Una “Principessa Mononoke” senza il suo famigerato doppiaggio

Dopo anni di polemiche, nell'ultimo adattamento del film di Miyazaki è stato eliminato il "dio bestia" e le altre astruse invenzioni di Gualtiero Cannarsi

Una scena di Principessa Mononoke (Studio Ghibli/Lucky Red)
Una scena di Principessa Mononoke (Studio Ghibli/Lucky Red)
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Chi ha visto la versione italiana di Principessa Mononoke, uno dei film più famosi e apprezzati di Hayao Miyazaki, potrebbe facilmente ricordare un’espressione: «dio bestia». È il nome che il dialoghista Gualtiero Cannarsi diede a uno dei personaggi più importanti del film nel 2014, quando fu incaricato di curarne il nuovo adattamento: lo shishigami, creatura che in Principessa Mononoke incarna lo spirito della foresta.

Fu una scelta lessicale molto spericolata, visto che in italiano l’espressione è più comunemente pronunciata come bestemmia. L’effetto comico e straniante è particolarmente marcato dato che lo shishigami ha un ruolo molto importante nello sviluppo della storia, e viene nominato spesso dagli altri comprimari. Questa circostanza ha dato vita a un fortunato filone di montaggi, costruiti proprio sulla continua reiterazione di quel nome.

Il «dio bestia» però era solo uno dei diversi problemi dell’adattamento, che infatti negli anni si è guadagnato moltissimi critici. Accusano Cannarsi di avere reso la fruizione di Principessa Mononoke pesante e inutilmente complessa con una serie di traduzioni bislacche, astruse e imprudenti, poco aderenti allo spirito, al linguaggio e ai toni dell’originale. Nella nuova versione di Principessa Mononoke, che sarà proiettata in diversi cinema italiani fino al 10 giugno, il «dio bestia» non c’è: dopo 12 anni di proteste è stato infatti realizzato un nuovo adattamento, a lungo richiesto da moltissimi fan di Miyazaki.

Cannarsi ha curato quasi tutte le versioni italiane dei film dello Studio Ghibli, la società di animazione fondata da Miyazaki e per cui lavorano i più importanti animatori giapponesi contemporanei. La complessità dei suoi adattamenti è diventata oggetto di frequenti dibattiti e battute tra gli appassionati di animazione, che hanno dedicato all’argomento gruppi Facebook, discussioni su Reddit e lunghi approfondimenti su YouTube e Twitch.

Tra le frasi di Cannarsi più usate come esempi del suo approccio all’adattamento ci sono per esempio: «A quel tempo io, tutto preso dal trasformismo, che il mio amico d’infanzia Pokichi avrebbe voluto una vita da comunissimo Tanuki, non lo avrei mai pensato» (Pom Poko, di Isao Takahata); «Ti squarcerò quella gola, così che a sputar ciance non potrai metterti mai più» e «il predisporre l’invio dell’indomani si è protratto» (Principessa Mononoke); «Ti chiedo scusa, l’intonazione della parlata di Tousa sembra un po’ da dramma storico» (Si sente il mare, di Tomomi Mochizuki); «Piuttosto che una bimba un po’ bravina nei temi, una bimba che mangia ogni cosa senza far capricci è di gran lunga più lodevole» (Pioggia di ricordi, di Takahata); e «Partiamo subito, ché a intontirmi mi spingerete a portare financo una nonnina» (Porco Rosso, di Miyazaki). Ma la lista è lunghissima.

Cannarsi cominciò a occuparsi di animazione agli inizi degli anni Novanta, quando il settore era ancora poco specialistico e a fare la differenza non erano tanto i trascorsi accademici, ma la passione e la conoscenza del genere. Cannarsi aveva questi requisiti: appassionato di animazione giapponese fin dall’infanzia, nel 1995 cominciò a lavorare per la società editrice di fumetti Granata Press e per Dynamic, azienda che si occupava di realizzare edizioni in home video di famosi anime.

Durante il suo periodo in Dynamic diresse il doppiaggio di Neon Genesis Evangelion, popolarissima serie di Hideaki Anno che negli anni Novanta stravolse completamente gli archetipi e le soluzioni narrative tipiche dei mecha, cioè le storie con i robottoni. Quell’esperienza lo fece diventare il dialoghista più richiesto per le opere di animazione giapponesi.

Dalla metà degli anni Duemila, oltre a occuparsi di tutti i film di Miyazaki, Cannarsi ha adattato i lavori di animatori stimatissimi come Isao Takahata (quello di Una tomba per le lucciole), Tomomi Mochizuki, Sunao Katabuchi, Keiichi Hara, Hiroyuki Morita e Hiromasa Yonebayashi.

