E se anche quelle extraterrestri fossero intelligenze artificiali?
Non avrebbero diverse caratteristiche degli organismi viventi, ma nemmeno i limiti: un’ipotesi fantascientifica con vari risvolti

La creazione umana più lontana dalla Terra è una sonda spaziale lanciata nel 1977, che ha superato il sistema solare nel 2012 e attualmente dista poco più di 25 miliardi di chilometri. Riesce ancora a trasmettere, ma le sue risorse di energia sono quasi esaurite e un giorno smetterà. Quel giorno la Voyager 1 resterà “solo” un oggetto nello Spazio profondo: la prova che dove non possono spingersi in carne e ossa, gli esseri umani inviano cose che possono arrivarci. E che teoricamente potrebbero continuare a viaggiare e sopravvivere agli umani stessi.
Negli ultimi anni, man mano che il dibattito sull’intelligenza artificiale (AI) diventava attuale, alcuni astrofisici e astronomi hanno riflettuto sull’ipotesi che i suoi sviluppi futuri possano permettere, tra le altre cose, viaggi nello Spazio oltre limiti biologicamente insuperabili per gli umani. Nuove sonde o altri mezzi potrebbero essere abbastanza “intelligenti” da auto-orientarsi, cambiare rotta se necessario, e ricavare e ottimizzare le risorse lungo viaggi troppo pericolosi, troppo ostili o, banalmente, troppo lunghi per dei corpi viventi.
Secondo quegli scienziati, ammettere questa ipotesi significa ammetterne implicitamente anche una inversa: un’eventuale civiltà extraterrestre tecnologicamente evoluta potrebbe avere fatto la stessa cosa, magari milioni di anni fa, per aggirare limiti altrettanto insuperabili dalla sua prospettiva. E questo vorrebbe dire che forme di vita intelligente emerse in altri sistemi planetari, anche se fisicamente irraggiungibili, potrebbero essere scoperte intercettando qualcosa che non è vivente in senso stretto, ma è il segno di qualcos’altro che lo è stato: la civiltà che lo ha prodotto.
– Leggi anche: E se fossimo lo “zoo” di una specie aliena?
Per quanto fantascientifica all’apparenza, non è un’ipotesi del tutto nuova: intercettare le comunicazioni di un’altra civiltà intelligente è l’obiettivo che nei primi anni Sessanta portò l’astrofisico statunitense Frank Drake e altri scienziati a fondare il SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), il più grande e ambizioso programma scientifico dedicato alla ricerca di vita extraterrestre. E negli anni successivi, a partire da una teoria elaborata dal matematico e fisico John von Neumann, alcuni scienziati del SETI ipotizzarono che civiltà avanzate avrebbero potuto esplorare altri sistemi planetari utilizzando sonde auto-replicanti, dette “sonde di von Neumann”: automi in grado di replicare sé stessi simulando i meccanismi di riproduzione degli esseri viventi, senza i limiti degli esseri viventi.
I recenti progressi nel campo dell’AI hanno reso queste ipotesi più familiari e comprensibili per una parte dell’opinione pubblica rispetto a mezzo secolo fa. Soprattutto hanno reso più incerta la risposta alla domanda su cosa sia l’intelligenza stessa, e se abbia senso oppure no estenderla a sistemi che non sono organismi viventi, ma ne sono comunque un prodotto o un’evoluzione.

Il FAST (Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope), il più grande radiotelescopio al mondo, nella provincia cinese di Guizhou, il 16 gennaio 2026 (Ou Dongqu/Xinhua/Zuma Press)
Una premessa dell’ipotesi dell’intelligenza artificiale extraterrestre, come disse a BBC nel 2023 il cosmologo e astrofisico inglese Martin Rees, è che ci sono voluti più di quattro miliardi di anni prima che la vita intelligente emergesse sulla Terra, ma nella vita futura del pianeta l’intelligenza potrebbe svilupparsi in direzioni completamente nuove e in forma non necessariamente organica. Se ciò accadesse, aggiunse Rees, «la nostra specie sarebbe stata solo una breve parentesi nella storia della Terra prima che le macchine prendessero il sopravvento».
