Un drone iraniano ha causato un incendio negli Emirati Arabi Uniti
Nel primo attacco dall'inizio del cessate il fuoco; intanto Trump ha presentato un nuovo piano per «guidare» le navi bloccate nello stretto di Hormuz

È una giornata di grande incertezza in Medio Oriente e soprattutto intorno allo stretto di Hormuz. L’Iran ha ripreso ad attaccare i paesi del golfo Persico per la prima volta dall’inizio del cessate il fuoco, lo scorso 8 aprile. Ha colpito in particolare gli Emirati Arabi Uniti, dove un drone ha causato un grosso incendio nel porto di Fujairah. Tre persone di nazionalità indiana sono state ferite.
Il porto di Fujairah è importante perché affaccia sul golfo di Oman, e quindi permette agli Emirati di superare almeno in parte il blocco iraniano sullo stretto di Hormuz. Nel pomeriggio il ministero della Difesa emiratino ha detto di aver abbattuto in tutto tre missili provenienti dall’Iran, mentre un quarto sarebbe caduto in mare. Nel pomeriggio gli abitanti avevano ricevuto delle notifiche sul telefono che li avvisavano del rischio di attacchi imminenti.
C’è stato anche un altro incendio sulla nave cargo sudcoreana HMM Namu, che si trova nello stretto di Hormuz. Il governo ha detto che ha preso fuoco mentre era ancorata vicino alle coste degli Emirati Arabi Uniti: non è chiaro se sia stata attaccata direttamente.
Inoltre lunedì mattina i media iraniani hanno sostenuto che l’Iran avesse colpito con due missili una nave militare statunitense che si stava avvicinando allo stretto di Hormuz, ignorando le richieste di fermarsi. In seguito hanno specificato che si trattava di colpi di avvertimento, e gli Stati Uniti hanno negato che una loro nave sia stata colpita.
La situazione resta insomma molto confusa: la navigazione commerciale nello stretto è ancora bloccata, e il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti è estremamente precario.
Nella notte tra domenica e lunedì (ora italiana) il presidente statunitense Donald Trump aveva presentato una sorta di nuovo piano per sbloccare lo stallo nello stretto di Hormuz, chiamato Project Freedom, con cui gli Stati Uniti dovrebbero aiutare le navi ad attraversarlo. Il regime iraniano ha subito chiarito che non lo consentirà, anzi: ha minacciato di attaccare le forze statunitensi che proveranno ad avvicinarsi o entrare nello stretto. Ha rivendicato inoltre di controllare lo stretto e avvertito che l’unico modo per attraversarlo è accordarsi con il regime e accettare di pagare un pedaggio.
Nel concreto il piano di Trump dovrebbe funzionare così: le navi da guerra statunitensi localizzano le mine sparse dagli iraniani e indicano alle navi commerciali dove passare, tenendosi a distanza. Ha aggiunto che le forze statunitensi risponderanno «con la forza» se gli iraniani proveranno a sparare missili o lanciare droni contro le navi, e il comando interforze statunitense per il Medio Oriente (CENTCOM) ha detto che saranno coinvolte navi militari, più di 100 mezzi aerei e 15mila militari.
L’operazione sarebbe in ogni caso un rimedio temporaneo: Trump ha spiegato che le navi, una volta passate, si impegnerebbero a non tornare nel golfo Persico finché non sarà di nuovo sicuro.
Un cartellone propagandistico a Teheran che raffigura lo stretto di Hormuz come una specie di museruola a Trump, il 2 maggio (AP Photo/Vahid Salemi)
Il CENTCOM ha detto che lunedì due navi commerciali statunitensi sono riuscite a passare dallo stretto, sotto la sua guida, ma l’Iran ha negato. La situazione rimane in ogni caso molto rischiosa, ed è molto probabile che gli armatori delle navi commerciali bloccate preferiscano aspettare di capire quanto la proposta degli Stati Uniti sia sicura. Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito che una petroliera della loro compagnia statale ADNOC è stata colpita da due droni iraniani mentre attraversava lo stretto.
I media iraniani avevano presentato il nuovo piano di Trump su Hormuz come «delirante». Non è nell’interesse del regime riconsentire il traffico a Hormuz senza ottenere qualcosa in cambio, perché la fine del blocco è la principale contropartita che può offrire nei negoziati con gli Stati Uniti (l’altra è il programma nucleare, su cui per ora le posizioni restano distanti).



