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  • Giovedì 4 giugno 2026

I paesi arabi del Golfo costruiscono alternative

Per esportare gas e petrolio senza passare dallo stretto di Hormuz: stanno investendo miliardi di dollari, ma i rischi e i problemi restano

Lo stretto di Hormuz, 1° giugno 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)
Lo stretto di Hormuz, 1° giugno 2026 (Amirhosein Khorgooi/ISNA via AP)
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I paesi arabi del golfo Persico stanno cercando alternative allo stretto di Hormuz per esportare il petrolio e il gas naturale che producono. Con poche eccezioni di cui parleremo, al momento le alternative sono poche e inadeguate: i paesi del Golfo stanno investendo miliardi di dollari per costruirne di nuove o ampliare quelle già esistenti, anche se non esistono soluzioni definitive e rimangono molti rischi.

Prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, praticamente tutte le esportazioni di petrolio e gas naturale dei paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Iraq) passavano via nave per Hormuz, con l’unica eccezione dell’Oman, le cui coste sono quasi interamente fuori dal golfo Persico. Lo stretto era la via al tempo stesso più rapida e meno costosa, e cercare alternative era considerato economicamente insensato.

Dopo più di tre mesi di guerra, però, i paesi del Golfo hanno ampiamente riconosciuto che anche se anche lo stretto riaprisse domani la situazione non potrebbe più tornare quella di prima.

Con ogni probabilità l’Iran continuerebbe a cercare di esercitare la sua influenza su Hormuz, per esempio chiedendo un pedaggio alle navi che lo attraversano. Inoltre rimarrebbe sempre presente il rischio di nuove chiusure in caso di ripresa dei conflitti. Per questo i paesi del Golfo vogliono diversificare e ridurre la loro dipendenza da Hormuz. Se dovesse riaprire, lo stretto rimane il modo migliore per esportare idrocarburi. Ma se ci saranno problemi, servono alternative.

Alcuni paesi hanno già delle alternative parziali. La più nota è l’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita, che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Quest’oleodotto è molto vecchio: fu costruito durante la guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, quando il passaggio per lo stretto di Hormuz fu temporaneamente minacciato. Prima della guerra attualmente in corso era poco utilizzato e trasportava circa due milioni di barili di greggio al giorno. Ora è stato portato alla massima capienza e ne trasporta sette, che è comunque una frazione della produzione saudita. Il governo saudita sta già progettando lavori per ampliare l’oleodotto e aumentarne ulteriormente la capacità.

Un’altra alternativa già esistente è l’oleodotto Habshan–Fujairah negli Emirati Arabi Uniti che, come dice il nome, porta il petrolio dalla città di Habshan al porto di Fujairah nel mare di Oman, aggirando Hormuz. Prima della guerra quest’oleodotto trasportava 1,1 milioni di barili al giorno; dopo è arrivato a 1,8, che è il massimo della sua capienza (ancora, una frazione della produzione totale degli Emirati).

Anche in questo caso sono in corso progetti di ampliamento: la capacità dell’oleodotto Habshan–Fujairah dovrebbe essere raddoppiata entro l’inizio dell’anno prossimo, e il governo emiratino sta valutando la costruzione di due ulteriori condutture (uno dei quali in grado di trasportare diversi tipi di idrocarburi) per aggirare Hormuz.

Anche l’Iraq possiede un oleodotto in grado di aggirare Hormuz passando per il mar Mediterraneo: collega i pozzi nell’area di Kirkuk con il porto di Ceyhan in Turchia, ma trasporta soltanto 250mila barili di petrolio al giorno, molto pochi per la produzione quotidiana dell’Iraq. Anche in questo caso l’Iraq sta valutando la costruzione di nuovi oleodotti che sbocchino in Giordania, Turchia, Siria o perfino Israele, anche se ancora non sono stati approvati progetti ufficiali.

Arabia Saudita, Emirati e Iraq sono i paesi più fortunati perché hanno potenziali sbocchi su altri mari che non siano il golfo Persico (a questi si aggiunge ovviamente l’Oman). I paesi rimanenti, Kuwait, Qatar e Bahrein, rimangono esclusivamente dipendenti da Hormuz, e hanno alternative ridotte.

Il Kuwait sta lavorando a una strategia di depositi petroliferi all’estero. In pratica sta facendo accordi con altri paesi (si parla di Oman, Giappone e Corea del Sud) per costruire grandi depositi da riempire con il proprio petrolio una volta che Hormuz sarà riaperto. In questo modo, anche in caso di nuove chiusure il Kuwait avrebbe ancora la possibilità di vendere il petrolio conservato all’estero, mantenendo i flussi attivi almeno finché i depositi non si esauriscono.

Il Qatar ha problemi maggiori, perché non esporta petrolio ma gas naturale, che tendenzialmente viene esportato all’estero (in paesi come l’Italia) via nave in stato liquefatto. Quindi al Qatar non basterebbe costruire dei gasdotti per aggirare Hormuz: dovrebbe anche costruire nei luoghi di arrivo dei grandi e costosissimi impianti di liquefazione per poi consentire le esportazioni. Al momento il Qatar è, assieme al piccolo Bahrein, l’unico paese del Golfo a non avere alternative valide a Hormuz.

Un lavoratore in un pozzo petrolifero in Bahrein, febbraio 2026 (AP Photo/Hasan Jamali)

Un lavoratore in un pozzo petrolifero in Bahrein, febbraio 2026 (AP Photo/Hasan Jamali)

Tutte queste alternative hanno però dei problemi. Anzitutto sono parziali: nonostante gli enormi e costosi progetti di ampliamento, nessuna è in grado di sostituire completamente Hormuz in termini di capacità. In secondo luogo Hormuz rimane comunque la via di esportazione più economica: quando riaprirà le alternative torneranno immediatamente a essere meno convenienti, anche se l’Iran dovesse imporre dei pedaggi, e i paesi del Golfo dovranno resistere alla tentazione di tornare al business as usual.

Tutti questi oleodotti alternativi, inoltre, rimangono esposti alle minacce militari dell’Iran. Ad aprile i droni iraniani hanno attaccato l’oleodotto saudita Est-Ovest, mentre a maggio è stato attaccato il porto emiratino di Fujairah. In nessuno dei due casi i danni sono stati rilevanti, ma gli attacchi hanno mostrato come nessuna alternativa o diversificazione può essere davvero sostenibile senza un accordo duraturo con l’Iran.