Gli Stati Uniti vogliono costruire un centro di isolamento per l’ebola in Kenya
E portare lì i loro cittadini entrati in contatto con il virus, ma gli abitanti del posto si oppongono

Gli Stati Uniti stanno creando un centro nel Kenya centrale per la quarantena dei cittadini statunitensi che sono entrati in contatto con il virus ebola nell’epidemia in corso in Repubblica Democratica del Congo e Uganda. Dovrebbe essere creato in una base dell’aviazione keniana nella città di Nanyuki, ma gli abitanti del posto hanno organizzato diverse manifestazioni contro la sua creazione: durante le proteste due persone sono state uccise in circostanze poco chiare. Venerdì un tribunale keniano aveva bloccato l’istituzione del centro, ma nei giorni seguenti gli Stati Uniti hanno comunque continuato a far atterrare alla base diversi aerei che trasportavano personale e materiali.
I manifestanti erano alcune centinaia, preoccupati principalmente per la possibilità che l’infezione si diffonda dai pazienti del centro agli abitanti della città. Hanno accusato gli Stati Uniti di voler scaricare i rischi legati alle cure dell’ebola su altri paesi e chiesto fra le altre cose che il centro venga realizzato dove ci sono stati i contagi, e non in Kenya dove non ce ne sono stati.
Le proteste sono state alimentate anche dalla scarsa trasparenza con cui il governo keniano ha comunicato i contenuti dell’accordo con gli Stati Uniti, non del tutto chiari, e da un diffuso malcontento verso l’operato del presidente William Ruto, che aveva già portato negli anni scorsi a estesi movimenti di protesta. La sentenza con cui il tribunale ha sospeso i preparativi per il centro ha ordinato anche al governo di diffondere il testo dell’accordo.

Un manifestante, durante una protesta a Nanyuki il primo giugno (AP Photo/Andrew Kasuku)
Ruto ha parlato della questione solo dopo le proteste, lunedì: ha detto che il Kenya ha usato tutte le precauzioni per impedire la diffusione del contagio e di aver acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di istituire il centro per via dell’alleanza decennale fra i due paesi. Il Kenya è stato scelto per la sua vicinanza al centro dell’epidemia, così da permettere di curare rapidamente i pazienti. Giovedì il presidente ha ribadito che la concessione della base agli Stati Uniti sarebbe «la cosa giusta da fare» e che rifiutando il Kenya apparirebbe «disumano».
Durante le proteste i manifestanti hanno bloccato alcune strade bruciando copertoni, e per contenerli è stato schierato l’esercito con mezzi corazzati. La polizia non ha dato informazioni sulla morte delle due persone uccise. La famiglia di una di loro, Charles Mang’aro Mwangi, ha detto che l’uomo non stava partecipando alla manifestazione ma stava semplicemente andando a trovare un amico dopo aver finito di lavorare. L’identità dell’altra persona non è nota.
Nanyuki si trova 140 chilometri a nord della capitale Nairobi e ha circa 80mila abitanti. La base dell’aviazione dove è in corso la creazione del centro si trova qualche chilometro fuori dalle abitazioni, ma i militari che ci lavorano e le loro famiglie vivono in città: anche per questo i manifestanti hanno detto di temere una diffusione dei contagi. Gli Stati Uniti hanno detto che contribuiranno con 13,5 milioni di dollari alle spese di prevenzione del Kenya, e il ministro della Sanità Aden Duale ha detto che il centro è destinato a chiunque, non solo a cittadini statunitensi.
Il centro avrà 50 posti letto e i medici che ci lavoreranno sono statunitensi. Servirà a tenere in quarantena per 21 giorni chi ha avuto contatti rischiosi ma è asintomatico, e al momento il dipartimento di Stato americano ha detto che non è previsto l’arrivo di nessun cittadino statunitense da trattare. Se uno dei pazienti dovesse sviluppare sintomi sarebbe trasportato altrove.

Soldati schierati durante le manifestazioni, il primo giugno (AP Photo/Andrew Kasuku)
Gli Stati Uniti hanno introdotto grosse limitazioni all’ingresso di persone che sono stati in Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sudan del Sud (dove non ci sono stati contagi). In Repubblica Democratica del Congo ci sono stati 321 casi confermati e 48 morti, più altri 116 casi sospetti, e in Uganda sono stati registrati 9 casi accertati e un morto. L’ebola è una malattia molto contagiosa causata dall’omonimo virus, e l’epidemia in corso è dovuta a una sua variante poco studiata e per la quale i trattamenti usati per quelle più comuni non hanno la stessa efficacia.
La gestione della crisi sanitaria è resa ancora più complicata da un ritardo di settimane nell’identificazione del focolaio, dall’instabilità politica e dagli attacchi subiti da alcuni centri di trattamento da parte di persone che reclamavano i cadaveri dei propri parenti, che invece erano stati destinati alla cremazione per evitare ulteriori contagi.
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