Trump ha una scadenza
Entro il 1° maggio dovrebbe ricevere l'autorizzazione del Congresso per continuare la guerra contro l'Iran, ma ci sono varie scappatoie

A fine febbraio, Donald Trump ha iniziato la guerra contro l’Iran senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Non può continuare ancora a lungo, almeno in teoria: deve ottenere un’autorizzazione entro il prossimo 1° maggio, e non è scontato che succeda. In passato però è già successo che i presidenti, sia Democratici sia Repubblicani, sforassero il termine dei 60 giorni, ed è assai improbabile che la guerra finisca per questo motivo. L’amministrazione Trump sta cercando un modo per evitare il voto, per aggirarne l’esito o comunque per continuare la sua guerra contro l’Iran senza vincoli. Trump ha comunque uno strumento importante per superare ogni eventuale obiezione del Congresso: il potere di veto.
Le modalità con cui gli Stati Uniti possono dichiarare e portare avanti una guerra sono stabilite da una legge del 1973, chiamata War Powers Resolution, che consente ai presidenti di intervenire all’estero in casi d’emergenza o di rischio per la sicurezza nazionale. In base a questa legge il presidente può evitare di coinvolgere il Congresso per un massimo di 60 giorni. Dal punto di vista formale, siccome Trump ha notificato al Congresso l’inizio delle operazioni il 2 marzo, questi 60 giorni scadono il 1° maggio.
In teoria, finiti i 60 giorni un presidente ha tre opzioni, e ciascuna è problematica per Trump:
- Ritirare le forze statunitensi.
- Prorogare di 30 giorni il dispiegamento, ma solo per permettere il ritiro delle forze.
- Ottenere l’autorizzazione del Congresso, con un voto.
La proroga di 30 giorni è prevista per dare tempo alle forze militari di ritirarsi e dunque non consentirebbe operazioni militari estese. Anche così per Trump sarebbe rischioso ricorrere alla proroga, perché potrebbe dare al regime iraniano l’idea che agli Stati Uniti resti solo un mese di guerra, convincendolo a continuare a opporsi ai negoziati e a resistere alle pressioni sul blocco dello stretto di Hormuz.

Donald Trump, il 21 aprile (AP Photo/Alex Brandon)
Anche un voto del Congresso presenta molte incognite. I Repubblicani hanno una maggioranza piuttosto ridotta e un pezzo del partito, specie quello più isolazionista, è a disagio per la prosecuzione della guerra. Alcuni parlamentari hanno già detto che si opporrebbero a un’estensione delle attività militari.
Dall’altro lato, alcuni parlamentari Repubblicani sostengono che il cessate il fuoco in vigore con l’Iran da inizio aprile avrebbe sostanzialmente bloccato il conteggio, e quindi la scadenza di 60 giorni sarebbe stata congelata. «Non puoi punire i cessate il fuoco. Vogliamo che si siedano e si parlino», ha detto il deputato Repubblicano Brian K. Fitzpatrick, riferendosi a Iran e Stati Uniti.
Nelle ultime settimane i Democratici hanno presentato varie risoluzioni per chiedere di porre fine alla guerra, ma nessuna è stata approvata. Il 16 aprile una è stata bocciata alla Camera per un solo voto.

Il Campidoglio di Washington, dove ha sede il Congresso, in una foto del 17 aprile (AP Photo/Mariam Zuhaib)
Il Congresso non vota per autorizzare una missione militare dal 2002, ai tempi della guerra in Iraq, e ci sono precedenti a cui Trump potrebbe rifarsi per evitarlo.
In passato vari presidenti, sia Democratici che Repubblicani, si sono scontrati con la scadenza posta dalla legge. Nel 1999 l’esercito statunitense partecipò a una missione militare della NATO per 79 giorni: il presidente Bill Clinton sostenne che il Congresso avesse dato il consenso implicitamente, autorizzando le spese necessarie al dispiegamento. Nel 2011 Barack Obama proseguì l’impegno statunitense in Libia oltre i 60 giorni, sostenendo che il limite non si applicasse perché non prevedeva una presenza di soldati a terra (Trump potrebbe fare lo stesso).
Finora la War Powers Resolution non è mai stata usata per costringere un presidente a fermare una guerra in corso. La volta che ci andò più vicino fu nel 2019, quando entrambe le camere approvarono una risoluzione per chiedere a Trump, al suo primo mandato, di terminare il sostegno militare all’Arabia Saudita nella guerra civile in Yemen. Trump però mise il veto, descrivendo la richiesta del Congresso come un «non necessario e pericoloso tentativo di limitare la mia autorità costituzionale».
Trump potrebbe porre il veto anche ora, nel caso in cui fosse approvata una risoluzione. A quel punto, per superarlo il Congresso avrebbe bisogno di due terzi dei voti in entrambe le camere, una soglia molto alta.



