soutien aux Eléphants, l’organizzazione dei tifosi della Costa d’Avorio.
Il capitano del Senegal, Kalidou Koulibaly, nell’intervista successiva all’esordio del 16 giugno ha detto: «Penso che ogni squadra debba avere i propri tifosi, non capisco perché solo le africane non possano averli». Koulibaly ha spiegato che la Federazione calcistica senegalese (FSF) è riuscita a ottenere i visti per i familiari più stretti dei giocatori, ma molti altri tifosi non hanno potuto seguire la squadra in Nord America. Prima della partita del 16 giugno anche l’allenatore Pape Thiaw aveva affrontato l’argomento dicendo di confidare nel sostegno della comunità senegalese locale: ci sono circa 20mila senegalesi a Manhattan, vicino a dove la squadra ha giocato contro la Francia e giocherà anche la partita successiva contro la Norvegia, il 22 giugno.
Anche i partecipanti stessi ai Mondiali hanno avuto problemi. Il somalo Omar Artan è diventato il primo arbitro tra quelli selezionati dalla FIFA, che governa il calcio mondiale e ne organizza i Mondiali, a cui è stato negato l’ingresso in un paese organizzatore: anche il suo paese d’origine, la Somalia, è incluso nel travel ban di Trump. Tre giocatori hanno inizialmente avuto problemi con i visti, e due di loro hanno origini africane: il marocchino Zakaria El Ouahdi e lo svizzero Breel Embolo, che è nato in Camerun.

Tifosi del Senegal guardano la partita contro la Francia a Dakar (Cem Ozdel/Anadolu via Getty Images)
C’è stato poi il caso di Vozinha, il portiere di Capo Verde, che ha raccontato ai media che sua madre non aveva chiesto il visto per gli Stati Uniti a causa del costo elevato. All’inizio del 2026 l’amministrazione statunitense ha infatti imposto cauzioni da 5mila a 15mila dollari per i richiedenti del visto turistico provenienti da 50 paesi, 30 dei quali africani (e 5 dei quali partecipanti ai Mondiali). A maggio questo provvedimento è stato sospeso nei confronti dei tifosi, quando ormai c’era pochissimo tempo per ottenere il visto e per organizzare un viaggio lungo e costoso. Dopo il caso nato in seguito al debutto di Capo Verde, in cui Vozinha si è fatto notare grazie a un’ottima prestazione, gli Stati Uniti hanno deciso di concedere il visto a sua madre, che assisterà dal vivo alla prossima partita contro l’Uruguay.
Non sono però solo i tifosi africani a dover affrontare situazioni complicate per poter assistere alle partite dei Mondiali, ma anche i giornalisti. A inizio giugno l’associazione internazionale dei giornalisti sportivi AIPS denunciava i problemi con i visti per numerosi rappresentanti dei media, in particolare africani e iraniani. La questione riguarda il tipo di visto concesso, che è a singola entrata: significa che questi giornalisti non possono lasciare gli Stati Uniti in caso di trasferta delle loro squadre in Canada e in Messico, gli altri due paesi organizzatori dei Mondiali, perché poi non avrebbero più diritto a rientrare negli Stati Uniti.
«Ci occupiamo principalmente della squadra del Senegal, ma dobbiamo seguire l’intero Mondiale» ha spiegato a Le Monde Abdoulaye Thiam, il presidente dell’associazione della stampa sportiva senegalese. RTS, la più importante emittente radiotelevisiva del paese, ha un inviato negli Stati Uniti, Ibrahima Mboup, che deve seguire le prime due partite della squadra, ma la terza, a Toronto contro l’Iraq, dovrà essere commentata dai suoi colleghi rimasti a Dakar.
L’accesso ai paesi ospitanti varia, però, da caso a caso, creando una grande disparità nel trattamento dei giornalisti a seconda della provenienza. I giornalisti della Repubblica Democratica del Congo sono stati del tutto esclusi dagli Stati Uniti e dal Canada a causa dell’epidemia di ebola, mentre quelli ivoriani hanno ricevuto visti a doppia entrata. I giornalisti di altri paesi – Ghana, Tunisia e Marocco – hanno invece ottenuto pieno accesso.
Tifosi della Repubblica Democratica del Congo (Stringer/Anadolu via Getty Images)
Tutte queste situazioni hanno generato delle polemiche contro la CAF, l’organizzazione che governa il calcio africano, accusata di non aver fatto nulla per difendere i diritti dei tifosi e dei giornalisti locali. Una delle critiche più dure è stata quella dell’esperto di diritti umani Abdullahi Boru Halakhe, pubblicata lo scorso maggio su Al Jazeera, secondo cui la CAF si sarebbe «piegata ai governi più potenti» e avrebbe «chiuso un occhio sulla disuguaglianza, sulla discriminazione e sull’ingiustizia».
Le accuse riguardano soprattutto il presidente della CAF, l’imprenditore sudafricano Patrice Motsepe, che è uno stretto alleato del presidente della FIFA, Gianni Infantino. Motsepe è anche un ammiratore di Donald Trump: durante il World Economic Forum di Davos del 2020 disse pubblicamente che tutta l’Africa «amava» Trump. Successivamente si scusò per quell’affermazione, ma la sua vicinanza ai due uomini più potenti tra gli organizzatori dei Mondiali lo ha reso molto criticato in questo periodo.



