L’osteopatia funziona o ci sembra che funzioni?

Che cosa dicono le ricerche ora che in Italia sono state definite le regole per studiarla e praticarla come professione sanitaria

Un osteopata durante una seduta nel 1949 presso la British School of Osteopathy nel Regno Unito (Raymond Kleboe/Picture Post/Hulton Archive/Getty Images)
Un osteopata durante una seduta nel 1949 presso la British School of Osteopathy nel Regno Unito (Raymond Kleboe/Picture Post/Hulton Archive/Getty Images)
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Il 22 maggio è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto che regolamenta le modalità di riconoscimento del titolo di osteopata in Italia. Era un provvedimento atteso da tempo e che rende attuabile la legge introdotta nel 2018, che aveva dato l’avvio per l’inserimento dell’osteopatia nelle professioni sanitarie. Il decreto indica l’istituzione di elenchi temporanei ai quali si potrà iscrivere chi svolge già da tempo l’attività di osteopata, perché aveva iniziato a lavorare prima che fosse necessario un corso di laurea per questa professione.

Da quasi dieci anni si sta infatti cercando di riorganizzare un settore che si era sviluppato disordinatamente e tra grandi contraddizioni, ma che occupa migliaia di professionisti e interessa moltissime persone che scelgono di affidarsi ai trattamenti osteopatici. Questa riorganizzazione avviene sullo sfondo delle grandi perplessità intorno alle pratiche osteopatiche, che negli studi più ampi e approfonditi non hanno mostrato di essere efficaci per il trattamento di numerose condizioni di salute e per questo sono spesso indicate come “terapie alternative”.

Molte persone ricorrono all’osteopatia per provare a risolvere problemi muscolari e alle articolazioni, ma anche dolori alla schiena e al collo o ancora disturbi della digestione e mal di testa. Gli ambiti di trattamento sono disparati e la disciplina ha confini poco definiti rispetto a quelli della medicina ufficiale. La difficoltà stessa di definire che cosa sia o non sia “osteopatia” coinvolge spesso gli stessi professionisti che la praticano, e deriva in buona parte dal modo in cui nacque e si è evoluta nel corso del tempo.

L’osteopatia nacque nella seconda metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, in un periodo in cui la medicina era molto diversa da oggi. Le cure davvero efficaci erano poche, si usavano ancora rimedi inutili e spesso dannosi risalenti ai secoli precedenti. C’era una forte sfiducia nei medici che spesso non riuscivano a curare i pazienti. Mancavano le conoscenze scientifiche su molti aspetti del funzionamento dell’organismo e lo studio di virus, batteri e altri microrganismi era ancora all’inizio.

Fu in questo contesto che il medico statunitense Andrew Taylor Still elaborò l’idea di un approccio medico diverso, che sarebbe poi diventato l’osteopatia. Still aveva dovuto affrontare la morte di tre dei propri figli per meningite e questo aveva contribuito a far nascere in lui la convinzione (non sostenuta da esperimenti veri e propri) che molte malattie derivassero direttamente da squilibri dell’apparato muscolo-scheletrico. Teorizzò che il corpo possedesse capacità naturali per guarire da sé e che il compito del medico fosse di mettere ordine nell’organismo, per lo più attraverso manipolazioni e massaggi.

Andrew Taylor Still (Getty Images)

L’idea centrale era che la struttura e la funzione del corpo fossero strettamente collegate: quando ossa e muscoli non funzionano bene, allora il corpo si ammala. In questi casi, secondo Still, la soluzione più efficace era intervenire manualmente sul corpo per ristabilire l’equilibrio. Era un approccio insolito e che andava contro le prime teorie dell’epoca sulla responsabilità degli agenti esterni nel causare le malattie. Lo aveva però sviluppato in un periodo in cui la medicina seguiva spesso approcci per nulla scientifici, quindi all’epoca il suo trattamento non appariva così balzano.

