L’Alberta sta prendendo una china tipo Brexit
La sua prima ministra di destra ha indetto un referendum sull'indipendenza dal Canada, a cui formalmente si oppone: cosa mai potrà andare storto?

La settimana scorsa la prima ministra dell’Alberta, una provincia grande e ricca che fa parte della federazione del Canada, ha indetto un referendum per chiedere ai suoi abitanti se indire un successivo referendum, questa volta vincolante, per rendersi indipendente dal Canada. Nonostante lo strumento un po’ macchinoso – di fatto, sarà un referendum sulla possibilità di tenere un referendum – è molto chiaro che la questione centrale sarà l’indipendenza dallo stato, un tema che ciclicamente torna nel dibattito locale.
Il primo ministro canadese Mark Carney, centrista, ha molto criticato la decisione del governo dell’Alberta paragonandola a Brexit; un processo a cui lui ha assistito di persona perché all’epoca era governatore della banca centrale britannica. Ci sono altri punti di contatto: anche la prima ministra che ha indetto il referendum, Danielle Smith, è di destra e formalmente farà campagna per rimanere dentro al Canada, esattamente come ai tempi fece David Cameron (che poi perse il referendum e si dimise).
Cameron ai tempi indisse il referendum su Brexit come scommessa politica, per fare pressione sull’Unione Europea – in caso di vittoria, ovviamente – e accreditarsi nell’elettorato più radicale. Anche Smith ha obiettivi simili: sembra che voglia fare pressione sul governo centrale del Canada per ottenere delle concessioni a livello locale, e coltivare credenziali da leader di una destra radicale e molto vicina al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È una scommessa particolarmente azzardata in Canada, dove Trump è assai poco popolare per via delle sue ripetute minacce di annessione.
Una parte dei separatisti dell’Alberta si ispira proprio al movimento MAGA di Trump: per loro il risentimento verso il governo centrale spesso supera quello verso gli Stati Uniti. Anche per questo Smith non si è mai dissociata da Trump con la stessa nettezza dei dirigenti nazionali del Partito Conservatore, e proprio per coltivare questo elettorato – scommettendo che in futuro diventerà maggioritario – si è molto spesa per il referendum.
Lo mostra bene il modo in cui lo ha organizzato. A ottobre era già previsto un referendum in Alberta, su altri temi, ma la settimana scorsa Smith ha aggiunto a sorpresa il quesito sulla permanenza nel Canada. Lo ha fatto dopo che la petizione per un referendum di Alberta Prosperity Project – il gruppo indipendentista che più ammira Trump – era stata dichiarata incostituzionale da un tribunale dell’Alberta, perché il gruppo non aveva consultato la popolazione indigena della provincia, come previsto dall’ordinamento canadese. In precedenza Smith aveva ridotto il numero di firme necessarie per chiedere un referendum, da 600mila a 177mila.

La prima ministra dell’Alberta, Danielle Smith, e quello del Canada, Mark Carney, a Ottawa l’8 maggio (Sean Kilpatrick/The Canadian Press via AP)
I legami di Smith e dell’indipendentismo dell’Alberta con il movimento MAGA non sono una cosa nuova. Nel 2025 il New York Times aveva definito Smith «la cosa più vicina a un’alleata del movimento MAGA tra i Conservatori canadesi». Era anche andata a incontrare Trump a Mar-a-Lago prima della cerimonia d’insediamento del 2025, quando lui già parlava di annettere il Canada o ne sminuiva il governo.
Il gruppo Alberta Prosperity Project ha poi cercato apertamente sponde in Trump. I suoi esponenti sono stati ricevuti in più occasioni dall’amministrazione Trump e hanno ottenuto molta visibilità sui media di destra statunitensi, come Fox News. A fine gennaio Carney è arrivato a chiedere agli Stati Uniti di non interferire, dopo che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent aveva detto in un podcast che un’Alberta indipendente sarebbe stata una partner naturale per gli Stati Uniti.
Secondo i media canadesi agli Stati Uniti interessa la questione dell’indipendenza dell’Alberta perché se si concretizzasse potrebbero avviare legami commerciali ancora più stretti e chiedere, in cambio, il petrolio dell’Alberta; una provincia che ne è così ricca che capita di osservare pompe di petrolio nei terreni delle fattorie private. Il giornalista di CBC Jason Markusoff ha ipotizzato che «quando Donald Trump parla del Canada come il 51esimo stato, in realtà sta parlando dell’Alberta, con le sue risorse naturali».

Pompe di petrolio a Cremona, in Alberta, in una foto dell’anno scorso (Jeff Mcintosh/The Canadian Press via ZUMA Press)
La retorica di Trump a favore dell’estrazione indiscriminata di petrolio, quella dello slogan «drill, baby, drill», ossia un invito a trivellare, ha una certa presa in Alberta. È qui infatti che viene estratto più dell’80 per cento del petrolio canadese.
Ultimamente l’Alberta si è sentita penalizzata dalle politiche ambientaliste di Justin Trudeau, il predecessore di Carney, che per esempio limitavano la costruzione di nuovi oleodotti. Carney ha annullato alcune di queste misure da quando ha preso il posto di Trudeau. A metà maggio proprio Carney insieme a Smith aveva firmato un memorandum per costruire un nuovo oleodotto tra la provincia e la capitale Ottawa. Il progetto aveva attirato le critiche degli ambientalisti e della popolazione indigena.
Il progetto comunque non è riuscito a placare la sensazione, da parte di alcuni abitanti dell’Alberta, di essere trascurati dal governo centrale. Si parla in proposito di «alienazione dell’Ovest», per la contrapposizione tra questa parte più remota e rurale del Canada e la costa atlantica, dove si concentrano la popolazione e il potere politico.
Esattamente come successo a Cameron, la decisione di Smith potrebbe diventare controproducente, anche se per ragioni diverse.
Secondo i primi sondaggi le persone favorevoli all’indipendenza non superano un terzo dell’elettorato. Molti indipendentisti insomma ritengono che sia troppo presto per indire un referendum sul tema, e temono che l’iniziativa di Smith possa danneggiare la loro causa. Al tempo stesso, Smith si è messa contro anche la dirigenza nazionale del Partito Conservatore, che ha scelto di non prendere posizione sul referendum.
Smith, insomma, potrebbe ottenere una vittoria politica se il referendum finisse quasi in parità, ma vincesse di poco l’opzione per rimanere; esattamente ciò che sperava Cameron per Brexit.
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