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  • Venerdì 15 maggio 2026

Taiwan è ancora al centro di tutto

Perché Xi Jinping lo tiene lì, nonostante i tentativi di Trump di spostare le discussioni in Cina sui commerci

Xi Jinping e Donald Trump a Pechino, 15 maggio 2026 (Evan Vucci/Pool Photo via AP)
Xi Jinping e Donald Trump a Pechino, 15 maggio 2026 (Evan Vucci/Pool Photo via AP)
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Durante il primo giorno della visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Cina sono emerse chiaramente le differenze di priorità tra lui e il presidente cinese Xi Jinping. Trump è interessato a rinnovare la tregua nella guerra commerciale tra i due paesi, e a stipulare nuovi accordi. Xi è interessato soprattutto – anche se non soltanto – a Taiwan.

Giovedì, durante il primo incontro tra i due nella Grande sala del popolo a Pechino, una delle prime cose che Xi ha detto è che Taiwan è «la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», che deve essere «gestita correttamente». In caso contrario potrebbero esserci «scontri o perfino conflitti».

La versione molto semplificata della questione di Taiwan è questa: Taiwan è un’isola che si governa autonomamente e in maniera democratica, ma che la Cina rivendica come propria. Xi Jinping ha più volte promesso che il destino della Cina è annettere Taiwan, in maniera pacifica o con le armi. Gli Stati Uniti d’altro canto, pur non riconoscendo ufficialmente Taiwan, vendono armi all’isola e la considerano una risorsa economica e strategica importante. Alcuni ex presidenti come Joe Biden hanno detto anche che sarebbero pronti a difendere Taiwan in caso di attacco cinese, mentre Trump è stato più ambiguo.

La versione semplificata si complica rapidamente quando ci si inizia a chiedere non soltanto cosa vogliono la Cina o gli Stati Uniti, ma anche cosa vogliono Taiwan e le persone taiwanesi.

La questione di Taiwan cominciò nel 1949, quando Chiang Kai-shek, leader del Kuomintang, il Partito Nazionalista che aveva governato la Cina dal 1912, fu sconfitto dai Comunisti di Mao Zedong in una violenta guerra civile. Chiang e oltre due milioni di cinesi collegati al Kuomintang fuggirono a Taiwan, promettendo che un giorno avrebbero riconquistato la Cina. Non ci riuscirono mai.

Due guardie davanti al monumento in onore di Chiang Kai-shek a Taipei, Taiwan, 2024 (AP Photo/Louise Delmotte)

Due guardie davanti al monumento in onore di Chiang Kai-shek a Taipei, Taiwan, 2024 (AP Photo/Louise Delmotte)

Gli Stati Uniti sostennero Chiang come il legittimo leader di tutta la Cina (anche quella governata dai Comunisti) fino agli anni Settanta, quando ristabilirono le relazioni con la Cina di Mao e ritirarono il proprio riconoscimento a Taiwan. Lo stesso fece la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, compresa l’Italia.

Da allora le relazioni tra Stati Uniti, Cina e Taiwan sono state regolate dalla politica di “una sola Cina”, secondo cui gli Stati Uniti riconoscono il governo del Partito Comunista come il solo governo legale della Cina, ma al tempo stesso «riconoscono che i cinesi su entrambi i lati dello stretto di Taiwan sostengono che ci sia solo una Cina e che Taiwan faccia parte della Cina». Se questa formulazione sembra ambigua e poco chiara è perché è volutamente così: gli Stati Uniti non specificano di quale Cina faccia parte Taiwan, e riconoscono semplicemente che da entrambe le parti dello stretto ci sono rivendicazioni.

Pur non riconoscendolo più a livello diplomatico, gli Stati Uniti hanno continuato a mantenere relazioni strette con Taiwan e soprattutto a vendergli armi, cosa che la Cina ha sempre condannato.

Nel frattempo Taiwan è diventata una delle economie più ricche e sviluppate dell’Asia e ha cominciato a intrattenere forti rapporti economici e commerciali con la Cina.

Dopo la morte di Chiang Kai-shek, nel 1975 Taiwan cominciò a democratizzarsi e oggi è una delle democrazie più libere di tutta l’Asia. Nei decenni le persone che ci vivono hanno cominciato a sviluppare anche un’identità prettamente taiwanese, separata da quella della Cina. Secondo i sondaggi, nel 1992 soltanto il 17 per cento della popolazione dell’isola si riteneva taiwanese; oggi è il 62 per cento.

Dal 2016 inoltre Taiwan è governata dal Partito Progressista Democratico (DPP nell’acronimo inglese), quello più favorevole a una maggiore autonomia dell’isola e a un allontanamento dalla Cina, cosa che ha danneggiato molto i rapporti con il regime di Pechino. Per vari rivolgimenti politici, il Kuomintang che combatté i comunisti è oggi il partito più favorevole a sviluppare rapporti stretti con la Cina.

I sondaggi dicono che oggi la maggior parte dei taiwanesi non vuole né l’indipendenza né l’annessione alla Cina, ma preferirebbe mantenere lo status quo, in cui l’isola continua a governarsi autonomamente e democraticamente, benché il suo status giuridico sia ancora incerto.

Per la Cina però lo status quo non è sufficiente. Xi Jinping vede in quella che la retorica ufficiale definisce la “riunificazione” con Taiwan un obiettivo storico della sua leadership, e vuole fare di tutto per raggiungerlo.

Nello specifico, la Cina sta facendo pressione sugli Stati Uniti in due modi diversi: per fargli cambiare posizione politica e per interrompere la vendita di armi a Taiwan. La posizione attuale, fissata dall’amministrazione di Joe Biden, è che gli Stati Uniti «non sostengono» l’indipendenza di Taiwan: è una posizione neutra, visto che ufficialmente nemmeno gli stessi taiwanesi sostengono la loro indipendenza. La Cina vorrebbe che Trump dicesse di «essere contrario» all’indipendenza: sarebbe un approccio molto più negativo verso Taiwan.