Rees, che ha 83 anni, è stato tra le altre cose presidente del comitato consultivo del “Breakthrough Listen”, uno dei progetti avviati dal SETI nel 2015 per la ricerca di segnali alieni oltre il sistema solare. Secondo lui è possibile che la specie umana sia una tappa intermedia verso menti più artificiali, e questo potrebbe spiegare perché l’Universo sembra così privo di forme di vita simili alla nostra. Se ipotizziamo che l’evoluzione verso un’intelligenza non organica sia la norma dappertutto nell’Universo, intercettarne una di tipo umano nel breve periodo in cui si manifestava ancora in quella forma diventa molto improbabile. «Forse è più probabile che gli alieni siano i lontani discendenti elettronici di altre creature organiche esistite molto tempo fa».
– Leggi anche: Il messaggio di Arecibo ha 50 anni
Questa ipotesi ha implicazioni profonde e in parte inimmaginabili sull’idea che abbiamo degli alieni e di ciò di cui dovrebbero essere fatti. Aumenta teoricamente le probabilità che esistano, forse, ma ne complica anche molto la ricerca. Un’intelligenza artificiale extraterrestre potrebbe non avere bisogno di un’atmosfera, per esempio, né di altre condizioni provvisorie o elementi particolari del pianeta in cui ha avuto origine. Potrebbe compiere viaggi nello Spazio impensabili per qualsiasi intelligenza organica, e potrebbe persino preferire viaggiare piuttosto che subire l’influenza stabile della gravità di un pianeta, poco compatibile, per esempio, con la costruzione di strutture enormi e leggere per l’approvvigionamento dell’energia.
L’energia stessa potrebbe essere ricavata in modi che non riusciamo ancora a immaginare, aggiunse Rees: vivere in orbita attorno a una stella potrebbe non essere indispensabile. Se l’intelligenza artificiale extraterrestre fosse fatta di silicio, come i chip dei computer, potrebbe aver trovato il modo di sfruttare il principio per cui più la temperatura è bassa, minore è l’energia minima richiesta per elaborare il singolo bit. E potrebbe quindi usare meno energia nelle regioni più fredde, lontano dai sistemi planetari.

Le antenne paraboliche del progetto astronomico Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), nel deserto di Atacama, nel nord del Cile (AP Photo/Jorge Saenz)
Dalla prospettiva umana, immaginare un’intelligenza aliena non organica implica non limitarsi alla ricerca di “biofirme”, cioè segni di vita biologica passata o presente nella composizione chimica dell’atmosfera di pianeti fuori dal sistema solare (esopianeti). Significa soprattutto ampliare lo studio delle “tecnofirme”, segnali radio o altre manifestazioni di attività tecnologica extraterrestre rilevabili dalla Terra e provenienti da esopianeti non osservabili da vicino.
– Leggi anche: C’è vita su questo lontano pianeta?
Nel tempo l’attenzione degli scienziati del SETI si è concentrata soprattutto sui segnali radio, ma uno degli obiettivi attuali è estendere la ricerca a tutte le lunghezze d’onda, inclusi gli impulsi laser, come spiegò nel 2023 l’astronoma Jill Tarter. Cofondatrice dell’istituto SETI, un’organizzazione non profit, Tarter è stata tra le prime scienziate a dedicarsi alla ricerca sistematica di segnali extraterrestri (a lei è ispirato il personaggio interpretato da Jodie Foster nel film del 1997 Contact, tratto dall’omonimo romanzo di Carl Sagan).
Una volta, parlando delle ricerche condotte dal SETI in 50 anni e della mancanza di prove raccolte, Tarter disse che era come raccogliere un bicchiere d’acqua dall’oceano, controllare se c’erano pesci dentro e, sulla base di quella osservazione, decidere se esistono o non esistono pesci nell’oceano. «Semplicemente, non abbiamo ancora cercato abbastanza».
