I divieti ai social per i minorenni funzionano?
Diversi paesi li hanno introdotti o ne discutono con risolutezza, ma nella ricerca il dibattito è più sfumato e le prove ancora deboli

Lunedì il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato che il Regno Unito introdurrà un divieto all’uso dei social media per i minori di 16 anni. Sarebbe una restrizione simile a quella in vigore in Australia dal dicembre del 2025, e da allora introdotta o discussa da altri paesi tra cui Spagna, Francia, Norvegia, Turchia, Canada, Indonesia e altri. In Italia un disegno di legge presentato nel 2024 da partiti dell’opposizione e della maggioranza (n. 1136) è ancora in fase di dibattito parlamentare, ma in generale il divieto è un argomento citato poco e solo occasionalmente da esponenti del governo.
In tutti i paesi in cui è già in vigore o in avanzata fase di discussione, il divieto per i minorenni riguarda piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok, YouTube, X e Snapchat, e si basa sul presupposto che esista una relazione tra l’uso dei social network e il peggioramento della salute mentale dei giovani. Molti genitori e politici tendono a essere favorevoli all’introduzione del divieto, d’accordo con alcune associazioni sui diritti dell’infanzia. Ma tra gli esperti e gli specialisti che si occupano di salute mentale degli adolescenti queste misure sono molto meno popolari, perché gli studi sugli effetti sono ancora limitati, e perché i divieti sono considerati tentativi di risolvere con soluzioni facili problemi molto complessi.
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In un articolo pubblicato a maggio, un gruppo di psicologi dell’università della California Irvine ha scritto esplicitamente che non sappiamo come i divieti influenzeranno i giovani. E non possiamo saperlo perché, banalmente, le prove addotte dai sostenitori dei divieti derivano da studi condotti perlopiù tra studenti universitari o persone di almeno 18 anni, perché a causa di limiti sia pratici che etici della ricerca è difficile studiare campioni di popolazione minorenne.
Su 40 studi sulla limitazione dell’uso dei social media analizzati dal gruppo di psicologi, soltanto otto includevano dei minorenni: i campioni in questi casi erano peraltro molto ristretti e non abbastanza vari, e il partecipante più giovane aveva comunque 16 anni. In pratica, non ci sono dati sufficienti per provare a prevedere come i divieti funzioneranno su gran parte della popolazione a cui sono destinati.

Un ragazzo di 12 e uno di 13 anni usano un iPhone a Penzance, Inghilterra (Matt Cardy/Getty Images)
Tralasciando la difficoltà tecniche di applicare e fare rispettare i divieti, c’è un’altra questione più generale che riguarda qualsiasi approccio proibizionista: spesso, in un modo o nell’altro, si trova il modo di aggirare i divieti. E questa eventualità espone a rischi maggiori, perché è più difficile controllare e valutare effetti che sfuggono all’osservazione: i giovani potrebbero utilizzare altre piattaforme, o modificare le abituali modalità di accesso a Internet.
Da un recente rapporto della commissione australiana per la sicurezza online è emerso che, nei primi giorni dopo l’entrata in vigore del divieto, 4,7 milioni di account sui social media sono stati disattivati, rimossi o limitati (l’Australia ha una popolazione di 27,7 milioni di abitanti, di cui circa 5,4 milioni hanno meno di 16 anni). Ma è emerso anche che una parte «considerevole» di utenti con meno di 16 anni ha mantenuto il proprio account, ne ha creati di nuovi o ha aggirato i sistemi di verifica dell’età.
Starmer ha detto di essere consapevole di questi rischi, che però secondo lui non sminuiscono il valore del divieto. Ha fatto un paragone con l’alcol: il fatto che un adolescente trovi il modo di procurarselo non significa che sia insensato vietarne la vendita ai minorenni. «Le nostre leggi sono regole, ma sono anche un’espressione dei nostri valori» e «danno forma al contratto sociale», ha aggiunto Starmer, sostenendo che il divieto cambierà nel tempo la sensibilità pubblica verso i social media e, di conseguenza, le conversazioni tra i genitori e le aspettative nei confronti dei figli.
Il paragone tra i social media e l’alcol è piuttosto frequente ma problematico, perché molti esperti lo considerano improprio e fuorviante. Nella ricerca c’è infatti un generale consenso sul fatto che l’uso dei social media da parte degli adolescenti sia correlato a un aumento dei rischi per il loro benessere psicologico. Ma non c’è consenso sull’ipotesi che la relazione tra una cosa e l’altra sia causale, e men che meno sull’ipotesi che un’eventuale relazione sia paragonabile a quella tra l’alcol (o il fumo) e i danni alla salute. Il rapporto è molto più incerto e sfumato.
In anni recenti il dibattito è stato stimolato in particolare da un libro di grande successo commerciale dello psicologo sociale americano Jonathan Haidt, The Anxious Generation, uscito nel 2024. Associa l’utilizzo degli smartphone e dei social media, dai primi anni Dieci del Duemila in poi, al progressivo aumento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. In molti lo considerano una delle principali fonti di ispirazione dei sostenitori dei divieti, ma secondo i critici di Haidt i dati da lui presi in considerazione non permettono di stabilire relazioni causali.
«Parte del problema è che a livello di popolazione, è difficile isolare l’effetto causale dei social media sul benessere di un individuo», ha scritto Sander van der Linden, sociopsicologo dell’università di Cambridge, in un articolo pubblicato a febbraio sulla rivista Nature Health. La salute mentale, ha aggiunto, «è una questione complessa e multidimensionale, e i potenziali danni sono influenzati da quanto spesso e in quale contesto vengono utilizzati i social media».
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Detto che gli studi clinici riguardano perlopiù studenti universitari e giovani adulti, un’ampia analisi pubblicata nel 2025 ne prese in considerazioni 32 in cui ai partecipanti era stato chiesto di ridurre l’uso dei social o di astenersi del tutto per un certo periodo. Passare meno tempo sulle piattaforme aveva avuto in generale un effetto positivo sul benessere soggettivo, ma l’effetto era modesto e variava a seconda di diversi fattori individuali, tra cui il tipo di contenuti a cui ciascun utente era esposto di solito, ma anche i tratti della personalità e il tempo trascorso online.

