Cos’è esattamente il caporalato
È un sistema che controlla molti aspetti della vita quotidiana dei lavoratori sfruttati, in continua espansione perché conviene quasi a tutti

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e di organizzazione dei lavoratori, basata sullo sfruttamento del lavoro. È tradizionalmente diffuso nel settore dell’agricoltura, in particolare nel sud Italia: ma ormai da alcuni anni si è esteso in tutto il paese, anche in altri settori dove vengono utilizzati lavoratori a basso costo come l’edilizia, la logistica, i trasporti e il settore tessile. In un certo senso si può dire che sia un triste caso di successo dell’economia italiana degli ultimi anni.
Avviene attraverso intermediari, i “caporali” appunto, che forniscono alle aziende le persone di cui hanno bisogno, facendole assumere con contratti in nero o in grigio, cioè per un numero di ore molto più basso di quelle effettivamente lavorate.
I caporali guadagnano sull’intermediazione – cioè per aver trovato i lavoratori — ma anche sul trasporto, e in molti casi gestiscono anche gli affitti delle abitazioni e i pasti. Negli ultimi anni, con il decreto flussi, hanno organizzato delle reti di reclutamento all’estero, guadagnando molto sui viaggi e sulla promessa di una regolarizzazione una volta che i lavoratori sono arrivati in Italia. La caratteristica specifica dei caporali è proprio questa: non sono semplici intermediari ma controllano la vita quotidiana dei lavoratori, sotto moltissimi aspetti.
Gli imprenditori si trovano così una manodopera immediatamente disponibile, a basso costo e che possono sfruttare a loro piacimento: ponendo anche una distanza fra sé e i lavoratori, utile in caso di indagini per poter sostenere di non conoscere esattamente le loro condizioni di lavoro.
In Italia non esiste un reato specifico di caporalato, ma si fa riferimento a quello di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, articolo 603 bis del codice penale, punito con la reclusione da uno a sei anni e con una multa che va dai 500 ai 1.000 euro per ogni lavoratore sfruttato. Fino a dieci anni fa si applicava solo alle persone che reclutano la manodopera, cioè ai caporali veri e propri. Poi, nel 2016, dopo una lunga campagna di pressione di associazioni, partiti politici del centrosinistra e sindacati, fu approvata una legge che estese la responsabilità anche agli imprenditori che utilizzano i lavoratori reclutati dai caporali e li sfruttano a loro volta.

Migranti impiegati nelle aziende vitivinicole del senese pronti a partire con il pullmino di un caporale ad Arcidosso, in Toscana, 2 ottobre 2025 (Angelo Mastrandrea/il Post)
La legge prevede che i magistrati possano anche disporre il controllo giudiziario dell’azienda, nominando un amministratore giudiziario per interrompere o impedire le attività illecite. Questa norma è stata applicata in diverse indagini giudiziarie che hanno riguardato grandi marchi della moda. In estrema sintesi, i brand sono stati commissariati anche solo per aver stipulato contratti di fornitura con aziende terze che utilizzavano direttamente manodopera reclutata in maniera illegale, e sfruttavano i lavoratori o si appoggiavano a loro volta a ulteriori piccole ditte che lo facevano.
Sono state indagate anche alcune grandi aziende delle consegne: a febbraio la procura di Milano ha commissariato la piattaforma Foodinho, che gestisce attraverso un algoritmo i 40mila fattorini che lavorano per la multinazionale Glovo.
L’ultimo caso è quello della Caddell Construction, la società che stava costruendo il nuovo consolato americano a Milano, che secondo l’accusa avrebbe utilizzato lavoratori reclutati in maniera illegale da un’altra società in India, portati in Italia e fatti lavorare in condizioni di sfruttamento. I pubblici ministeri Mauro Clerici e Paolo Storari hanno anche indagato per caporalato il manager della società Ulas Demir.
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Una delle caratteristiche principali del caporalato è che si trasforma continuamente, adeguandosi alle leggi e ai cambiamenti tecnologici. Ad esempio, sfruttando il decreto flussi, ora i caporali non si limitano a organizzare la manodopera in Italia ma vanno a reclutarla all’estero, lucrando anche sul viaggio. Fanno arrivare i lavoratori in Italia con la connivenza di aziende e professionisti, poi li lasciano in una condizione di irregolarità che consente di sfruttarli più facilmente.
Il Post ha raccontato il ruolo dei «dalal», gli intermediari che gestiscono il traffico dei migranti da Bangladesh e Pakistan verso la Campania. Reclutano le persone promettendo che troveranno loro un impiego in Italia, facendosi pagare fino a 15mila euro. Passano quindi le informazioni a diversi commercialisti italiani, che ricevono i dati degli aspiranti lavoratori. Nel giorno del click day, quando il ministero dell’Interno apre il portale per la presentazione delle richieste, entrano nel sistema simultaneamente grazie a decine di presta-Spid, cioè persone che prestano la loro identità e si fingono titolari di un’azienda. Se la domanda viene accolta, la somma pagata viene trattenuta: altrimenti prendono solo qualche centinaio di euro.
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Un rapporto dell’associazione Terra! sul caporalato in agricoltura nel nord Italia mostra bene come il caporale non sia solo la persona che recluta i braccianti per strada. Ad esempio, nel settore agricolo gli intermediari prendono in appalto alcune lavorazioni, specialmente nei periodi di picco stagionale, sottopagando i lavoratori. Costituiscono «aziende senza terra» o finte cooperative che assumono i lavoratori, o aprono la partita Iva per trasportarli con i pullmini. Questo fenomeno è molto diffuso nel centro-nord Italia. Il Post ha incontrato diversi imprenditori «senza terra», che lavoravano per aziende vitivinicole in Toscana o nelle campagne del Veneto.
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Al sud invece è ancora molto diffuso il caporalato tradizionale, più informale e spesso controllato dalle organizzazioni criminali. L’unico sopravvissuto della strage di Amendolara, l’afghano Taj Mohammed Alamyar, ha detto che «mafia italiana e mafia pakistana stanno insieme».
Al contempo però il caporale si può anche considerare l’ultimo anello della catena: spesso è anche il caposquadra, cioè una persona che vive e lavora con i lavoratori e che in parte si trova a sua volta in condizione di sfruttamento. Di solito è un connazionale, che è in Italia da molti anni e che con i soldi messi da parte magari ha comprato un pullmino. Organizza i gruppi di lavoratori, contatta le aziende e porta i lavoratori nei campi. A volte guadagna solo sull’intermediazione e sul trasporto, in altri casi gestisce anche il vitto e l’alloggio, spesso trattenendo le carte prepagate dove vengono versate le paghe.
È il caso dei due pakistani che hanno bruciato vivi quattro migranti il primo giugno ad Amendolara, in Calabria. Il proprietario dell’azienda agricola in cui erano impiegati, Rocco Zuccarella, ha detto al Post che si erano presentati tutti insieme per la raccolta delle fragole. Vivevano nella stessa abitazione e andavano al lavoro con il minivan di proprietà di uno dei due capisquadra, che tratteneva dalle paghe i soldi per l’affitto, per il trasporto e per il cibo.

