Si può fare qualcosa per la soglia dell’attenzione?

I consigli contro le distrazioni servono, ma fino a un certo punto, e far credere che sia solo questione di volontà è parte del problema

Tre persone in una sala della biblioteca
Tre persone in una sala della biblioteca presidenziale turca ad Ankara, in Turchia (Volkan Furuncu/Anadolu Agency/Getty Images)
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Recentemente il comico e creator Mattia Alfieri ha scritto su Instagram di aver realizzato una cosa piuttosto paradossale su come impiega il proprio tempo. «Ho pensato “basta scrollare, d’ora in poi piuttosto fisso un po’ il vuoto”», ha scritto dopo essere rimasto troppo a scorrere i social dallo smartphone. Si è accorto così «di essere arrivato al punto in cui fissare il vuoto mi farebbe sentire più produttivo».

La sensazione ambivalente di trarre gratificazione instantanea ma anche di buttare via del tempo inutilmente, quando si usano i social media, è un’esperienza comune, così come lo è la percepita difficoltà a rimanere a lungo senza stimoli digitali, concentrati solo sui propri pensieri. La maggior parte delle persone è consapevole di quanto sia distratta nelle sue attività, anche al lavoro, da contenuti brevi pensati per il suo intrattenimento e stimoli che riceve continuamente da vari dispositivi, in particolare lo smartphone.

Secondo gli esperti, smartphone e social media sono tra i fattori più influenti nella progressiva riduzione della soglia dell’attenzione della popolazione, un argomento dibattuto da decenni, e che è sempre più spesso tenuto in considerazione nelle scelte di aziende e istituzioni, come un fatto inesorabile.

Gran parte dell’intrattenimento, della produzione culturale e anche della comunicazione pubblica e politica si è evoluta adattandosi a un’attenzione sempre più ridotta e frammentata. E questo ha alimentato un circolo vizioso: l’attenzione è una risorsa sempre più limitata, i contenuti sono sempre più brevi e sensazionalistici per cercare di attirarla.

La durata media delle canzoni pop è diminuita. Youtuber e podcaster eliminano le pause in fase di montaggio, per abbreviare i loro contenuti. Le piattaforme che li distribuiscono permettono di ascoltarli a velocità doppia. I responsabili dello sport motoristico più famoso al mondo hanno introdotto corse brevi dette “sprint race”. La più grande piattaforma di streaming di film e serie chiede agli sceneggiatori, in alcuni casi, di usare i dialoghi per far ripetere ai personaggi un riassunto della trama, per gli spettatori che seguono film e serie facendo altro.

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Secondo Gloria Mark, psicologa e ricercatrice della Columbia University che studia da oltre vent’anni l’interazione tra tecnologie e attenzione, la capacità di concentrazione è diminuita gradualmente, sulla base di misurazioni oggettive. Nel 2004, il tempo in cui le persone rimanevano concentrate davanti a uno schermo prima di passare a un’altra attività era in media di due minuti e mezzo; nel 2012, lo stesso valore era un minuto e 15 secondi; dopo la pandemia, è sceso a 47 secondi. Sono dati peraltro compatibili con i risultati di analisi e sondaggi secondo cui i video di TikTok che durano meno di un minuto ottengono il maggior numero di visualizzazioni e più interazioni rispetto a quelli di un minuto o più lunghi.

Un gruppo di persone sedute lungo una scala

Un gruppo di persone nella biblioteca centrale Oodi a Helsinki, Finlandia (Sergei Gapon/Anadolu Agency/Getty Images)

Quando si parla di riduzione della capacità di attenzione di solito si fa riferimento all’“attenzione prolungata”, la capacità di mantenere la concentrazione per un lungo periodo di tempo su una singola attività: leggere un romanzo, per esempio. Nel suo libro del 2017 L’impensato. Teoria della cognizione naturale, la ricercatrice Katherine Hayles associa alla diffusione delle tecnologie digitali un passaggio dall’attenzione prolungata all’“iper-attenzione”, un tipo di attenzione rivolta a più flussi di informazione.

