Perché ora le compagnie aeree europee dicono che il carburante basterà per l’estate
C'entrano alcuni interventi che stanno funzionando, ma anche le prenotazioni per la stagione turistica che faticano a partire

Un articolo del Financial Times ha raccolto diverse dichiarazioni di manager di compagnie aeree e raffinerie petrolifere europee che si dicono sempre più fiduciosi che alla fine quest’estate si riuscirà a evitare il razionamento del carburante per aerei. È una novità bella grossa, almeno in termini di comunicazione pubblica, dopo settimane in cui si era più volte prospettata la possibilità che la guerra in Medio Oriente provocasse scarsità di carburante per aerei, o costi troppo elevati. Si era più volte parlato del rischio di cancellazioni di molti voli e conseguenze assai negative per la stagione turistica.
Nelle ultime settimane governi e istituzioni hanno preso diverse misure per compensare la scarsità di carburante per aerei dovuta alla guerra: gli impianti europei hanno aumentato la produzione, sono cresciute le importazioni da altri fornitori, la Commissione Europea ha inaugurato un sistema di monitoraggio costante delle scorte.
Il nuovo ottimismo espresso dai manager non significa però necessariamente che il problema sia stato superato: le soluzioni prese finora sono state temporanee e certamente non risolutive. Può anche significare che il fortissimo ritardo nelle prenotazioni aeree accumulato finora stia spingendo le compagnie a cambiare strategia, per placare la paura e convincere più persone ad acquistare biglietti aerei ed evitare grosse crisi durante la stagione turistica.
Il Sole 24 Ore di lunedì ha messo in fila un po’ di dati raccolti dalle associazioni di categoria. Secondo Assoviaggi, tra gennaio e aprile le prenotazioni per la stagione estiva tramite agenzia e tour operator si sono ridotte del 30 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Per via della guerra sono diventate inaccessibili alcune destinazioni che in altri momenti erano molto gettonate, come gli Emirati Arabi Uniti e Dubai. Il costo dei biglietti è cresciuto, soprattutto per alcune destinazioni, e in generale si è diffuso il timore di vedersi cancellato il proprio volo di andata o ritorno. Molte persone hanno quindi messo in pausa o posticipato le vacanze, rischiando di alimentare questa stessa spirale di crisi.
Gianni Rebecchi, presidente di Assoviaggi, ha detto al Sole 24 Ore: «Se le compagnie non vendono abbastanza posti su una determinata tratta, è facile che annullino i voli, come spesso è capitato in passato».
Le compagnie aeree hanno già cominciato a cancellare voli, non tanto perché non c’è il carburante ma per motivi economici: talvolta per una compagnia è più conveniente rimborsare tutti i biglietti venduti che far volare un aereo mezzo vuoto in un momento in cui il carburante è molto costoso. Il jet fuel, come si chiama tecnicamente il carburante per aerei, è arrivato a costare il triplo rispetto a un anno fa e il doppio di prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente.
In generale le prenotazioni non sono ferme del tutto e c’è una nuova tendenza a prenotare più vicino alla data di partenza. Il presidente di Astoi Confindustria Viaggi, Pier Ezhaya, ha detto al Sole 24 Ore che se si considerano solo le prenotazioni fatte nei 15 giorni prima della data di partenza il calo scende dal 30 al 10-12 per cento. «Questo significa che il consumatore non sta rinunciando alla vacanza, ma aspetta di comprendere meglio l’evoluzione dello scenario», ha detto Ezhaya.
Del resto c’è il rischio di perdere molti soldi: non quelli del biglietto aereo, che viene rimborsato dalla compagnia, ma quelli delle altre prenotazioni necessarie, come l’alloggio, l’auto a noleggio o biglietti per esperienze particolari. In questo contesto non aiutano neanche le assicurazioni sui viaggi, perché le compagnie escludono sempre dai rimborsi gli eventi causati da circostanze eccezionali, come appunto le guerre.

(AP Photo/Pavel Bednyakov)
Il Sole 24 Ore ha anche analizzato il prezzo dei biglietti: secondo i suoi calcoli, per le partenze da Milano e Roma verso diverse destinazioni europee i prezzi sono persino più bassi rispetto al solito. Le cose cambiano invece per i voli più lunghi, dove l’aumento del costo del carburante incide di più e c’è quindi un effetto diretto sul prezzo finale.
I viaggi verso i paesi asiatici sono i più rischiosi, perché in Asia i problemi con il carburante sono più gravi che altrove (questo perché la dipendenza dalle fonti energetiche dei paesi del Golfo è molto alta). Anche il settore aereo europeo è strutturalmente esposto alla guerra in Medio Oriente: nel 2025 i 27 paesi dell’Unione hanno importato dai paesi del Golfo il 43 per cento del proprio fabbisogno di jet fuel, cioè circa 10 milioni di tonnellate (salgono a 20 milioni se si considera anche il Regno Unito). L’Italia è tra i paesi più dipendenti.
C’è da considerare però che in queste ultime settimane le raffinerie europee sono riuscite ad aumentare la produzione di carburante per aerei.
È stata una cosa non scontata, visto che le raffinerie hanno un ciclo produttivo molto rigido: senza entrare troppo nel dettaglio, significa che per ragioni tecniche è molto laborioso e dispendioso intervenire sui processi per aumentare la produzione di un singolo carburante. Anche perché per incrementare la produzione di jet fuel spesso bisogna rallentarne un’altra, circostanza non proprio ottimale se si devono rispettare contratti di fornitura di lungo termine e non rinegoziabili.
Gli aumenti di produzione non sono esorbitanti nella loro dimensione. La società spagnola Repsol, tra le più importanti in Unione Europea, ha detto di aver aumentato la produzione di jet fuel del 5 per cento. La raffineria di Shell a Rotterdam, nei Paesi Bassi e la più grande dei paesi europei, ha portato al massimo la sua capacità di produzione.
Secondo le stime del Financial Times l’aumento della produzione europea può coprire fino al 20 per cento dei flussi di carburante che non arrivano più dai paesi del Golfo. A questo si aggiungono le riserve strategiche di carburante che i paesi europei hanno a disposizione e l’aumento delle importazioni da altri fornitori che non siano nel Golfo Persico, come gli Stati Uniti e la Nigeria. L’Italia le ha aumentate soprattutto dalla Spagna.
– Leggi anche: Quanto c’è da allarmarsi per la carenza di carburante per aerei



