Il film più discusso a Cannes è un blockbuster di fantascienza coreano

“Hope” di Na Hong-jin ha sorpreso tutti, soprattutto per la prima scena d'azione lunga un'ora

di Gabriele Niola

(Mubi)
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È molto raro che in un festival come quello di Cannes il pubblico, composto da accreditati della stampa, della critica e dell’industria del cinema, applauda durante un film, a scena aperta. È capitato quest’anno per Hope di Na Hong-jin, un tipo di film che solitamente non si associa a Cannes: un blockbuster d’azione sudcoreano. L’applauso è arrivato dopo la prima grande scena, che dura un’ora ed è una sola sequenza molto sorprendente, prima di tensione e poi d’azione. L’applauso è stato la risposta del pubblico della sala più grande del festival, quella da 2.300 posti, a qualcosa che per intensità, potenza visiva, ritmo e perizia tecnica ha pochi paragoni nella storia di Cannes, forse uno solo.

Hope è la storia di una giornata in un piccolo centro sudcoreano, vicino al confine con la Corea del Nord e quindi molto militarizzato, che viene invaso da mostri alieni a cui gli abitanti e la polizia cercano come possono di resistere. Non solo è un blockbuster ma anche un franchise, cioè un film pensato per essere il primo di una serie (il secondo è già stato scritto e vista questa ricezione è probabile che si farà). Oltre ad alcuni importanti attori della Corea del Sud ce ne sono anche di molto noti in tutto il mondo come Michael Fassbender e Alicia Vikander. Il distributore italiano sarà Mubi, ma non c’è ancora una data di uscita nei cinema.

La ricezione in tutte le proiezioni è stata molto buona e chi lo ha stroncato lo ha fatto soprattutto per via degli effetti speciali in computer grafica oggettivamente molto arretrati per gli standard di questo tipo di film. Tutta la parte che riguarda il design dei mostri alieni, infatti, è molto sotto agli standard americani sia per realismo che per inventiva. Praticamente tutti però hanno parlato con toni entusiasti della prima ora, la lunga sequenza in cui il protagonista non riesce mai a entrare in azione, e gira sia in apprensione sia terrorizzato cercando di trovare un mostro che intanto fa danni, distrugge il centro abitato e viene combattuto da altri. E poi si parla molto anche di un’altra lunga sequenza d’azione finale.

Non si tratta solo di scene costose. Quello che ha conquistato in modo quasi unanime un pubblico come quello di Cannes è la maniera in cui Hope dilata dei momenti tipici del cinema (quelli d’azione), cambiandone la natura. Non sono solo scene ambiziose per effetti visivi e ritmo, sono scene in cui si porta avanti la narrazione, entrano personaggi di grande personalità, in cui ci sono dialoghi anche tra cinque o sei persone alla volta che si sovrappongono senza che si crei confusione, e in cui aumentano continuamente gli elementi in scena e quel che succede, tutto sempre con estrema chiarezza.

L’unione tra la paura, la tensione, l’eccitazione e un umorismo molto riuscito rendono Hope un film commerciale dietro al quale c’è però una notevole capacità di gestione e coordinamento della macchina cinematografica, a tanti livelli diversi.

The Hollywood Reporter ne ha parlato come di un film che ha risvegliato il festival e l’ha definito in assoluto quello ricevuto meglio. Deadline ha riportato i grandi applausi durante il film e l’ha paragonato a Steven Spielberg. Associated Press ha scritto che il film ha lasciato il pubblico di Cannes senza parole. Il paragone che ricorre di più tuttavia è con il film australiano del 2015 Mad Max: Fury Road. Benché le trame siano molto diverse, anche quel film fu presentato a Cannes ricevendo un’ovazione a scena aperta, e anche in quel caso la ragione era dovuta al fatto che si trattava di qualcosa di inedito per perizia tecnica, inventiva, ritmo, capacità spettacolari e abilità cinematografica.

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Il regista di Hope è Na Hong-jin e da dieci anni non faceva un film. L’ultimo era stato Goksung – La presenza del diavolo, un horror che l’aveva reso uno dei registi più importanti del genere. Anche in quel caso si trattava di un film lungo con protagonista un poliziotto, capace di dilatare molto i tempi senza annoiare, anzi aumentando ritmo e tensione. Nei dieci anni trascorsi da quel film Na Hong-jin ha ideato e pianificato Hope e i suoi possibili seguiti, e preso contatti con Alicia Vikander, che proprio grazie a Goksung l’aveva conosciuto. Vikander poi ha coinvolto suo marito Michael Fassbender nel film. I due però non compaiono con le loro fattezze.

È l’apice di un percorso del cinema sudcoreano partito almeno dall’inizio degli anni Duemila, quando ha cominciato a esportare film con crescente successo, sempre passando dai festival, ma con una grande attenzione ai generi più popolari. I film sudcoreani più noti sono horror, d’azione, di fantascienza o di mostri. È un’industria che è cresciuta moltissimo anche con le serie e i titoli da piattaforma, dimostrando una spiccata sensibilità commerciale e ambizioni non diverse da quelle del cinema hollywoodiano. Come ha fatto notare Deadline del resto Hope è un film che importa molte regole del genere fantastico dal cinema statunitense, ispirandosi a Lo squalo o a Transformers, ma che su quella base inserisce tante novità, variazioni e snodi che appartengono alla tradizione sudcoreana.

Michael Fassbender, Taylor Russell, Na Hong-jin e Alicia Vikander al photocall di Hope al festival di Cannes (Dominique Charriau/WireImage)

Non è la prima volta che a Cannes ci sono dei film commerciali in concorso, e nemmeno la prima volta che ci sono dei franchise. Shrek e Shrek 2, nel 2001 e 2004, furono presentati in concorso. All’epoca non si pensava che film simili potessero però anche essere dei seri contendenti per un premio. Adesso non solo è cambiata la considerazione dei blockbuster, perché a farli sono sempre di più grandi autori provenienti anche dal cinema da festival, come Denis Villeneuve con Dune, ma c’è anche un presidente di giuria sudcoreano: il regista Park Chan-wook.

Il cinema coreano ha investito alcune decine di milioni di dollari per Hope, coinvolgendo anche attori internazionali: è quindi un film estremamente importante a livello economico e di politica del cinema per la Corea del Sud, uno che potrebbe ripetere il percorso di Parasite, arrivando magari anche a un pubblico più grande. Park Chan-wook è quindi in una posizione complicata: un premio a Hope potrebbe essere visto come un favoritismo, ma rappresenterebbe anche un’opportunità per l’industria sudcoreana, che è quella in cui lavora e con cui ha tutti i legami più importanti.

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