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  • Venerdì 8 maggio 2026

Le proteste perché il Giappone resti pacifista

Si tengono da mesi in varie città: contestano la fine del divieto di vendere armi letali all'estero e la proposta del governo di cambiare la Costituzione

Una protesta a Tokyo, 3 maggio 2026. Si vede un cartello con il numero 9, in riferimento all'articolo della Costituzione che vieta al Giappone di avere un esercito (REUTERS/Issei Kato)
Una protesta a Tokyo, 3 maggio 2026. Si vede un cartello con il numero 9, in riferimento all'articolo della Costituzione che vieta al Giappone di avere un esercito (REUTERS/Issei Kato)
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Da mesi in Giappone si tengono grandi proteste pacifiste. Sono iniziate contro la guerra in Medio Oriente, a fine febbraio, e nell’ultimo mese si sono allargate, contestando le politiche della prima ministra Sanae Takaichi che stanno allontanando il Giappone dall’approccio pacifista che manteneva da decenni.

In Giappone le manifestazioni sono piuttosto rare. Quella di domenica scorsa nella capitale Tokyo è stata una delle più partecipate della storia recente: c’erano 50mila persone. Le manifestazioni hanno lo slogan «no alla guerra» e non si sono limitate alla capitale; ce ne sono state in altre città, come Osaka e Kyoto.

Uno dei provvedimenti più contestati è la fine del divieto di vendere armi letali all’estero, decisa dal governo il 21 aprile. Per il momento riguarda i 17 paesi con cui il Giappone ha accordi di difesa, ma è stato uno sviluppo enorme: dalla fine della Seconda guerra mondiale, conclusa con la resa dell’Impero militarista, il Giappone ha mantenuto politiche pacifiste, inizialmente imposte dagli Stati Uniti.

Sanae Takaichi visita un memoriale dei caduti in guerra a Canberra, in Australia, il 4 maggio

Sanae Takaichi visita un memoriale dei caduti in guerra a Canberra, in Australia, il 4 maggio (Lukas Coch/AAP Image via AP)

L’articolo 9 della Costituzione, scritta dalle forze occupanti statunitensi e adottata nel 1947, proibisce al Giappone di avere un esercito. Takaichi, che è in carica dall’ottobre del 2025, ha proposto di modificarlo dicendo che la Costituzione «dovrebbe essere periodicamente aggiornata per riflettere le esigenze del tempo». Chi protesta è contrario a questa modifica.

In mancanza di un esercito, il Giappone ha un corpo chiamato “Forze di autodifesa” con il solo compito di difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi o invasioni esterne e che non può essere impiegato in missioni armate all’estero. Da decenni però la destra giapponese vorrebbe cambiare questa situazione, sostenendo che il paese abbia bisogno di un vero esercito per fronteggiare le minacce esterne e per portare avanti i propri interessi all’estero.

È una battaglia storica del partito di Takaichi, il Partito Liberal Democratico (PLD, di destra), e del suo mentore Shinzo Abe, primo ministro tra il 2006 e il 2007 e poi tra il 2012 e il 2020. Sono stati proprio i governi di Abe e del PLD a realizzare le prime riforme alla politica di Difesa del paese: autorizzarono nel 2014 l’esportazione di armi non letali, nel 2015 le missioni all’estero delle forze armate, e nel 2022 un grosso piano per il loro potenziamento.

Per modificare la Costituzione serve una maggioranza dei due terzi in parlamento: Takaichi ce l’ha alla camera bassa, la più importante, ma non alla camera alta, che verrà rinnovata nel 2028.

Cartelli con scritto «no alla guerra» sotto il complesso del parlamento giapponese, a Tokyo, il 19 aprile

Cartelli con scritto «no alla guerra» sotto il complesso del parlamento giapponese, a Tokyo, il 19 aprile (Jia Haocheng /Xinhua/ABACAPRESS)

La questione si lega anche alla guerra in corso in Medio Oriente. Takaichi aveva citato l’articolo 9 della Costituzione giapponese per giustificare di non poter aderire alla missione navale nello stretto di Hormuz proposta a marzo dal presidente statunitense Donald Trump (e a cui poi non aderì nessun paese). L’amministrazione Trump sta incoraggiando il riarmo prospettato da Takaichi, perché è coerente con i piani statunitensi di disimpegno dalla NATO (anche se il Giappone non ne fa parte).

Il nuovo approccio del Giappone si spiega però soprattutto guardando al contesto regionale in Asia. Oltre al perdurare delle minacce della Corea del Nord, lo scorso autunno c’è stata una crisi senza precedenti con la Cina dopo che Takaichi aveva detto in parlamento che il Giappone avrebbe risposto militarmente a un’invasione di Taiwan (isola che la Cina rivendica come propria). Erano seguite ritorsioni diplomatiche ed economiche.

Fornire armi, navi e sottomarini ai paesi alleati, come le Filippine, è un modo per aumentare indirettamente le capacità di deterrenza del Giappone. Le prime armi, dopo il provvedimento di aprile, andranno all’Australia, che comprerà navi da guerra per 5,5 miliardi di euro.

Secondo un sondaggio del giornale giapponese Yomiuri Shimbun, il 49 per cento delle persone intervistate è contrario a vendere armi all’estero. La tv pubblica NHK ha riscontrato percentuali simili sulle armi, ma anche che la maggioranza delle persone è favorevole alle politiche più assertive verso la Cina (il 52 per cento).

– Leggi anche: Il Giappone è un po’ meno pacifista