Nel 1892 Still fondò la prima scuola di osteopatia negli Stati Uniti, dalla quale nacquero poi varie correnti, alcune dedicate a un approccio strettamente manuale su ossa e muscoli, e altre più interessate agli organi. Si svilupparono per esempio l’osteopatia viscerale, che sostiene di poter agire sugli organi interni manipolandoli dall’esterno, e l’osteopatia cranio-sacrale, secondo la quale le ossa del cranio avrebbero la possibilità di fare piccoli movimenti influenzabili con le mani e che possono portare beneficio al paziente.

Mentre Still sosteneva di poter fare manipolazioni su un bambino in modo da fermare «la scarlattina, il mal di gola, la difterite o la pertosse in tre giorni torcendogli il collo», la medicina faceva importanti progressi e grazie alla ricerca clinica e scientifica stava diventando la cosa che conosciamo oggi. Si iniziarono a capire gli effetti dei virus e dei batteri, l’importanza dell’igiene e dell’isolamento delle persone contagiose, ma si misero anche le basi per comprendere meglio i problemi di salute che si verificano nell’organismo in assenza di agenti esterni.

L’osteopatia ideata nei termini di Still non aveva più senso di esistere, ma fu proprio nel secondo dopoguerra che si trasformò, tenendo insieme sia pratiche per nulla ortodosse sia trattamenti tipici di altre discipline come la fisioterapia. Per riprendere una definizione cara a Jonathan Jarry, biologo e divulgatore della McGill University di Montreal (Canada), oggi l’osteopatia è «come la creatura aliena di The Thing di John Carpenter», quindi un’entità che muta la propria forma al punto da essere inaccettabile in alcuni contesti e perfettamente rispettabile in altri.

L’osteopatia moderna si rifà ai concetti di Still sul corpo visto come unità, le cui funzioni e strutture sono correlate tra loro, in grado di autoregolarsi. Attribuisce poi una grande importanza ai movimenti dei fluidi corporei e alle manifestazioni fisiche di una malattia che non sarebbero solo i sintomi, ma un modo dell’organismo per contribuire a mantenere la malattia stessa. Le definizioni sono spesso vaghe e variano molto, a differenza di quanto avviene con la medicina basata su procedure e protocolli condivisi che vengono aggiornati in base alle nuove scoperte e agli indizi che emergono durante la pratica clinica.

Le manipolazioni rimasero e sono ancora oggi ciò a cui pensano le persone quando sentono parlare di osteopatia, e in effetti sono una parte importante dei trattamenti per molti professionisti. Comprendono tecniche che vengono usate con l’intento dichiarato di trattare problemi alle ossa, agli organi e ai muscoli.

Si ricorre quindi alla manipolazione per un problema articolare, come il male a un gomito, oppure per regolare l’afflusso dei fluidi corporei verso gli organi. Alcuni centri offrono trattamenti con la promessa di risolvere problemi come l’asma nei bambini, oppure per trattare il reflusso o ancora la pressione alta, senza che ci siano però prove convincenti sull’efficacia di questi trattamenti.

Illustrazione di un trattamento osteopatico per l’impotenza risalente al 1898 (Wikimedia)

Un’analisi realizzata con metodi statistici su vari studi scientifici (metanalisi) non ha indicato effetti clinicamente rilevanti nel trattamento osteopatico per il mal di schiena rispetto a trattamenti fasulli (placebo). Gli autori hanno però segnalato che la qualità degli studi era molto scarsa, al punto da non poter essere sicuri dei risultati ottenuti con la metanalisi. Il problema è frequente: misurare gli effetti dell’osteopatia, come di altre terapie alternative, è estremamente difficile soprattutto se ci si deve basare sulle indicazioni dei pazienti, che non solo reagiscono in modo diverso ai trattamenti, ma anche alla segnalazione e alla percezione del dolore.