Una undicenne gioca con uno smartphone fuori da una scuola a Barcellona, Spagna (AP/Emilio Morenatti)
Inoltre, anche se la limitazione dell’uso dei social avesse un effetto molto più forte di quanto gli studi permettono di concludere, l’effetto positivo non implicherebbe che i divieti funzionino. Sono misure concettualmente diverse, perché un conto è condurre studi sperimentali su limitazioni volontarie e autoimposte, un altro è analizzare gli effetti di un divieto indistinto su larga scala.
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Tra i pochi dati disponibili e pertinenti, secondo van der Linden, ci sono i risultati di uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista The Lancet, condotto su 30 scuole del Regno Unito di cui 20 vietavano l’uso degli smartphone durante l’orario scolastico e 10 non imponevano alcun divieto del genere. Dai risultati non emersero differenze tra gli studenti di scuole con il divieto e quelli di altre scuole, né sul piano della salute mentale né su quello del rendimento scolastico. Ma per valutare adeguatamente gli effetti dei divieti e delle restrizioni, prima di applicarli, servirebbero comunque studi più ampi e numerosi.
Diversi sondaggi mostrano che gli adolescenti traggono anche benefici dall’uso dei social media, perché per loro possono essere uno spazio di condivisione in contesti sociali e urbani in cui mancano spazi equivalenti alternativi, sia fisici sia virtuali. Il problema è che gli algoritmi delle piattaforme sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti e i profitti delle aziende, e questo rende gli utenti più giovani particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dell’uso dei social. Perché rispetto agli utenti più adulti hanno capacità di autocontrollo generalmente meno sviluppate, e sono più inclini al confronto sociale e a subire l’influenza tra pari.
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Il che non significa che gli adolescenti siano tutti uguali, come emerge da alcuni studi sulla variabilità degli effetti dei media. «Realisticamente, i vantaggi e gli svantaggi dei social media sono diversi per ogni individuo», e questo «rende intrinsecamente problematica qualsiasi generalizzazione sull’effetto sui giovani», scrisse nel 2025 la psicologa clinica Brenda K. Wiederhold. Anche se i governi riuscissero a impedire agli adolescenti di accedere ai social media, un’impresa secondo lei quasi impossibile, «qualsiasi legge o divieto andrebbe a migliorare la salute mentale di alcuni a scapito di quella di altri».
Un’opinione condivisa da molti specialisti e studiosi è che i divieti siano un modo di rimandare il problema, senza risolverlo. Non rendono gli adolescenti più abili a usare i social media, e rischiano anzi di renderli meno consapevoli dei pericoli e dei rischi. È anche abbastanza paradossale, secondo van der Linden, che nel Regno Unito il dibattito sul divieto sia parallelo a un altro sulla proposta di abbassare l’età per votare a 16 anni: l’approvazione di entrambe le misure porterebbe a una specie di «scenario a strapiombo» in cui le persone, idealmente, arrivano a votare per la prima volta senza avere alcuna familiarità proprio con gli strumenti attraverso cui oggi si informano di più.
Gran parte delle proposte alternative ai divieti si concentra sull’educazione a un uso responsabile delle tecnologie digitali e sul costringere le aziende dei social media a fornire contenuti appropriati per l’età dei minorenni, non basati sulla massimizzazione del coinvolgimento. È anche vero però, come ammette implicitamente lo stesso van der Linden, che il divieto è una misura di ultima istanza introdotta a fronte dell’incapacità dei governi di indurre le aziende dei social media a modificare il funzionamento delle loro piattaforme. Non è necessariamente una misura efficace, ma è molto sostenuta dall’opinione pubblica, e risponde anche alla necessità di compiere scelte politiche precauzionali, in condizioni di incertezza e in assenza di sufficienti dati sperimentali.



