Trump sta usando il “modello Venezuela” anche contro Cuba
Lo mostra l'incriminazione dell'ex presidente cubano Raúl Castro, ma tra i due paesi ci sono grosse differenze

L’incriminazione da parte degli Stati Uniti di Raúl Castro, l’ex presidente di Cuba e fratello di Fidel Castro, è la conferma più evidente finora che l’amministrazione di Donald Trump vuole usare a Cuba la stessa tattica impiegata a gennaio contro il Venezuela.
Anche il Venezuela, come Cuba oggi, era stato sottoposto a un blocco navale. Anche il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, era stato messo sotto accusa dalla giustizia statunitense. La sua incriminazione era poi stata usata come pretesto per un’azione militare nel paese. L’amministrazione Trump è piuttosto esplicita sulla questione e sta creando dei paralleli diretti tra la situazione del Venezuela e quella di Cuba. Ci sono però differenze sostanziali.
Per Trump e la sua amministrazione, l’operazione in Venezuela di gennaio è stata un successo eccezionale: un intervento militare breve e limitato; un cambio di regime più o meno pacifico e l’insediamento di una nuova leadership proveniente dallo stesso regime (e quindi ancora in grado di controllare il paese), ma più accomodante e pronta a obbedire alle richieste degli Stati Uniti. In Venezuela questo è avvenuto con Delcy Rodríguez, la vicepresidente di Maduro che è salita al potere dopo la sua cattura.
Da quel momento Trump ha cercato di ripetere lo stesso modello contro altri paesi. Ci ha provato – fallendo – con l’Iran: proprio questa settimana il New York Times ha scoperto che il “Delcy iraniano” avrebbe dovuto essere l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Il Wall Street Journal ha scritto che anche a Cuba gli Stati Uniti starebbero cercando un “Delcy cubano” per sostituire il regime attuale.

Una nave di aiuti umanitari arriva all’Avana, marzo 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
L’incriminazione contro Raúl Castro si inserisce in questo contesto di ripetizione di un modello. Come Maduro era stato incriminato per traffico di droga, così Castro è stato incriminato per l’abbattimento nel 1996 di due piccoli aerei di un’associazione statunitense che forniva assistenza e soccorso alle persone che scappavano da Cuba via mare.
In un messaggio ufficiale inviato mercoledì per la festa dell’indipendenza di Cuba, Trump è stato molto chiaro con il parallelo: «L’incriminazione e la rimozione di Maduro sono un messaggio chiaro per i suoi alleati socialisti all’Avana: questo è il nostro emisfero e chi destabilizza e minaccia gli Stati Uniti ne subirà le conseguenze». Qui però cominciano le differenze.
Raúl Castro non è più presidente di Cuba dal 2018: l’attuale presidente, Miguel Díaz-Canel, è una figura di basso profilo molto fedele al regime. Pur non avendo più incarichi formali, Castro è ritenuto ancora estremamente influente. Ma ha 94 anni, non appare in pubblico da tempo e il suo stato di salute è probabilmente fragile. L’idea che gli Stati Uniti possano catturare in un’operazione violenta un ultranovantenne è decisamente remota.
Più in generale è improbabile che gli Stati Uniti comincino in tempi brevi un’operazione militare contro Cuba. Anzitutto perché le forze americane sono ancora impegnate in Medio Oriente, e non ci sono segnali che si stiano spostando. Contro il Venezuela, prima dell’attacco, gli Stati Uniti impiegarono mesi ad ammassare navi e mezzi al largo del paese.
Ci sono inoltre differenze strutturali tra il Venezuela e Cuba. In Venezuela c’era una fortissima opposizione politica, che negli anni è stata capace di portare in piazza centinaia di migliaia di persone e di indebolire il regime di Maduro. La coesione interna al regime venezuelano era lasca, tanto che gli Stati Uniti erano riusciti a trovare una politica disposta a guidare un governo più sottomesso: Delcy Rodríguez, appunto.
A Cuba invece l’opposizione è praticamente inesistente, a causa di decenni di repressione del regime. Le proteste stanno diventando più frequenti, ma sono comunque sporadiche e soprattutto poco organizzate. Almeno al momento sembra che non ci siano divisioni tali all’interno del regime da consentire l’emergere di una fazione contraria che potrebbe trattare con gli Stati Uniti.

Donald Trump e il direttore della CIA John Ratcliffe, aprile 2026 (AP Foto)
Anche per questo, al netto di minacce e incriminazioni, per ora la strada principale che Stati Uniti e Cuba hanno intrapreso è quella dei negoziati. Sono in corso da metà marzo, e gli Stati Uniti hanno anche inviato a Cuba funzionari di alto livello come il direttore della CIA.
I negoziati sono segreti, ma sembra che le richieste degli Stati Uniti siano esose per il regime cubano: tra le altre cose hanno chiesto a Cuba di chiudere le postazioni di spionaggio che Russia e Cina hanno sull’isola, che vengono utilizzate per sorvegliare il territorio statunitense. Hanno chiesto inoltre grandi riforme economiche che liberalizzino l’economia dell’isola, che è ancora in gran parte gestita dallo stato.
Più in generale, però, l’amministrazione Trump sta cercando di attuare un cambio di regime: Trump (e il suo segretario di Stato Marco Rubio, che ha origini cubane) vuole diventare il presidente che ha posto fine al dominio dei Castro a Cuba. Questo è inaccettabile, per il regime dei Castro.