Una metanalisi ha provato a indagare l’efficacia dell’osteopatia nel trattare il mal di pancia (coliche) infantile, anche in questo caso senza riscontrare benefici. Sempre in questo ambito, nel 2018 una revisione sistematica analizzò gli studi svolti sull’osteopatia viscerale segnalando la mancanza di «prove solide e ben condotte sull’affidabilità e sull’efficacia delle tecniche». Una più recente metanalisi ha segnalato la medesima circostanza, mentre un’analisi degli studi sull’osteopatia cranio-sacrale non ha riscontrato l’esistenza di prove affidabili per stabilire eventuali benefici.

L’elenco potrebbe proseguire a lungo e segnala una costante: quando gli studi si concentrano sulle tecniche osteopatiche specifiche, i risultati sono generalmente deludenti. E più gli studi sono rigorosi e controllati, meno risultano evidenti effetti positivi.

Se invece si guarda all’osteopatia in generale, la misurazione e l’analisi diventano molto più difficili proprio perché non è una pratica unica e definita. Esercizi posturali, ginnastica riabilitativa, allungamento e altra attività fisica non appartengono strettamente all’osteopatia nella sua forma originaria, ma spesso chi va dall’osteopata viene sottoposto sia alle manipolazioni sia alle pratiche che sono invece tipiche di altri trattamenti come quelli fisioterapici.

Una persona che ha mal di schiena e dopo qualche seduta si sentirà meglio potrà attribuire il miglioramento alla manipolazione dell’osteopata, senza tenere in considerazione che magari nel frattempo avrà fatto anche ginnastica riabilitativa o sarà rimasta a riposo. Inoltre, come altri problemi muscolo-scheletrici, spesso il mal di schiena passa per conto proprio anche senza fare nulla e magari sarebbe passato anche senza andare dall’osteopata (o dall’ortopedico o dal fisioterapista). Spesso non c’è modo di saperlo perché non si può avere la controprova, e si finisce per attribuire all’avere fatto qualcosa la risoluzione del problema. Vale per molti altri ambiti della propria salute ed è uno degli aspetti più difficili con cui confrontarsi, soprattutto in momenti psicologicamente delicati nei quali si vuole solo guarire.

Il fatto che non ci siano segnali di efficacia dagli studi e dalle analisi non implica comunque che ci sia un’assenza di effetti avversi e di pericoli.

Le tecniche osteopatiche ad alta velocità e bassa ampiezza sono manipolazioni articolari rapide che provocano il classico “scrocchio” dovuto al rilascio di gas nelle articolazioni. Sono diventate famose soprattutto nei video sui social network, con un ricco e seguito filone su TikTok, ma possono comportare danni articolari e lesioni da cui è poi difficile riprendersi. Le manipolazioni cervicali sono rischiose: intervengono su una parte anatomica delicata e densamente innervata. I movimenti bruschi possono causare lesioni articolari, compressioni nervose ed eventi più gravi come la dissezione delle arterie, con conseguente ictus.

Una manovra al collo durante una seduta di osteopatia (Wikimedia)

Nel libro Ogni parola che sapevo il giornalista ed ex direttore di Rai 3 Andrea Vianello ha raccontato la propria esperienza personale. Nel periodo in cui si sottoponeva a trattamenti osteopatici al collo per dolori cervicali e mal di testa ebbe un ictus. Pur evitando di attribuire direttamente le responsabilità a quel trattamento per la complessità dei legami causa-effetto, nel libro Vianello cita pareri di medici ed esperti auspicando che ci sia maggiore chiarezza su quel tipo di trattamenti e sulla loro pericolosità.

Le principali associazioni di osteopati disincentivano la spettacolarizzazione dei trattamenti sui social network e, seppure con resistenze interne, hanno anche avviato un ripensamento delle pratiche più controverse. Per lungo tempo lo hanno fatto su base volontaria, perché la professione di osteopata non era regolamentata. Non essendo medici né operatori sanitari propriamente detti, gli osteopati vivevano in un’area grigia, senza che ci fossero regole chiare e tutele per loro e per i pazienti.

