Nell’Unione Europea continua il dibattito sul “chat control”
La versione temporanea e meno invasiva del contestato regolamento europeo contro la pedopornografia intanto è stata prorogata
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Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato l’estensione fino al 3 aprile 2028 di un regolamento che prevede una deroga temporanea alle norme europee sulla privacy, consentendo ai fornitori di alcuni servizi online di utilizzare sistemi automatizzati per individuare materiale pedopornografico nelle comunicazioni tra gli utenti.
Il regolamento, introdotto nel 2021, viene definito dai suoi molti critici “Chat Control 1.0”, nome scelto per evidenziare i potenziali rischi per la privacy che comporta. Viene spesso citato insieme a un altro provvedimento relativo alla stessa materia, proposto nel 2022 dall’allora Commissaria europea per gli Affari Interni Ylva Johansson e finora mai approvato: il cosiddetto CSAM (Regulation to Prevent and Combat Child Sexual Abuse), noto anche come “Chat Control 2.0” per sottolinearne la maggiore invasività.
La differenza principale è che il regolamento del 2021 ha carattere temporaneo e si limita a consentire ai fornitori di servizi online di utilizzare strumenti automatici per individuare materiale pedopornografico, mentre “Chat Control 2.0” avrebbe carattere permanente e introdurrebbe degli obblighi specifici per le piattaforme.
A marzo il Parlamento Europeo aveva respinto la proroga di “Chat Control 1.0”, e la validità del regolamento era poi cessata il 3 aprile. A fine giugno però la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha riaperto l’esame del provvedimento, sostenendo che senza un’estensione si sarebbe creato un vuoto normativo nella protezione dei minori online.
Il 2 luglio il Consiglio dell’Unione Europea, l’assemblea che riunisce i ministri degli stati membri e che detiene il potere legislativo insieme al Parlamento, aveva votato a favore della proroga. La votazione in Parlamento di giovedì si è svolta attraverso una procedura parlamentare poco utilizzata, richiesta dal Partito Popolare Europeo (PPE), il gruppo più numeroso dell’assemblea di cui fa parte anche Metsola, e giudicata una forzatura dai critici della legge. Prevede la necessità di una maggioranza assoluta – almeno 361 eurodeputati – per respingere il testo. Nella votazione di giovedì gli oppositori dell’estensione non sono riusciti a raggiungere questa soglia, e la proroga è passata.
I voti favorevoli sono stati 276, in maggioranza provenienti dal PPE. Nel gruppo dei Socialisti e Democratici (centrosinistra) ci sono state divisioni interne: 63 eurodeputati hanno sostenuto la proroga, mentre 32 hanno votato contro e 11 si sono astenuti. A favore dell’estensione si sono espressi anche una parte dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) e alcuni eurodeputati di altri gruppi.
È stato però approvato un emendamento, proposto dal gruppo liberale Renew Europe, che prevede di escludere dall’ambito di applicazione del regolamento le comunicazioni protette da crittografia end-to-end, cioè il sistema di cifratura utilizzato da servizi come WhatsApp e Telegram, che rende interpretabili i messaggi solo al mittente e al destinatario, impedendone la lettura da parte di terzi.
– Leggi anche: La proposta europea per controllare tutte le chat
Si tratta di un emendamento simbolico, visto che al momento le piattaforme non hanno comunque la possibilità di controllare le comunicazioni protette da crittografia end-to-end. La modifica ha però un forte significato politico, perché si collega direttamente al dibattito su “Chat Control 2.0”, che invece prevede questa possibilità.
Nella sua versione iniziale, lo CSAM prevedeva che praticamente qualsiasi conversazione privata in digitale fosse sottoposta a un controllo, per verificare se gli utenti fossero coinvolti in attività legate alla pedofilia, come lo scambio di immagini o tentativi di attirare e molestare minorenni. Il regolamento proponeva insomma che ogni messaggio, audio, foto o video inviato su piattaforme come WhatsApp, Telegram o Gmail fosse controllato direttamente dallo smartphone o dal dispositivo che si sta usando in quel momento, quindi prima che il contenuto fosse inviato al destinatario.
Per farlo i servizi e le applicazioni per scambiarsi messaggi avrebbero dovuto integrare al loro interno un sistema per controllare i contenuti mentre vengono scritti, caricati e preparati per essere inviati a qualcuno.
Nel 2025 però, dopo il confronto tra gli stati membri, il testo è stato modificato: la nuova versione prevede che le piattaforme non siano più obbligate a utilizzare questi sistemi, ma possano scegliere se dotarsene o meno. Tuttavia, secondo i critici, anche il nuovo testo finirebbe per rendere di fatto necessari strumenti di questo tipo. Il regolamento impone infatti alle piattaforme di adottare tutte le misure utili per ridurre i rischi.
L’ultimo “trilogo” (cioè il negoziato informale tra Parlamento, Consiglio dell’Unione Europea e Commissione Europea) sul regolamento si era svolto lo scorso 29 giugno, ma non c’erano stati passi in avanti. Il prossimo sarà a settembre.
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Le associazioni a favore del nuovo regolamento dicono che un controllo preventivo dei messaggi permetterebbe di bloccare la diffusione di immagini pedopornografiche e di intercettare i tentativi di adescamento online. Quelle contrarie invece lo considerano un’enorme violazione della privacy.
Come ha segnalato in più occasioni l’Electronic Frontier Foundation, una delle principali organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti online, il sistema proposto potrebbe costituire un pericoloso precedente per la libertà di espressione. Una volta sviluppato, potrebbe essere sfruttato da governi autoritari per fare un controllo preventivo delle comunicazioni tra attivisti politici, oppositori e giornalisti.
Il sistema di segnalazione potrebbe inoltre produrre numerosi falsi positivi, con l’esposizione di conversazioni private nelle quali non c’è in realtà nulla di illegale. Potrebbero esserci inoltre problemi nel caso di comunicazioni tra adolescenti consenzienti, con contenuti che potrebbero essere scambiati per pedopornografici anche se non lo sono.
Negli ultimi anni le campagne a favore o contro hanno segnato profondamente il confronto sul nuovo regolamento sia tra le istituzioni europee sia tra gli stati membri, al punto da non rendere sempre chiara la posizione dei singoli paesi sulla questione. Alcuni come Svezia, Irlanda, Spagna e Francia hanno mostrato di essere a favore di un sistema di controllo.
Altri stati come Austria e Polonia sono contrari, mentre la Germania, che potrebbe avere un peso importante nella decisione, sembra essere indecisa come del resto lo sono Grecia, Estonia, Romania e Slovenia. Al momento l’Italia è l’unico stato membro esplicitamente contrario.
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