Che lavoro fa il portavoce di un politico

E in cosa è diverso da quello di un addetto stampa e di un social media manager

Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo portavoce Matteo Pandini (Dal profilo Instagram di Matteo Pandini)
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo portavoce Matteo Pandini (Dal profilo Instagram di Matteo Pandini)
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Dopo otto anni di lavoro come portavoce del ministro dei Trasporti Matteo Salvini, il giornalista Matteo Pandini ha deciso di lasciare il suo incarico e cambiare lavoro. Ci sono già alcune ipotesi su chi potrebbe sostituirlo, anche se trovare un bravo portavoce non è semplice: è una figura di cui i politici si devono fidare molto, visto che comunica ai giornalisti le loro opinioni, spesso parlando e facendo dichiarazioni direttamente al posto loro.

Il ruolo del portavoce si differenzia da quello di un addetto stampa proprio per la sua natura personale e fiduciaria. Viene scelto direttamente dal leader politico, con il compito di parlare con i giornalisti per suo conto, esprimendo il suo pensiero. In passato il portavoce poteva anche non essere un giornalista o non avere esperienza giornalistica, ma essere semplicemente una persona con particolari abilità relazionali. Nel corso del tempo il ruolo si è sempre più professionalizzato e oggi viene spesso ricoperto da giornalisti, o comunque da persone con una certa esperienza nelle relazioni con i media.

Il compito dell’addetto stampa, invece, è gestire i rapporti con i giornalisti in modo più tecnico, per conto di un’istituzione. Più che diffondere dichiarazioni e messaggi, redige comunicati stampa e note informative con lo scopo di rendere pubbliche e comprensibili le attività dell’istituzione per cui lavora. Di solito rimane anche quando il politico che ricopre la principale carica dell’istituzione cambia o arriva a fine mandato.

Con il tempo, comunque, la distinzione tra addetto stampa e portavoce è progressivamente diminuita e oggi è rimasta soprattutto in istituzioni politiche di alto livello. Nella maggior parte dei casi i due ruoli coincidono e il portavoce si occupa anche dell’ufficio stampa e della comunicazione dell’istituzione a cui il politico appartiene.

I leader di partito scelgono spesso come propri portavoce persone che li hanno seguiti nel loro percorso politico e che a loro volta hanno aderito al partito. Pandini, per esempio, si era a lungo occupato della Lega come giornalista e aveva collaborato alla stesura del primo libro di Salvini, Secondo Matteo, prima di diventare suo portavoce. Quando invece i politici hanno anche incarichi istituzionali, per esempio all’interno di ministeri, è più frequente che decidano di farsi seguire da agenzie di comunicazione o da persone con profili più tecnici.

In ogni caso, il rapporto che si instaura tra il politico e il suo portavoce è sempre molto stretto e profondo. Filippo Sensi, giornalista e attualmente senatore del Partito Democratico, è stato tra il 2014 e il 2018 portavoce e capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei ministri, sotto i governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Dice che i leader politici hanno un legame intimo e praticamente simbiotico con i loro portavoce, arrivando in qualche caso a diventare migliori amici e confidenti, imparando a prevedere le loro reazioni e ad anticipare le loro opinioni.

Filippo Sensi (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Questo rapporto deriva anche da una frequentazione continua tra politici e portavoce, che trascorrono la maggior parte delle loro giornate insieme. Sensi lo descrive come un mestiere adrenalinico ma anche molto stressante, che richiede razionalità, distacco emotivo e una certa capacità di adattamento alle diverse persone con cui ci si trova a lavorare e al loro stile comunicativo. «Matteo Renzi per esempio era vulcanico» dice, «mentre Paolo Gentiloni era molto più sobrio, con un modo di vedere la politica e un approccio alla comunicazione completamente diverso».

Mentre nella politica c’è sempre meno distinzione tra portavoce e addetto stampa, negli ultimi anni ha acquisito sempre più specificità e autonomia la figura del social media manager, cioè la persona che cura la pubblicazione dei contenuti sulle pagine social dei politici e la loro presenza sulle piattaforme.

Una delle figure più conosciute nel campo della comunicazione politica è Luca Morisi, stretto collaboratore e social media manager di Salvini tra il 2013 e il 2021. Diventò famoso per aver progettato e gestito una strategia di comunicazione agguerrita e spregiudicata sulle pagine social di Salvini e della Lega, che anche strumentalizzando notizie false e discriminatorie permise al partito e al suo leader di acquisire un sempre maggiore seguito e rilevanza nazionale. Il suo sistema di gestione dei social e analisi dei dati era stato soprannominato “la bestia”. Nel 2021 Morisi si dimise dopo essere stato coinvolto in un’indagine per detenzione e cessione di stupefacenti, reato dal quale si dichiarò sempre estraneo e per il quale la procura chiese l’archiviazione. 

Tommaso Longobardi, responsabile della comunicazione social della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dice che l’obiettivo di chi fa il suo lavoro è mediare e valorizzare un messaggio adeguando la forma e il linguaggio alle diverse piattaforme, ma facendo sempre in modo che il contenuto finale sia coerente con la persona che parla. «Altrimenti», dice, «si costruisce una comunicazione fragile, che magari funziona per un po’, ma alla lunga perde autenticità».

Il margine di autonomia che un politico ha sui propri social e il livello di mediazione dei loro social media manager dipende un po’ dalla personalità del leader e dal metodo di lavoro degli esperti che lo seguono. La squadra che si occupa della comunicazione social di Meloni è composta da sette persone, ciascuna con competenze specifiche come la grafica, la parte editoriale, i contenuti video, o la gestione delle piattaforme, con un’attenzione speciale per X, l’ex Twitter, che è molto popolare tra giornalisti e politici.

Longobardi dice che è un lavoro per il quale serve tanta passione perché molto invasivo, con ritmi frenetici, orari anomali e grosse responsabilità da gestire improvvisamente. «Succede qualcosa, cambia il contesto, nasce una polemica, arriva una notizia e devi essere pronto. Questo significa che è molto difficile staccare davvero». Parte del lavoro del social media manager consiste anche nella gestione di crisi reputazionali e di immagine sulle piattaforme. In questi casi, secondo Longobardi, non esistono risposte standard, ma la strategia va stabilita caso per caso dopo attente valutazioni: a volte è più conveniente lasciare esaurire autonomamente le polemiche, altre volte è più efficace rispondere con forza, e altre ancora può essere utile cambiare il piano di discussione.