Il generale più potente dell’Iran
Ahmad Vahidi è il capo dei Guardiani della rivoluzione, e quello con cui davvero sta trattando Trump

Il generale iraniano Ahmad Vahidi è, secondo fonti iraniane e israeliane, l’unico ad avere accesso diretto alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei ed è l’autore della proposta di accordo presentata dall’Iran a fine aprile, e respinta dagli Stati Uniti.
Khamenei è sopravvissuto al bombardamento israeliano del 28 febbraio, quello che ha ucciso il suo predecessore, Ali Khamenei, che era anche suo padre. Da allora vive in isolamento completo per ragioni di sicurezza: non incontra altri leader iraniani e si tiene lontano da qualunque mezzo di comunicazione elettronico, per ridurre al minimo il rischio di essere intercettato, localizzato o ucciso.
Vahidi è l’eccezione e questo dato, se confermato, dice due cose. La prima: Vahidi è oggi in cima alla catena di comando. Se è davvero l’unico a parlare con la Guida, quando parla è come se parlasse Khamenei. La seconda: anche lui vive in condizioni simili alla Guida Suprema, in una latitanza piena di accortezze e di misure di sicurezza per non essere trovato dalle intelligence di Israele e Stati Uniti e ucciso.
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Ahmad Vahidi, allora ministro dell’Interno, si rivolge al parlamento iraniano, Teheran, 27 maggio 2024 (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
Vahidi era già nella lista dei possibili bersagli prima dell’inizio della guerra. A marzo è diventato comandante dei Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più potente dell’Iran. Prima di lui i comandanti recenti sono stati Mohammed Pakpour, ucciso il 28 febbraio, e Hossein Salami, ucciso nel giugno del 2025. Vahidi è anche considerato dalla magistratura argentina come il responsabile di un attentato contro un centro di cultura ebraica a Buenos Aires che nel 1994 uccise più di 80 persone.
Nel 1988 fondò e fu il primo comandante dell’unità al Quds dei Guardiani della rivoluzione, incaricata delle operazioni speciali all’estero. È stato ministro della Difesa durante la presidenza del populista Mahmoud Ahmadinejad e nel 2022 divenne ministro dell’Interno. In quel ruolo diresse le campagne di repressione contro le grandi manifestazioni di piazza cominciate quell’anno. Durante la sua carriera Vahidi ha occupato tutte le caselle che sono considerate cruciali per la sopravvivenza del regime iraniano. Ha sempre mantenuto un profilo basso rispetto ad altri leader.
Il regime iraniano funziona a strati. C’è uno strato esterno, che mantiene i rapporti diplomatici e partecipa ai negoziati tra Iran e Stati Uniti cominciati a Islamabad, in Pakistan, e poi interrotti, e ne fanno parte lo speaker del parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ma è uno strato debole, che non prende decisioni.
E poi c’è uno strato interno, che opera il più lontano possibile dal pubblico per ragioni di sicurezza, ed è formato da un gruppo di generali e dalla Guida Suprema Khamenei. È da questo secondo strato che arrivano le decisioni e se fossero firmate, ma in questo sistema opaco non lo sono, la maggior parte porterebbe la firma del generale Vahidi.

Ahmad Vahidi (destra), allora ministro della Difesa, e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Teheran nel 2012 (AP Photo/Vahid Salemi)
La proposta di accordo di fine aprile, preparata da Vahidi, era articolata in tre fasi.
La prima prevedeva uno scambio diretto: gli Stati Uniti avrebbero dovuto interrompere il blocco navale nello stretto di Hormuz, annullare le sanzioni, garantire di non attaccare più l’Iran — includendo anche Israele — e ritirare le forze dal Golfo. In cambio, anche l’Iran avrebbe cessato il proprio blocco dello stretto. Con grande sollievo dell’economia mondiale, che è in stato di sofferenza per questo doppio blocco.
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La seconda fase riguardava il futuro dello stretto: Vahidi propone che l’Iran possa imporre un pedaggio alle navi in transito. È una richiesta che prima della guerra sarebbe stata considerata folle, ma adesso è presentata come una compensazione per i danni inflitti da Stati Uniti e Israele.
Soltanto nella terza fase si sarebbe aperto il negoziato sul programma nucleare iraniano. In fondo alla sequenza, quando Washington ormai avrebbe già perso gran parte dei suoi strumenti di pressione: niente blocco navale, nessuna presenza militare, impegno a non usare la forza.
È una proposta che dice molto del modo in cui Vahidi vede gli ultimi due mesi. Il generale considera l’Iran in vantaggio sugli Stati Uniti e accetta il rischio di un periodo difficile — che potrebbe arrivare sia da una ripresa dei bombardamenti sia da un prolungamento indefinito del blocco navale.



