Le indagini per caporalato nel cantiere del consolato statunitense a Milano
Secondo la procura l'azienda incaricata di costruirlo sfruttava centinaia di operai indiani, fatti lavorare fino a 12 ore al giorno

L’azienda statunitense che si stava occupando della costruzione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano è stata messa sotto controllo giudiziario: secondo la procura avrebbe sfruttato centinaia di operai, costringendoli a lavorare fino a 12 ore al giorno in cambio di poche centinaia di euro, senza tutele in caso di malattia e infortuni, sotto la continua minaccia di licenziamento. Sono indagati la divisione italiana dell’azienda e il suo manager, il turco Ulas Demir, che è stato accusato di caporalato e arrestato all’aeroporto di Bergamo mentre stava per prendere un volo per la Turchia.
Le indagini sono partite dalla querela di un operaio licenziato nel novembre del 2024 e mandato via dall’alloggio dove viveva. Da lì la procura ha raccolto le testimonianze di 35 lavoratori, tutti di nazionalità indiana, che avevano lavorato nel cantiere tra il 2024 e il 2025.
Il cantiere del nuovo consolato statunitense si trova in piazzale Accursio, nella parte nord ovest di Milano, in un’area di circa 40mila metri quadrati che fino agli anni Settanta ha ospitato la sezione milanese del Tiro a segno nazionale. L’area fu acquistata dal consolato statunitense nel 2013 ma i lavori iniziarono ufficialmente nel 2022, con termine programmato nel 2025, poi spostato al 2028. Il progetto prevedeva la ristrutturazione delle parti storiche esistenti (in particolare una palazzina liberty) e la costruzione di un nuovo edificio.
La struttura era stata pensata per sostituire l’attuale sede del consolato statunitense, in via Principe Amedeo, tra Brera e Porta Venezia. I lavori, con un budget inizialmente stimato di 351 milioni di dollari, furono affidati alla Caddell Construction, azienda con sede in Alabama, negli Stati Uniti, che già in passato aveva costruito o ristrutturato ambasciate, consolati e altre strutture gestite dal governo statunitense in diverse parti del mondo. Le indagini hanno riguardato la sede italiana di Caddell Construction, che ha uffici a Milano.
Secondo la procura nel cantiere lavoravano centinaia di operai, in grandissima parte indiani: nel 2025 sarebbero stati tra i 311 e i 394. Caddell, secondo le indagini, avrebbe assunto molti dipendenti attraverso Dynamic House, un’agenzia di reclutamento con sede a Nuova Delhi, specializzata nel collocamento di lavoratori qualificati in settori come edilizia, ingegneria, sanità, ospitalità e informatica.
La maggior parte dei lavoratori ha detto di essersi rivolta a Dynamic House per trovare lavoro dopo aver visto annunci online o tramite passaparola tra conoscenti; altri invece hanno detto di essere stati contattati dall’azienda stessa. Secondo le ricostruzioni, Dynamic House avrebbe costretto gli operai a pagare 500mila rupie in contanti, circa 4.500 euro, per portare avanti le pratiche di assunzione, approfittando del loro bisogno di un’occupazione e in alcuni casi anche minacciandoli di trattenere il passaporto.
I lavoratori arrivavano in Italia con un permesso di soggiorno particolare, quello per distacco lavorativo intra-societario, noto anche con la sigla inglese ICT (Intra-corporate transfer). È un canale che consente a un’azienda fuori dall’Unione Europea di trasferire temporaneamente i propri dipendenti a lavorare in un’altra azienda stabilita in Italia, senza che questi rientrino nelle quote annuali di ingressi regolari decise con il cosiddetto decreto flussi. È riservato a lavoratori specializzati e li autorizza a lavorare sul territorio italiano solo per una specifica azienda e solo per uno specifico progetto, per un periodo equivalente alla durata del contratto di lavoro. Una volta concluso il progetto, il lavoratore non può cercare un altro lavoro in Italia con lo stesso permesso.
