L’Unione Europea non sa quanto carburante le resta

I dati su petrolio, gas naturale e sui loro derivati sono pochi, ma misurarne le variazioni è diventato ancora più importante con la guerra in Medio Oriente

(Omar Marques/Anadolu via Getty Images)
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Da quasi due mesi l’Unione Europea sta cercando di prevenire la scarsità di combustibili fossili causata dal blocco dello stretto di Hormuz, ma la mancanza di sistemi affidabili per misurarne la disponibilità rischia di vanificare parte di quegli sforzi. Le scorte di petrolio e gas naturale di ogni stato membro sono note, ma mancano informazioni aggiornate sui prodotti raffinati come i vari tipi di carburante e le materie prime per gli impianti petrolchimici, cioè i prodotti che sono usati direttamente dall’industria e dai consumatori.

Già a marzo una riunione tra rappresentanti dei governi di Belgio, Paesi Bassi e Spagna aveva segnalato la scarsa disponibilità di informazioni sui prodotti raffinati, con richieste alla Commissione Europea di risolvere il problema e di farlo velocemente (se necessario improvvisando per lo meno un canale WhatsApp sul quale condividere i dati).

Un funzionario europeo consultato da Politico ha detto che c’è una conoscenza molto limitata sui dati di mercato del gas e del petrolio, che vengono aggiornati con lentezza. Per queste informazioni l’Unione Europea fa affidamento soprattutto su Eurostat, il proprio ente statistico, ma i dati sui carburanti per uso privato e industriale vengono aggiornati con settimane (a volte mesi) di ritardo. Le scorte sono inoltre controllate da aziende private, che per motivi di opportunità commerciale comunicano il minimo richiesto alle istituzioni.

Rendere più trasparente il settore non è semplice e ci sono dubbi intorno all’“Osservatorio sui carburanti” annunciato una decina di giorni fa dalla Commissione Europea, proprio per provare a tenere traccia di produzione, importazione ed esportazione dei carburanti. La Commissione non ha ancora fornito dettagli sul funzionamento dell’osservatorio e ha ammesso che è ancora troppo presto per capire come funzionerà il sistema.

I dati più affidabili sulle scorte strategiche di petrolio, che ogni stato membro condivide con gli altri, risalgono a gennaio, quindi a prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente. All’epoca quasi tutti i paesi disponevano di scorte per 90 giorni come richiesto dalle regole europee, ma non si sa di preciso quale sia il loro stato attuale. Anche l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) dispone di informazioni limitate, basate in parte su analisi satellitari dei depositi.

La condivisione di più informazioni potrebbe favorire una gestione più razionale delle scorte, soprattutto in questa fase in cui buona parte del commercio del petrolio si è riorganizzata, per sopperire alla mancanza di consegne di petrolio dal Medio Oriente. Le preoccupazioni riguardano soprattutto i prossimi mesi e l’arrivo dell’estate, con il rischio di scorte insufficienti nel settore energetico, in quello dei trasporti e della produzione dei prodotti che derivano dal petrolio.

Mercoledì la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha detto che la guerra in Medio Oriente sta costando all’Unione Europea circa 500 milioni di dollari al giorno. Intanto sulla riapertura dello stretto di Hormuz rimangono grandi dubbi, soprattutto dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di volerlo bloccare a tempo indefinito, fino a quando non sarà stato trovato un accordo con l’Iran.

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