Si può morire di tristezza?

È un dibattito ricorrente, riemerso dopo la morte della fumettista Marjane Satrapi: alcuni studi recenti ci hanno dato qualche strumento in più per rispondere

Una persona regge un fiore durante una cerimonia di commemorazione
Una persona regge un fiore durante una commemorazione delle vittime dell’attentato al World Trade Center del 1993, a New York, il 26 febbraio 2016 (Jin Lee/9/11 Memorial/Museum/Getty Images)
Caricamento player

Quando giovedì si è sparsa la notizia della morte a 56 anni della fumettista franco-iraniana Marjane Satrapi, una delle più conosciute e apprezzate al mondo, non sono stati forniti dettagli sulle cause oltre a un breve comunicato dei suoi familiari all’agenzia di stampa francese AFP. C’era scritto: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita». Ripa, morto l’8 aprile 2025 a 53 anni, era il produttore, autore e sceneggiatore franco-svedese a cui Satrapi era legata da molti anni.

Le parole scelte per il comunicato hanno fatto riemergere un dibattito ricorrente sulla possibilità che lutti gravi e dolori difficili da superare possano portare alla morte di una persona: una causa spesso definita nel gergo comune “crepacuore”. Se ne riparla, di solito, ogni volta che la persona superstite di una coppia muore poco tempo dopo l’altra. Un caso celebre è quello del cantante e musicista Johnny Cash, morto nel 2003 appena quattro mesi dopo la cantante June Carter, che era sua moglie da 35 anni. Ma la lista è lunga, e include persone famose e non.

Nel dibattito predominano l’opinione di chi considera il “crepacuore” una causa di morte del tutto plausibile, da un lato, e quella di chi invece pensa che sia un’espressione non esattamente scientifica usata al posto di definizioni rigorose e cause cliniche precise. Ma indipendentemente dalle opinioni l’argomento è da anni oggetto di riflessioni e studi.

Degli effetti gravi e a lungo termine del lutto si è occupata in tempi recenti la più importante organizzazione di psichiatri al mondo, l’American Psychiatric Association (APA), responsabile tra le altre cose del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), il testo di riferimento internazionale per la classificazione dei disturbi psichici. In una revisione del 2022 inserì il dolore prolungato e invalidante per la perdita di una persona cara in una specifica categoria diagnostica: il disturbo da lutto persistente e complicato (prolonged grief disorder, PGD).

Nella sua definizione da manuale, è una condizione di incapacità di superare il dolore per la morte di una persona cara, tale da compromettere la vita della persona che ne soffre. Può essere diagnosticata se persiste da almeno un anno ed è accompagnata da pensieri fissi e ricordi della persona morta, avuti quasi ogni giorno dal momento della sua morte. In diversi studi è associata a un maggiore rischio di problemi cardiovascolari, altre malattie mentali, ospedalizzazione e suicidio. Ma rimane una diagnosi comunque problematica, perché durata, intensità e gravità della reazione al lutto cambiano da individuo a individuo, e a seconda del contesto sociale, culturale o religioso in cui vive.

– Leggi anche: Quanto deve durare il lutto

Uno studio a lungo termine, condotto da un gruppo di ricerca danese e pubblicato nel 2025, ha messo insieme diversi dati medici di 1.735 residenti in Danimarca a cui fosse morto un familiare o un’altra persona cara. Dai risultati è emerso che chi aveva mostrato sintomi di lutto più intenso e prolungato aveva fatto più uso di servizi sanitari e di farmaci ansiolitici e antidepressivi rispetto agli altri partecipanti. Aveva anche molte più probabilità di morire entro dieci anni dalla morte del proprio caro (fino all’88 per cento di probabilità in più). Secondo il gruppo di ricerca, l’associazione tra mortalità e lutto persistente dovrebbe però essere oggetto di ulteriori ricerche, per escludere eventuali altri fattori.

L’equivoco più frequente in molte conversazioni su questo argomento è pensare che tra la sofferenza per la morte di una persona cara e la propria stessa morte ci sia una correlazione causale diretta. È un po’ più complicato di così.

«Gli stati emotivi hanno ripercussioni sul piano fisico. Influiscono sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene [un sistema neuroendocrino di risposta dell’organismo allo stress], i livelli di cortisolo aumentano, e questo può compromettere il sistema immunitario, rendendolo più debole e vulnerabile. Tutto ciò predispone alla morte per qualche malattia. Non si muore di tristezza, ma per un’altra causa medica», ha detto al País lo psichiatra Juan Carlos Pascual Mateo, membro della Società Spagnola di Psichiatria e Salute Mentale (SEPSM).

In generale, tutto il dibattito è complicato dal fatto che la sofferenza associata al lutto comprende dimensioni fisiche, emotive, cognitive e sociali. E non tutte le persone sono vulnerabili allo stesso modo, sia rispetto all’esperienza “normale” del lutto, sia rispetto a quella patologica del lutto persistente e complicato. Sulle loro reazioni influiscono anche fattori di rischio individuali, tra cui eventuali problemi di salute mentale o altre condizioni di fragilità preesistenti.

Nel dibattito salta spesso fuori anche una condizione clinica attestata nella letteratura scientifica e strettamente associata agli eventi traumatici (incluso il lutto), nota in cardiologia come “sindrome di tako-tsubo”. Ha i sintomi di un infarto del miocardio, ma senza coronarie ostruite o altre alterazioni evidenti negli esami diagnostici che possano spiegare questa disfunzione. Il cuore però mostra un rigonfiamento nella parte inferiore che gli fa assumere una forma simile a quella dei vasi di ceramica (tsubo) usati in Giappone per raccogliere i polpi (tako), da cui il nome.

È una condizione raramente mortale, a volte associata ad altri disturbi neurologici o psichiatrici come la depressione. Ma la maggior parte dei casi segnalati riguarda donne e più in generale individui con più di 50 anni di età, che hanno subìto uno stress emotivo o fisico improvviso e inaspettato. Questo causa un rilascio eccessivo di adrenalina, che in alcune persone può provocare danni cardiovascolari.