Dynamic House avrebbe pattuito a voce con i lavoratori una retribuzione mensile tra i 1.400 e i 1.500 euro, con vitto e alloggio gratuiti o rimborsati. Secondo la procura, però, gli operai sarebbero stati poi costretti a firmare contratti indiani che prevedevano paghe comprese tra 1,31 e 1,91 euro all’ora. I contratti erano in inglese, una lingua che molti di loro non leggevano: così non erano in grado di capire cosa stavano firmando. Per ottenere i visti, invece, Caddell avrebbe presentato alla prefettura contratti diversi, formalmente in linea con le retribuzioni e le condizioni previste dal contratto collettivo nazionale italiano dell’edilizia, che per la procura era quello da applicare.
Sempre secondo la procura, una volta arrivati in Italia i lavoratori sarebbero stati costretti a firmare altri documenti senza ricevere spiegazioni o traduzioni. Tra questi anche alcuni moduli per l’apertura di conti correnti e per l’autorizzazione, a loro insaputa, di addebiti diretti di circa 500 euro al mese per pagare il residence dove alloggiavano.
Oltre al prelievo automatico di 500 euro, i lavoratori hanno raccontato che dovevano pagare tra i 350 e i 370 euro al mese per i pasti forniti in cantiere durante la pausa pranzo, anche se non li mangiavano. Hanno detto che i soldi dovevano essere consegnati in contanti a un uomo di origine indiana (identificato come il caporale, cioè il responsabile dello sfruttamento dentro al cantiere) che altrimenti minacciava ritorsioni o licenziamenti.

Operai al lavoro nel cantiere di piazzale Accursio a Milano (Claudio Furlan/ LaPresse)
La procura ha calcolato che con queste spese a carico e con la necessità di mandare soldi alle proprie famiglie rimaste in India (più o meno 350 euro al mese), i lavoratori erano di fatto costretti a vivere a Milano con circa 150 euro al mese, con i quali dovevano pagarsi le cene e i pasti dell’unico giorno libero. I dipendenti, infatti, hanno raccontato che il lavoro in cantiere occupava sei giorni alla settimana per circa 12 ore al giorno, dalle 6 del mattino fino alle 18-18:30 del pomeriggio. A questi orari andava aggiunta anche un’ora di viaggio al mattino e una la sera per il trasferimento dal residence al cantiere e viceversa.
Secondo gli operai, il lavoro si svolgeva in un clima molto intimidatorio, con capi cantiere che li avrebbero insultati, spintonati e minacciati di licenziarli e farli tornare in India se non avessero lavorato velocemente o se avessero perso tempo per andare in bagno.
Gli operai sarebbero stati costretti a lavorare anche quando erano malati o infortunati, prendendo antidolorifici o altri medicinali da un medico presente in cantiere: secondo le loro testimonianze, se non si presentavano al lavoro perché malati, la paga della giornata veniva tolta dallo stipendio. Un operaio ha raccontato di un collega che, dopo essere caduto da una scala, non sarebbe stato soccorso da un’ambulanza e due giorni dopo sarebbe tornato in India.
Andrea Fulceri e Maria Paola De Nobili, gli avvocati che stanno seguendo i 35 lavoratori finora coinvolti, dicono che gli operai sono mediamente uomini tra i 35 e i 45 anni, anche molto specializzati e con diversi anni di esperienza alle spalle. Gli avvocati dicono che i contratti indiani, firmati dai lavoratori a loro insaputa, prevedevano anche una durata inferiore rispetto al permesso di soggiorno. Tanti operai quindi sarebbero stati lasciati senza lavoro dopo pochi mesi, e si sarebbero ritrovati sul territorio italiano senza una casa e senza un impiego, con un permesso di soggiorno che non permetteva loro di trovare altre occupazioni.
Non è ancora chiaro il motivo di questi allontanamenti anticipati: un’ipotesi dei legali è che l’azienda, in questo modo, evitasse proteste da parte dei lavoratori. Al momento l’azienda non ha risposto alle accuse.
Al termine delle indagini, i pubblici ministeri Mauro Clerici e Paolo Storari hanno sottoposto la sede italiana della Caddell Construction a controllo giudiziario, una misura che prevede l’affiancamento di un amministratore giudiziario ai dirigenti di un’azienda per interrompere o impedire attività illecite. In questo caso serve anche a regolarizzare i lavoratori e a far proseguire il cantiere del consolato nella legalità.