Non è possibile però concentrarsi su più di un compito alla volta, spiega Hayles, perché la parte della coscienza responsabile della concentrazione è come un riflettore: è possibile spostarlo rapidamente, ma illumina una sola cosa alla volta. E diverse ricerche mostrano che le persone impiegano più tempo a completare un’attività e passare a quella successiva, non meno, quando adottano un approccio multitasking al lavoro. Che è un approccio quindi meno efficiente ma ugualmente dispendioso, perché sia l’attenzione prolungata sia l’iper-attenzione attingono alle stesse risorse individuali: una grande quantità di glucosio e ossigeno richiesta dal cervello.

Internet, gli smartphone e i social media sono spesso citati come un fattore determinante nel passaggio all’iper-attenzione: non perché abbiano introdotto nuove distrazioni e forme di intrattenimento, ma perché hanno reso estesamente disponibili quelle già introdotte dalla televisione. Il giornalista Derek Thompson ha scritto che i social media sono diventati di fatto una tv onnipresente, sempre a portata di mano. E la caratteristica distintiva della televisione rispetto ai mezzi precedenti, secondo il sociologo gallese Raymond Williams, è aver spostato la cultura da prodotti unitari e circoscritti – un libro, un film, un’opera teatrale – a un flusso ininterrotto di immagini e suoni. Un flusso verso cui diversi media e forme di intrattenimento stanno convergendo da tempo, ha aggiunto Thompson.

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È per questo motivo che molti dei consigli condivisi da specialisti e studiosi per evitare le distrazioni e rimanere concentrati più a lungo riguardano lo smartphone e suonano sempre più ovvi. C’è chi consiglia di usare delle app che bloccano l’accesso ad altre app, e chi preferisce riporre lo smartphone in scatole con la chiusura a tempo.

In generale è piuttosto condiviso il suggerimento di tenerlo comunque lontano, perché averlo a portata di mano può indurre a soddisfare curiosità o bisogni estemporanei del tutto slegati dall’attività in corso. Uno studio molto citato del 2023, su un gruppo di persone di età compresa tra 20 e 34 anni, mostrò che la semplice presenza dello smartphone nella stanza, capovolto e distante da ciascun partecipante, peggiorava i risultati in diversi test di concentrazione e attenzione.

Una donna usa lo smartphone seduta da sola in una sala della biblioteca

Una persona usa lo smartphone nella biblioteca comunale di Jerez de la Frontera, in Spagna (Xurxo Lobato/Getty Images)

Un altro consiglio per tenere alta la concentrazione è fare pause regolari e frequenti, in cui dedicarsi a brevi attività fisiche che non prevedono l’uso di schermi: camminare, parlare con qualcuno, suonare uno strumento musicale, fare esercizio fisico. Anche una passeggiata di venti minuti all’aria aperta, secondo Mark, può aiutare a pensare con più chiarezza. E funziona anche con i bambini, secondo alcune insegnanti di una scuola elementare a Toledo, in Ohio. Al Washington Post hanno detto che quando notano un calo dell’attenzione in classe chiedono agli alunni di alzarsi dai banchi e fare una decina di saltelli: un tipo di pausa che i bambini in genere apprezzano.

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Molti ricercatori, psicologi ed esperti concordano però sul fatto che la fatica a rimanere concentrati a lungo non dipenda soltanto, né principalmente, dalla forza di volontà individuale. Da anni quasi ogni aspetto della quotidianità è progettato e strutturato per attirare l’attenzione, e gli smartphone lo fanno anche attraverso tecniche che fanno leva su istinti umani fondamentali, come l’attrazione verso luci e suoni collegati a stimoli appaganti. Nessuno è obbligato a usare lo smartphone o i social media, ma molti utenti che lo fanno hanno l’impressione che la loro attenzione sia rubata.