Ancora una decina di anni fa le scuole private di osteopatia potevano essere aperte senza particolari controlli, e potevano offrire percorsi formativi variabili, con una durata dell’ordine di anni, mesi e talvolta di pochi giorni. Non esisteva una laurea universitaria pubblica in osteopatia, non c’era un albo professionale statale e il titolo stesso di “osteopata” non era regolato. Il sistema si basava per lo più su scuole e associazioni private, con enti seri e altri molto meno. Era difficile capire la serietà e il livello di preparazione dei singoli professionisti.

Accadeva spesso che i fisioterapisti, che invece seguivano un percorso universitario sanitario riconosciuto, aggiungessero anche una formazione privata in osteopatia per ampliare le tecniche offerte ai pazienti e rispondere a una domanda crescente di trattamenti manuali. Per questo spesso i fisioterapisti sono anche osteopati (e non viceversa).

Nel 2018 l’allora ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, constatò l’esistenza del problema, la diffusione dell’osteopatia e i rischi del mantenimento di quell’area grigia. Preparò quindi una legge che riconoscesse ufficialmente l’osteopatia come professione sanitaria, con l’idea che una più stretta regolamentazione avrebbe potuto rendere più efficaci i controlli e avrebbe ricondotto ogni professionista alle proprie responsabilità. Le professioni sanitarie comprendono figure che lavorano nell’assistenza, nella riabilitazione o nella prevenzione sanitaria senza avere le stesse competenze diagnostiche e prescrittive dei medici, che fanno diagnosi e curano le malattie.

Lorenzin chiarì che non era un riconoscimento scientifico, ma un riconoscimento legale all’interno di una legge che più in generale riordinava le professioni sanitarie. La scelta ricevette comunque molte critiche vista la mancanza di prove scientifiche sull’osteopatia, il rischio di legittimare una disciplina per lo meno controversa e la possibile confusione tra terapie che non sono strettamente mediche.

La legge del 2018 non aveva comunque indicato le regole pratiche su ciò che può fare un osteopata, come si forma e che titolo può usare. Nel 2021 un decreto definì il profilo professionale di osteopata e le sue competenze generali, sancendo di fatto l’ingresso di questi professionisti nell’ordinamento sanitario italiano. Due anni dopo fu poi definito un corso di laurea abilitante, per passare dalla formazione privata libera e molto varia dei decenni precedenti a un percorso universitario standardizzato. Rimaneva però da risolvere la questione delle migliaia di osteopati che già svolgevano la professione o che stavano terminando gli studi con le vecchie regole.

Il decreto pubblicato questa settimana ha affrontato la questione e serve quindi a gestire il passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Chi è già osteopata o stava studiando per diventarlo può entrare in un elenco transitorio, dimostrando di avere fatto un minimo di ore di teoria, di tirocinio o di avere già una certa esperienza personale. Entro i prossimi sei anni dovrà poi sostenere un esame universitario e ottenere il riconoscimento ufficiale del titolo, con eventuali integrazioni delle materie mancanti.

A partire dal prossimo settembre la via di accesso alla professione di osteopata sarà solo universitaria, con corsi abilitanti che potranno essere attivati solo dalle università accreditate dal ministero dell’Università e della Ricerca. Per il Servizio sanitario nazionale il riconoscimento dell’osteopatia ha avuto soprattutto un effetto normativo e organizzativo, ma questo non significa che le sedute osteopatiche saranno coperte. Nella pratica, infatti, i trattamenti restano quasi sempre privati e a pagamento.

Il decreto ha quindi completato il percorso che era stato avviato nel 2018, ma non chiude il confronto sull’efficacia scientifica dell’osteopatia e sulla scelta stessa di riconoscerla come professione sanitaria.