Un’altra difficoltà implicita nell’ipotesi di un’intelligenza artificiale extraterrestre è che suoi eventuali messaggi, ammesso di riuscire a intercettarne alcuni, potrebbero non essere rilevati come tali perché per noi indecifrabili. Per usare un’altra analogia, ma stavolta di Rees: è come se un ingegnere radiofonico del secondo Novecento, esperto di modulazione di frequenza, dovesse captare e decodificare un messaggio trasmesso in wifi.
Il lavoro di ricerca di segnali da parte del SETI potrebbe però essere semplificato usando proprio una delle tecnologie alla base dell’intelligenza artificiale terrestre: l’apprendimento automatico, utile per analizzare grandi quantità di dati alla ricerca di schemi ricorrenti. Le ricerche basate su questo approccio, secondo Tarter, sarebbero peraltro meno soggette ai pregiudizi degli analisti umani, che potrebbero invece tendere a concentrarsi su tipi di segnali definiti in anticipo o che considerano più probabili.
– Leggi anche: Vocabolario minimo dell’intelligenza artificiale
Riflettere sulla possibilità di un’AI extraterrestre significa fare attenzione anche a qualsiasi possibile prova di fenomeni o attività singolari all’interno del sistema solare. Per esempio, anche se non portò alla scoperta di segnali artificiali, è giusto secondo Rees aver puntato nel 2017 il radiotelescopio di Green Bank in Virginia verso Oumuamua, un asteroide proveniente dall’esterno del sistema solare. Così come ha senso tenere d’occhio tra gli asteroidi oggetti particolarmente luminosi o dalla forma insolita.

Il radiotelescopio di Green Bank, in West Virginia, il 30 gennaio 2014 (Epa/Jim Lo Scalzo)
Un programma di ricerca complementare al SETI e dedicato esplicitamente a questo tipo di osservazioni è il Progetto Galileo, ideato e diretto dall’astrofisico dell’università di Harvard Avi Loeb. Gli scienziati del progetto utilizzano telescopi di ultima generazione per condurre una ricerca scientifica «trasparente, validata e sistematica» di oggetti fisici, anziché segnali elettromagnetici, associabili a tecnologie extraterrestri.
Secondo Loeb e altri scienziati coinvolti in questo tipo di ricerche, immaginare sonde o altri corpi extraterrestri dotati di intelligenza artificiale permette di adottare un «principio di reciprocità» verso i nostri vicini interstellari e di assumere una prospettiva basata sul presupposto «che non godiamo di privilegi». Secondo Seth Shostak, altro astronomo esperto dell’istituto SETI, è anche un modo per superare una prospettiva antropocentrica e immaginare gli alieni non per forza come «forme di vita a base di carbonio, pelose o glabre».
Se mai dovessimo scoprirli, scrisse Shostak nel 2021, «probabilmente avranno superato l’intelligenza biologica e, di fatto, la biologia stessa», e non saranno nemmeno vivi in senso stretto. Per l’ovvio motivo che esserlo implica non poter attraversare le distanze sbalorditive che ci separano dalle stelle, e per quanto eventuali tecnologie aliene possano essere di tutt’altro livello rispetto a quella umana, «gli alieni devono operare secondo le stesse leggi della fisica».
Uno degli effetti a volte trascurati delle riflessioni sulle differenze tra l’intelligenza artificiale e quella umana è che sono utili a dibattiti antichissimi, in corso da qualche millennio. Abituano a intendere la vita in un senso ampio, persino non strettamente biologico, perché contemplano appunto la possibilità che anche quella di un’intelligenza sintetica sia vita. E questo può aiutare sia a capire cosa e dove guardare per trovarla, sia a riconoscerla più facilmente. Sulla Terra e fuori.



