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  • Mercoledì 17 giugno 2026

E quindi lo stretto di Hormuz?

Per ora poche navi lo attraversano, in attesa di maggiori certezze, e anche con l'accordo la ripresa effettiva della circolazione non sarà immediata

Navi ferme nel golfo di Oman lungo le rotte verso lo stretto di Hormuz, il 16 giugno 2026 (AP Photo)
Navi ferme nel golfo di Oman lungo le rotte verso lo stretto di Hormuz, il 16 giugno 2026 (AP Photo)
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Quando Trump domenica ha annunciato l’accordo per la fine della guerra con l’Iran, ha scritto sui social: «Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!». L’effetto immediato promesso era la riapertura dello stretto di Hormuz e quindi la ripresa della circolazione delle petroliere e delle navi cargo che trasportano gas naturale. Al momento non è cambiato molto: circa 580 navi sono bloccate nello stretto, e i transiti sono molto ridotti. Meno di una decina di navi ha attraversato lo stretto ogni giorno dall’annuncio dell’accordo, un numero simile a quello delle scorse settimane, quando qualche petroliera passava in transiti segreti favoriti da segnalatori di posizione spenti, trattative o scorte militari.

Tutti i responsabili delle compagnie di navigazione hanno chiarito che servirà più tempo per avere la certezza di un transito sicuro. Ci sono problemi tecnici, economici e organizzativi da superare, ma soprattutto armatori e compagnie assicurative devono avere fiducia che l’accordo regga. Un segnale importante sarà quando le petroliere attraverseranno lo stretto con le cisterne vuote per entrare nel Golfo Persico e rifornirsi dai paesi che ci si affacciano, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: questo permetterà anche alla produzione di riprendere, dato che i paesi avranno la certezza di poter smaltire il petrolio. Ma per tornare alla normalità, anche se tutto dovesse procedere senza intoppi, serviranno molti mesi. E la nuova normalità potrebbe comunque non essere la situazione precedente alla guerra.

Alcune navi ancorate nello stretto di Hormuz al largo di Bandar Abbas, Iran, l’11 giugno 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)

La prima scadenza che le compagnie di trasporto osservano è quella di venerdì 19 giugno: solo allora il memorandum sarà firmato e si trasformerà in un accordo, per quanto incompleto e di fatto limitato ai successivi 60 giorni. Allora lo stretto di Hormuz sarà ufficialmente aperto, almeno sulla carta.

Jotaro Tamura, a capo di Mitsui OSK Lines, il più grande operatore di petroliere al mondo, ha detto al Financial Times che l’accordo «deve essere concreto e tradursi in situazioni reali nello stretto di Hormuz prima che le compagnie di navigazione possano fidarsi a passare».

Ad aprile il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato “aperto” lo stretto, ma solo un giorno dopo era stato smentito dai Guardiani della Rivoluzione, il corpo armato più potente dell’Iran e quello che di fatto comanda nel paese. Trentatré navi che avevano iniziato l’attraversamento dovettero fare una repentina inversione di rotta, alcune dopo aver subìto attacchi. In questa occasione la maggior parte sarà molto prudente.

Bisognerà anche sminare le acque dello stretto: esistono al momento due rotte praticabili e apparentemente libere da mine, una a nord, vicino alle coste dell’Iran, e una a sud, vicino a quelle dell’Oman. Le petroliere possono percorrerle solo a velocità molto ridotta e al momento queste rotte costituiscono una strettoia che non permette una circolazione normale. In più solo dopo un effettivo sminamento le compagnie di assicurazione potrebbero ridurre in modo sensibile le loro tariffe, oggi così alte da scoraggiare le navi dal mettersi in viaggio.

Altri problemi tecnici riguardano le condizioni delle navi ferme da mesi nelle acque del Golfo Persico, con scafi coperti di molluschi e crostacei, e il «disordine delle flotte», come lo ha definito Amin Nasser, direttore esecutivo di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera saudita. Le petroliere sono state dirottate su rotte alternative o fermate in porti lontani: dovranno essere raggruppate e riportate nella regione.

Lo stretto di Hormuz visto da Bandar Abbas, Iran, l’11 giugno 2026 (Razieh Poudat/ISNA via AP)

Esistono poi due grosse incognite politiche che possono condizionare il ritorno alla circolazione normale: la prima è la tenuta dell’accordo, la seconda è la questione dei pedaggi che dall’inizio della guerra l’Iran chiede ad alcune navi che vogliono attraversare lo stretto. Trump ha assicurato che dopo l’accordo la navigazione sarà sempre libera, l’Iran ha invece specificato che lo sarà per 60 giorni e che poi verrà istituita una «tassa» per le spese di gestione del transito nello stretto. Spese ulteriori, metodi di pagamento, possibili problemi con le sanzioni ancora in vigore sono incognite che condizioneranno i piani delle compagnie di trasporto.

Alcuni esperti fanno notare che dopo gli attacchi del 2023 alle navi in transito nel mar Rosso da parte degli Houthi, un gruppo armato attivo in Yemen e alleato dell’Iran, il traffico su quella rotta è rimasto dimezzato rispetto al passato.

Se anche il transito dovesse riprendere in modo libero e fluido, il petrolio non «scorrerà» subito come prima della guerra. Secondo alcune società di consulenza del settore circa 10mila dei 36mila pozzi della regione sono attualmente operativi: la maggior parte dei restanti è stata fermata per l’impossibilità di smaltire il petrolio prodotto, mentre altri sono stati danneggiati dagli attacchi iraniani e serviranno mesi o anni per ripararli. Riprendere le attività non è immediato e dipende dai tipi di pozzi.

Secondo la società di investimenti Morgan Stanley la produzione di gas e petrolio nella regione tornerà al 50 per cento dei livelli pre-guerra a settembre, e a dicembre all’80 per cento. La guerra potrebbe poi aver cambiato l’economia dei paesi del Golfo in modo difficilmente reversibile: molti paesi stanno già cercando fornitori alternativi per diversificare e non essere così dipendenti da una regione che potrebbe rimanere instabile. Sono stati avviati alcuni progetti di oleodotti per continuare le esportazioni anche senza usare lo stretto di Hormuz, e le compagnie petrolifere hanno aumentato i loro investimenti in altri paesi produttori di gas e petrolio, come la Libia o la Nigeria.

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