Cosa si sa della nuova proposta di accordo dell’Iran agli Stati Uniti
È in 14 punti e include anche la fine dei combattimenti in Libano: Trump l'avrebbe definita «inaccettabile»

L’Iran ha detto di aver ricevuto dagli Stati Uniti una risposta sul nuovo piano per i negoziati che aveva presentato venerdì, ma non ha dato altri dettagli e finora gli Stati Uniti non hanno confermato ufficialmente. Tuttavia il giornalista Nathan Guttman dell’emittente israeliana Kan News ha scritto di aver sentito al telefono il presidente Donald Trump, che l’avrebbe definita «inaccettabile». Nel fine settimana Trump aveva espresso pubblicamente dubbi sulla proposta, ma aveva poi detto che l’avrebbe esaminata a fondo.
Il piano contiene alcune nuove concessioni agli Stati Uniti ma esclude una delle principali richieste dell’amministrazione Trump, ossia di includere da subito nei negoziati la questione del programma nucleare iraniano.
È composto da 14 punti e si articola in tre fasi. La prima, della durata di 30 giorni, servirebbe a trovare un accordo su un nuovo modo di gestire lo stretto di Hormuz e porre fine sia alla guerra più estesa in Medio Oriente, sia a quella fra Israele ed Hezbollah in Libano. La seconda riguarderebbe il programma nucleare iraniano, mentre nella terza verrebbero coinvolti anche gli altri paesi del Golfo, per definire una strategia di sicurezza comune.
Secondo quanto riferito da Al Jazeera, durante i primi trenta giorni avverrebbe la riapertura graduale dello stretto di Hormuz, seguita dalla fine del blocco statunitense sui porti iraniani, che sta danneggiando molto l’economia del paese. L’Iran si farebbe carico della complessa operazione di rimozione delle mine che in questi mesi dice di aver posizionato nello stretto per impedire alle navi di passare. Iran, Stati Uniti e Israele si impegnerebbero in un patto di non aggressione che dovrebbe includere anche gli alleati dell’Iran, primo fra tutti Hezbollah, contro cui Israele sta combattendo in Libano. L’Iran chiede anche che in questa fase inizi il processo di revoca delle sanzioni nei suoi confronti.
Solo a questo punto, l’Iran sarebbe disposto a iniziare a parlare del suo programma nucleare. Il piano escluderebbe lo smantellamento della sua infrastruttura nucleare o la distruzione dei suoi impianti, come pretendevano all’inizio gli Stati Uniti, ma proporrebbe di sospendere l’arricchimento dell’uranio per 15 anni e poi riprenderlo ma solo fino al 3,6 per cento. È una proposta molto più vicina alle richieste degli Stati Uniti, se si considera che al momento l’Agenzia internazionale per l’energia atomica stima che l’Iran abbia 440 chili di uranio arricchito al 60 per cento, una percentuale vicina a quella necessaria per fabbricare armi atomiche.
Il livello del 3,6 per cento inoltre è quello stabilito nel precedente accordo sul nucleare iraniano, firmato con il presidente statunitense Barack Obama nel 2015 dopo un enorme sforzo diplomatico che Trump aveva sostanzialmente vanificato quando si era ritirato dall’accordo nel 2018, durante il suo primo mandato.
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È una proposta diversa da quella che l’Iran aveva portato ai primi colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad, in Pakistan: al tempo gli statunitensi avevano chiesto una sospensione di 20 anni e l’Iran aveva detto di essere disposto a fermarsi per cinque. Inoltre non si era parlato di tornare ai livelli di arricchimento previsti dall’accordo di Obama.
L’Iran potrebbe averla presentata per cercare di convincere gli Stati Uniti ad accettare il piano e sbloccare la situazione di stallo nei negoziati che va avanti da due settimane, sperando intanto di entrare nella fase uno e trovare un accordo di pace più stabile: l’idea che Stati Uniti e Israele si impegnino a non attaccare più l’Iran e i suoi alleati nei primi trenta giorni però è una richiesta molto ambiziosa, che suggerisce una certa urgenza da parte dell’Iran.
È improbabile che venga accettata in questi termini: in passato gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato accordi che posticipavano a un secondo momento le discussioni sul programma nucleare iraniano, e anche il coinvolgimento del Libano è un punto complicato: gli Stati Uniti dovrebbero obbligare Israele a fermare gli attacchi contro Hezbollah, quando Israele si è sempre opposto all’accostamento delle due guerre nei negoziati. Trump in realtà ha già fatto una cosa simile a metà aprile, quando ha imposto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un accordo di cessate il fuoco (attualmente molto fragile). Obbligarlo a fermare del tutto i combattimenti però potrebbe essere più complicato.
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In questi giorni Trump non ha escluso la possibilità di riprendere i combattimenti. Venerdì aveva detto nuovamente ai giornalisti alla Casa Bianca: «vogliamo andare lì, farli esplodere e finirli per sempre, o vogliamo provare a fare un accordo? Voglio dire, queste sono le opzioni».
In realtà l’idea di ricominciare la guerra è molto impopolare negli Stati Uniti e Trump non può permettersi di mantenere all’infinito l’imponente schieramento militare attorno al golfo Persico. Inoltre vuole evitare che i rincari del prezzo dei carburanti influiscano sulla campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, che si terranno negli Stati Uniti a novembre, e ricominciare a bombardare l’Iran, che è in difficoltà ma ha dimostrato di poter resistere molto più a lungo di quanto Trump si aspettava, potrebbe aumentare il dissenso interno.
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