«In un certo senso, è così. Le aziende tecnologiche hanno trasformato l’attenzione in una merce da cui trarre profitto, eppure la maggior parte delle masse che scorrono i feed non riesce a ricavare nemmeno una minima parte del valore generato dai propri occhi», ha scritto di recente l’Atlantic. Mentre nell’economia tradizionale le persone lavoravano in cambio di soldi, in quella dell’attenzione «non vendono realmente la loro merce – la loro attenzione – ma la regalano o la barattano» in cambio di intrattenimento e foto dai colleghi e dagli amici.

Una fila di ragazze che usano lo smartphone poggiate su una transenna vicino al palco

Il pubblico in attesa di un concerto della cantante statunitense Madison Beer al Metropol a Berlino, in Germania, il 23 aprile 2022 (Adam Berry/Redferns)

Molte persone che si distraggono in questo modo sono spesso portate anche a colpevolizzarsi perché si sentono responsabili delle loro distrazioni. Ma far credere che la capacità di concentrazione dipenda unicamente da una scelta individuale e dalla propria forza di volontà è parte di una strategia di convenienza delle aziende tecnologiche. È uno degli argomenti principali del libro L’attenzione rubata dello scrittore e giornalista inglese Johann Hari.

Non potendo più negare la crisi evidente dell’attenzione, scrive Hari, le aziende tecnologiche spingono a considerarlo un problema che può essere risolto con un maggiore autocontrollo. È per questo motivo che smartphone e social media includono da tempo funzioni e modalità – come “Non disturbare” e altre equivalenti – che permettono di limitarne l’utilizzo. Ma quasi nessuno che sia nel mercato dell’attenzione desidera davvero che gli utenti la dedichino ad attività concorrenti. E nessuna azienda tecnologica si rammarica che la maggioranza degli utenti non disattivi le notifiche e non utilizzi sistemi per limitare le funzioni dei propri dispositivi.

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Promuovere l’autocontrollo come approccio virtuoso è una forma di ciò che Lauren Berlant, storica e critica culturale americana, definiva «ottimismo crudele»: per un problema complesso e radicato nella cultura (come l’obesità o le dipendenze) viene proposta una soluzione individuale e semplicistica. «Sembra ottimistica, perché state dicendo alle persone che il problema può essere risolto, e in breve tempo; ma, in realtà, è crudele, perché la soluzione che state offrendo è talmente limitata e cieca riguardo alle cause più profonde che per la maggior parte delle persone fallirà», scrive Hari.

Citare singoli casi di successo fa parte di questo approccio: perché sono casi eccezionali, presentati come se fossero normali. Anche i libri di diete sfruttano lo stesso approccio: sono rivolti all’individuo, ma di solito ignorano il fatto che viva in una società, in una cultura e in un ambiente che favoriscono alcuni suoi comportamenti e non altri. Comportarsi diversamente è possibile, e alcuni ci riescono, scrive Hari, ma «è come cercare di risalire di corsa una scala mobile che sta scendendo»: «la maggior parte di noi si ritroverà ai piedi della scala, con la sensazione che sia colpa sua».

Secondo Hari, qualsiasi soluzione credibile e duratura del problema dell’attenzione richiederebbe necessariamente un cambiamento del modello di business delle aziende che competono nel mercato dell’attenzione. Non è detto che funzioni, ma gli abbonamenti, la proprietà pubblica o altri modelli imprenditoriali potrebbero ridurre gli incentivi dei social media a tenere gli utenti online più a lungo di quanto desiderino e quelli dei media in generale «a stipare più roba nella stessa quantità di tempo» rendendo i loro contenuti sempre più brevi e sensazionalistici.

Ma se le aziende applicassero questi cambiamenti, scrive Hari, perderebbero enormi quantità di soldi. Che, alla fine della fiera, è il motivo per cui «nel contesto della loro attuale struttura economica, non possono fare ciò che è più giusto nei confronti della vostra capacità di concentrazione o della società in generale».