Il distributore di benzina ad Amendolara, in Calabria, dove due caporali pakistani hanno bruciato vivi in un minivan quattro lavoratori, 18 giugno 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il fenomeno del caporalato è molto antico: nel sud Italia esiste dalla fine della Seconda guerra mondiale e per lungo tempo ha riguardato gli italiani che cercavano lavoro nelle campagne o negli allevamenti. Per molto tempo è stato socialmente accettato, anche dagli stessi lavoratori.
Giovanni Ferrarese, un ricercatore dell’Università di Salerno che ha scritto una storia del caporalato, racconta che sua mamma e sua zia, che negli anni Settanta e Ottanta andavano a lavorare nei campi della piana del Sele, in provincia di Salerno, «non percepivano il caporale come tale, ma come un semplice guidatore del bus che le portava al lavoro». Il caporale a sua volta si considerava un autista, «e lo sfruttamento, il guadagno minimo, la costrizione, le forme di violenza, in gran parte venivano edulcorate».
Poi, dall’inizio degli anni Duemila, con l’aumento dei migranti nelle campagne gli sfruttatori italiani cominciarono a utilizzare come autisti persone degli stessi paesi di provenienza dei lavoratori. Lo scrittore e saggista Alessandro Leogrande ha scritto che il cambiamento cominciò nel 2007, quando con l’apertura delle frontiere europee verso est i caporali italiani cominciarono ad assumere dei sotto-caporali polacchi nel ruolo di mediatori. Negli anni queste persone hanno comprato dei loro pullmini e si sono messe in proprio. Hanno poi cominciato a gestire l’intera vita di queste persone: i lavoratori infatti «devono trovare un alloggio, o pagare la ricarica del telefonino. Il caporale monetizza ogni aspetto della loro vita», spiega Ferrarese.
Secondo i sindacati, la causa principale del caporalato in agricoltura è l’assenza di un incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro: gli imprenditori che hanno bisogno di operai giornalieri o stagionali non sanno dove cercarli e i lavoratori non sanno come fare a trovare un’azienda. I caporali fanno da intermediari, appunto.
Fino a qualche anno fa il processo di reclutamento avveniva in maniera informale: i caporali giravano di notte, per strada, a reclutare i lavoratori. Ora tutto avviene attraverso i social network e i gruppi WhatsApp. Spesso le persone che finiscono in queste chat si trovano nei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), dove sono ospitati i richiedenti asilo e dove non esistono percorsi strutturati di integrazione, oppure nelle baraccopoli di periferia che si trovano soprattutto nelle campagne pugliesi e calabresi.

La navetta del comune di Cassano all’Ionio che porta i migranti al lavoro, 5 giugno 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Per contrastare il caporalato in agricoltura, l’Inps ha istituito la Rete del lavoro agricolo di qualità, che certifica le aziende che garantiscono canali di assunzione trasparenti e sicuri. Sono nate anche alcune iniziative dal basso, come la rete No Cap, a cui aderiscono delle aziende che garantiscono una filiera trasparente, e il progetto Spartacus, finanziato da alcune fondazioni e dall’8 per mille della Chiesa valdese, che garantisce ai migranti un lavoro regolare e un alloggio.
Alcuni comuni, come Cassano all’Ionio in Calabria e Portomaggiore in provincia di Ferrara, hanno organizzato delle navette per portare i migranti al lavoro. Il comune di Castelguglielmo, in provincia di Rovigo, alla metà di giugno ha firmato un accordo con la Regione Veneto per dare degli alloggi ai migranti che raccolgono il radicchio nelle campagne della zona: sarà finanziato con 1,6 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), presi dai 200 milioni che dovevano servire al «superamento dei ghetti» come quelli di Borgo Mezzanone in Puglia e di San Ferdinando in Calabria e che non sono stati spesi.
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