C’è ancora molto da chiarire sull’incidente dei sub italiani alle Maldive
Nonostante le tante ipotesi circolate, non sappiamo quanto siano andati in profondità e se avessero le autorizzazioni per farlo

Mancano ancora molti elementi per capire cosa sia successo ai cinque italiani che giovedì 14 maggio si sono immersi per un’escursione subacquea alle Maldive senza tornare più a galla. È stato recuperato il corpo di uno solo dei cinque, mentre sono ancora in corso le ricerche degli altri quattro. Il tempo trascorso dall’incidente rende ragionevole pensare che tutti e cinque siano morti.
Finora sono circolate diverse ipotesi sull’accaduto, basate sui pochi indizi a disposizione e su qualche fraintendimento. Sono in corso due indagini, una portata avanti dalle autorità delle Maldive, l’altra dalla procura di Roma in Italia, che è competente anche per eventuali reati commessi o subiti da cittadini italiani all’estero. C’è da chiarire lo scopo dell’immersione, quanto siano andati in profondità e se avessero le autorizzazioni per farlo. E poi bisognerà capire cosa sia successo durante l’escursione subacquea, ma per farlo sarà necessario analizzare le attrezzature dei cinque sub ed eventualmente i loro corpi (l’unico recuperato finora non è sufficiente a farsi un’idea chiara).
Su questa storia c’è stata una certa confusione fin dall’inizio, dovuta anche alla difficoltà di avere notizie da un posto così distante e così poco presidiato dall’Italia: Damiano Francovigh, l’ambasciatore italiano in Sri Lanka che è responsabile anche dell’area delle Maldive, è arrivato sul posto solo il giorno dopo.
Inizialmente la polizia delle Maldive aveva dato notizia che i cinque italiani fossero tutti morti, poi si era corretta spiegando che era stato trovato solo un corpo, e quindi che c’era un solo morto accertato: gli altri formalmente vengono considerati dispersi, per quanto nessuno ritenga che possano essere vivi. Anche il ministero degli Esteri italiano inizialmente aveva detto che erano tutti morti e ha continuato a dirlo fino a sabato, quando in un comunicato ha cominciato a definire «dispersi» i quattro che si stanno ancora cercando.
I cinque sub italiani sono Monica Montefalcone, professoressa associata dell’università di Genova esperta di ambienti marini; sua figlia Giorgia Sommacal; Muriel Oddenino, biologa marina come Montefalcone e assegnista di ricerca sempre all’università di Genova; Federico Gualtieri, che si era da poco laureato con Montefalcone come professoressa; e l’istruttore subacqueo Gianluca Benedetti, che lavorava alle Maldive e di cui è stato trovato il corpo. Erano tutti considerati sub esperti e nei giorni precedenti avevano già fatto altre immersioni.
Andavano nel punto delle immersioni a bordo della Duke of York, uno yacht di 36 metri di proprietà di una società maldiviana sul quale c’erano anche altri 20 italiani, che stanno bene. Il viaggio aveva scopi scientifici, tutte le persone sulla Duke of York svolgevano in varie forme attività di ricerca. Era stato organizzato dalla Albatros Top Boat, un tour operator piemontese. Il ministero del Turismo maldiviano ha fatto sapere che la licenza della Duke of York è stata sospesa a tempo indefinito, in attesa delle indagini.
La zona dell’immersione, e quindi delle ricerche, è l’isola di Alimathà, nell’atollo (cioè un complesso di isole coralline) di Vaavu, a circa un’ora di distanza dalla capitale Malé: è un posto molto popolare per le immersioni subacquee per via della sua ricca fauna marina.
Si ritiene che i corpi dei quattro dispersi possano essere in una grotta a circa 60 metri di profondità perché è lì che è stato trovato il corpo di Benedetti, ma finora è solo un’ipotesi della Guardia costiera delle Maldive che sta conducendo le ricerche. Sulla base di questo elemento in questi giorni sui media è stato spesso dato per certo che i cinque stessero esplorando le grotte che si trovano a quella profondità: per ora però non lo si può dire con certezza.
È un pezzo molto rilevante della storia perché alle Maldive le immersioni ricreative sono consentite solo fino a 30 metri di profondità: per andare oltre serve un permesso specifico dell’autorità marittima, e le indagini stanno cercando di capire se il gruppo lo avesse.
L’avvocata di Albatros, Orietta Stella, ha detto al Corriere della Sera che sicuramente la sua società non aveva chiesto questa autorizzazione per conto dei cinque italiani: «Da quello che risultava a noi, queste crociere scientifiche erano dedicate al campionamento dei coralli. Non c’era nulla che facesse pensare a immersioni a cinquanta o sessanta metri o a una penetrazione in grotta. Per quanto risultava ad Albatros Top Boat, il programma era compatibile con attività di campionamento a profondità ordinarie», ha detto Stella.
L’università di Genova ha spiegato che Montefalcone era alle Maldive per una missione scientifica, autorizzata solo per lei e per «un assegnista di ricerca» (non fa il nome, ma è con ogni probabilità Oddenino). Elisabetta Rampone, direttrice del dipartimento per cui lavorava Montefalcone, ha detto che la missione prevedeva «esclusivamente attività di ricerca in superficie o al massimo mediante snorkeling. Non c’era alcuna autorizzazione per immersioni subacquee». Rampone ha aggiunto che «l’immersione subacquea è estrema, ad altissimo rischio: non l’avremmo mai autorizzata».
Delle altre 20 persone a bordo della Duke of York, solo una ha parlato con i giornali, il professor Stefano Vanin, che insegna zoologia all’università di Genova ed era amico di Montefalcone: ha detto al Corriere che il giorno dell’immersione «il tempo era buono» e non c’era alcuna allerta meteo (un’informazione circolata nelle prime ore dopo la notizia dell’incidente), e ha confermato che c’erano state altre immersioni nei giorni precedenti. Ha anche detto che i cinque «avevano tutti il brevetto per le immersioni» (cosa che però non chiarisce se fossero autorizzati ad andare a certe profondità).
È stato lui a chiamare l’unità di crisi del ministero degli Esteri quando ha capito che erano passate troppe ore senza che riemergessero.



