Ora le aziende di AI vogliono rassicurarci che andrà tutto bene
I CEO si sono resi conto che le previsioni dirompenti e apocalittiche non aiutano più gli affari

L’idea che un imprenditore parli apertamente delle conseguenze apocalittiche che possono avere i suoi stessi prodotti poteva sembrare strana fino a pochi anni fa, eppure è diventata la normalità nell’ambito dell’intelligenza artificiale (AI): a lungo i CEO delle aziende del settore hanno fatto a gara a chi prevedeva gli effetti più dirompenti e anche catastrofici dei propri prodotti, arrivando a parlare con disinvoltura del rischio di estinzione per l’umanità o della possibilità che milioni di persone rimangano senza reddito.
Le previsioni più allarmiste hanno riguardato infatti il mercato del lavoro, considerato il più esposto al rischio di automazione. «I lavori spariranno, non c’è dubbio», disse nel 2023 Sam Altman, capo di OpenAI, all’Atlantic. Una posizione condivisa da Dario Amodei, capo di Anthropic, secondo il quale la metà dei lavori di livello base potrebbe sparire nei prossimi cinque anni, e da Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, che lo scorso febbraio aveva previsto che il lavoro d’ufficio di avvocati, contabili e addetti al marketing sarebbe stato «completamente automatizzato dall’AI nei prossimi 12-18 mesi».
Nelle ultime settimane, però, le aziende del settore AI hanno ridimensionato le loro previsioni, spesso minimizzando le conseguenze che queste tecnologie avranno sull’occupazione. «Sono lieto di essermi sbagliato», ha detto Altman in un recente evento organizzato dalla Commonwealth Bank of Australia. «Pensavo che ci sarebbe stato un impatto maggiore sull’eliminazione dei lavori di livello base, rispetto a quanto è effettivamente accaduto». Anche Suleyman in un’intervista rilasciata questo mese al sito The Verge ha specificato che quando parlava dell’automazione dei lavori si riferiva ai “task”, cioè i singoli compiti, non a professioni intere.
Questo improvviso cambiamento si deve soprattutto all’esigenza, da parte del settore, di rimediare a un problema comunicativo che sta danneggiando la sua reputazione. L’approccio finora adottato dalle aziende che sviluppano AI, infatti, fatto di comunicati allarmanti, ha contribuito a rendere questa tecnologia inquietante e sgradita agli occhi di molti. «Penso che le persone [ne] abbiano paura perché è qualcosa di poco definito, e viene spesso presentato come una nuvola grigia inevitabile e minacciosa che incombe sulle loro teste», ha detto Suleyman a The Verge.
Secondo un sondaggio realizzato lo scorso marzo dalla rete televisiva NBC, le aziende del settore hanno la popolarità più bassa tra quelle registrate, peggiore persino di quella del regime iraniano. La metà degli intervistati di un altro sondaggio più recente teme che l’AI possa togliere il lavoro a loro o a un membro della famiglia. Il fenomeno sembra interessare anche i più giovani, come dimostrano i fischi ricevuti nelle ultime settimane dai relatori delle cerimonie di laurea statunitensi che hanno accennato all’importanza delle AI per il loro futuro. Il settore è poi accusato di aver usato senza autorizzazione – e sostanzialmente rubato – contenuti di ogni tipo realizzati da artisti, giornalisti e scrittori, impiegati nello sviluppo di AI generative che ora rischiano di sostituirli, almeno in parte.
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Ma questo tipo di reputazione non aiuta gli affari. Sia OpenAI che Anthropic hanno annunciato che si quoteranno in borsa nei prossimi mesi, entrambe con quotazioni altissime, per sostenere le quali devono promettere tassi di crescita notevoli: OpenAI, ad esempio, prevede che le sue entrate aumenteranno dai 25 miliardi di dollari di oggi a 280 miliardi entro il 2030. Nel frattempo, però, continuano a circolare dubbi sulla sostenibilità economica del settore e sospetti su una possibile bolla delle AI.
Il cambiamento di messaggio in corso, dagli annunci più plumbei sul futuro del lavoro a dichiarazioni più ottimiste, serve anche a questo: per continuare ad attirare investitori e aumentare l’adozione dei loro prodotti, alle aziende conviene smettere di spaventare il pubblico e cominciare a rassicurarlo. «Non ci si può quotare in borsa vendendo il collasso della società», ha detto Bob Hutchins, consulente aziendale, al sito Business Insider.
La portata delle dichiarazioni di Altman e Amodei era però parte del marketing stesso di queste aziende, che potevano così presentare i loro prodotti come talmente potenti da provocare cambiamenti epocali: più le AI sembravano dirompenti, più giustificavano gli investimenti miliardari che le sostenevano. Anche per questo, imprenditori come Altman e Elon Musk, capo di SpaceX, si sono spesso espressi a favore del reddito universale, una misura socioeconomica che consiste nel dare a tutti i cittadini un sussidio mensile senza alcuna condizione, considerato l’unico modo di rimediare alla disoccupazione di massa causata dalle AI.
Negli ultimi mesi Altman ha però adottato una posizione meno radicale. Lo scorso aprile, in un’intervista con l’Atlantic, ha detto di «non credere più nel reddito universale come un tempo», dicendo che sarebbe meglio pensare a come condividere con la collettività i guadagni generati dalle AI. Altman ha proposto una forma di partecipazione pubblica per le aziende del settore, una posizione condivisa con il senatore statunitense Bernie Sanders, con cui Altman si è incontrato a inizio mese. «Penso che quello che la gente vuole davvero sia prosperità, autonomia, la possibilità di avere una vita interessante, di sentirsi realizzata e di avere un impatto», ha detto Altman all’Atlantic.
Nonostante tutto, negli ultimi anni molte aziende hanno annunciato forti tagli al personale attribuendoli alle AI. Quest’anno negli Stati Uniti le AI sono state citate come causa nel 22 per cento dei licenziamenti registrati, e aziende come Block e Cloudflare hanno visto il loro titolo in borsa salire dopo aver annunciato tagli motivati dall’uso di sistemi AI.
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Non tutti però concordano con questa lettura: Marc Andreessen, cofondatore del fondo di investimento a16z, ritiene che molti di questi licenziamenti siano in realtà dovuti alle eccessive assunzioni fatte dalle aziende tecnologiche durante la pandemia, e che le AI vengano usate come pretesto. Una posizione condivisa dallo stesso Jack Dorsey, fondatore di Block, che dopo aver dimezzato il suo personale a febbraio ha ammesso che l’azienda aveva semplicemente assunto troppe persone negli anni precedenti.