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Il lavoro di Cannarsi non consiste nella traduzione diretta dal giapponese, lingua che peraltro dice di non aver studiato. La sua competenza è un’altra: in sostanza si occupa di riscrivere e adattare in italiano dialoghi tradotti da altri, per poi dirigere le successive fasi del doppiaggio.

Cannarsi ha una concezione radicale di adattamento. Lui stesso ha ripetuto in diverse occasioni che, dal suo punto di vista, un adattamento fatto bene dovrebbe essere coerente alla struttura e al significato letterale dell’originale, mantenendo formalismi, sfumature e modi di dire comprensibili soltanto ai giapponesi. «Io mastico del giapponese ma non è sufficiente per tradurre da zero, infatti mi avvalgo sempre del supporto di vari traduttori molto capaci, con i quali posso dialogare e indagare nel profondo i loro lavori. Per quanto riguarda le scelte di registro linguistico e di resa nell’adattamento italiano di opere di matrice giapponese, il concetto fondamentale è quello di priorità ontologica: quando fai traduzioni o adattamenti, cos’è la cosa più importante? Ci sono varie modalità ma io risponderei innanzitutto che il contenuto debba essere lo stesso dell’originale», disse per esempio in un’intervista del 2019.

La resa finale però è effettivamente straniante: l’italiano dei suoi dialoghi è spesso rigido, artificioso e lontanissimo dal modo in cui tutti parlano.

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In tutti questi anni Cannarsi ha sempre difeso il suo approccio di estrema fedeltà al materiale di partenza. Questa inflessibilità gli ha alienato le simpatie di moltissimi appassionati, che spesso definiscono i suoi dialoghi astrusi, pesanti o poco verosimili, quando non direttamente incomprensibili. Un’altra critica che viene spesso rivolta a Cannarsi è la tendenza ad appiattire la caratterizzazione dei personaggi, che nei suoi adattamenti finiscono per esprimersi tutti con lo stesso registro aulico e contorto, indipendentemente dal fatto che si tratti di bambini, anziani o creature fantastiche.

Le scelte di adattamento di Cannarsi sono diventate un argomento molto dibattuto nei forum italiani dedicati all’animazione, e sono diventate in più di un’occasione oggetto di approfondimenti e tesi di laurea. È diventato un volto noto tra gli appassionati anche per la sua forte presenza online. Nonostante la sua intransigenza, è una persona affabile, facile da contattare e molto disponibile al confronto. Non è raro vederlo discutere pubblicamente del proprio lavoro, sia attraverso interventi sui forum sia come ospite di canali YouTube e trasmissioni in streaming su Twitch, spesso con toni cortesi e misurati che contrastano con l’asprezza delle reazioni del pubblico.

Principessa Mononoke era forse il film in cui la mano di Cannarsi si percepiva di più. Uscì nel 1997, ed è fondamentalmente una fiaba ecologista: racconta la storia di Ashitaka, un giovane guerriero che viene colpito da una maledizione mortale durante lo scontro con un cinghiale. Dopo aver lasciato il suo villaggio si imbatte in San, la principessa del titolo, una ragazza cresciuta da un branco di lupi. Al centro della storia c’è la sopravvivenza di una foresta (la Natura), abitata da creature animalesche.

Nel nuovo adattamento, curato da Alessandro Rossi, il “dio bestia” si chiama “cervo divino”, un nome meno problematico e più vicino al significato originale. E sono stati riadattati diversi dialoghi che, secondo le opinioni più critiche, avevano reso una storia leggera, fantastica e destinata a un pubblico di bambini fin troppo difficile da seguire.

Lo stesso Miyazaki ha detto che il film fu scritto in modo tale da essere comprensibile per i bambini dai 10 anni in su. L’adattamento di Cannarsi era invece pieno di costrutti sintattici confusi e inafferrabili anche per gli adulti, come «Il dio bestia è un dio che governa puranco la morte» e «Se ti buttassi da lì guarda che la faresti finita con semplicità, tornandoti il vigore anche la chiazza prenderà a infierire».

Cannarsi era finito al centro di una polemica anche nel 2019, quando Netflix gli affidò il nuovo adattamento di Neon Genesis Evangelion. In quell’occasione cambiò alcuni termini chiave della serie e riscrisse i dialoghi anche per correggere degli errori che lui stesso aveva fatto nella prima versione degli anni Duemila, dovuti all’inesperienza e al fatto che ci aveva lavorato di episodio in episodio senza conoscere tutta la trama.

Fu contestato, per esempio, per il cambio del nome degli emissari degli alieni, prima tradotti come “Angeli” e poi trasformati in “Apostoli”, e più in generale per il solito stile di doppiaggio pomposo e inaccessibile. Larga parte degli appassionati trovava respingenti dialoghi così formali in italiano e alla fine ebbe la meglio, al punto che Netflix dovette sostituire il nuovo adattamento.

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