Le scarpe che hanno corso la maratona in meno di due ore
Pesano meno di un etto l’una, e buona parte del merito per il nuovo record del mondo potrebbe essere loro

Questo articolo non è un articolo sponsorizzato, di quelli in cui un’azienda paga un sito per un contenuto (che sul Post sono ben segnalati). Adidas non ha pagato il Post per questo articolo sulle sue nuove scarpe Adizero Adios Pro Evo 3, ma il fatto che il Post ne stia scrivendo – dopo che quelle scarpe hanno contribuito a far correre in un giorno due maratone in meno di due ore – è ovviamente parte del piano di Adidas.
Le Adizero Adios Pro Evo 3, che costano 500 euro e pesano 97 grammi, sono infatti un avanzatissimo modello di scarpe da corsa. Di quelle, fatte anche da altre aziende, ormai note come “super scarpe”: le più performanti ed estreme, in genere con una piastra in carbonio nell’intersuola, che è la parte tra suola e tomaia.
Nella maratona di Londra di domenica 26 aprile le Adizero Adios Pro Evo 3 sono state usate dal primo, dal secondo, dal quarto e dal quinto in classifica nella maratona maschile e dalla prima di quella femminile. Sono le scarpe di due nuovi record mondiali, oltre che dei tre migliori tempi di sempre nella maratona maschile. Ma sono solo il punto più recente – e non necessariamente l’ultimo, nemmeno nel futuro prossimo – di una storia iniziata alcuni anni fa, e che non riguarda solo Adidas.

Le scarpe su una bilancia (Adidas)
Non serve spiegarlo: nella corsa le scarpe contano molto. Ma per buona parte della storia della maratona, che è un’invenzione moderna e olimpica, non è che abbiano contato poi così tanto. La prima maratona olimpica fu vinta con scarpe di cuoio non granché dissimili da quelle da passeggio dell’epoca. Ed è piuttosto noto che nel 1960 Abebe Bikila vinse – in 2 ore e 15 minuti – la maratona delle Olimpiadi di Roma correndola tutta a piedi nudi.
Negli ultimi decenni del Novecento arrivarono materiali e soluzioni via via migliori, sempre con l’obiettivo di rendere più agile e veloce il passo, oltre che meno pesanti e impattanti i contatti con il suolo. L’idea era di ridurre la dispersione di energia che si genera ogni volta che il piede tocca terra, e per quanto possibile aiutarlo ad avere più spinta, in un costante equilibro – a seconda dei casi – tra elasticità e rigidità.
Tra varie ondate di quello che gli addetti ai lavori chiamano massimalismo e minimalismo (in base agli approcci usati per correggere e supportare il piede e i suoi movimenti: correre a piedi nudi è quindi la scelta più minimalista di tutte) si arrivò alla grande svolta dell’ultimo decennio, quella delle super scarpe e delle piastre in carbonio.
Le piastre in carbonio furono sperimentate già negli anni Novanta, ma come ha ricordato Rosario Palazzolo su Runner’s World, per anni la tecnologia venne trascurata «per l’incapacità del sistema industriale dell’epoca di lavorare e dare forma» a qualcosa che avesse senso vendere.
Il primo modello a farsi davvero notare fu la Vaporfly di Nike, che per anni collaborò con Eliud Kipchoge per fargli correre una maratona in meno di due ore. Ci riuscì nel 2019, seppur in condizioni non omologabili né ufficiali. Poi è stato il turno di altre aziende – tra cui Adidas, On e Puma – che a loro volta presentarono le loro super scarpe, usando i risultati di chi le indossava per vendere più scarpe a chi correva.

Le Nike ZoomX Vaporfly in mostra a Londra nel 2020 (Mike Marsland/WireImage)
Per la gran parte si è trattato di scarpe massimaliste: con suole importanti, con alcuni millimetri di drop (la differenza di altezza tra tallone e punta) e, soprattutto, con piastre interne in fibra di carbonio che fornissero al piede una sorta di “effetto molla”.
È sempre difficile capire quanto e come, e soprattutto rispetto a quale altro termine di paragone, una scarpa migliori i tempi di chi corre. Di certo le super scarpe lo hanno fatto in modo determinante: tutti e 10 i migliori tempi maschili di sempre sulla maratona sono successivi al 2016. E solo 13 tra i migliori 100 non sono stati fatti negli ultimi dieci anni.
Negli ultimi anni, le aziende hanno parlato di miglioramenti che, grazie alle scarpe e in genere anche solo tra un modello e la sua evoluzione, sono spesso superiori all’1 per cento. Adidas dice, per esempio, che le Adizero Adios Pro Evo 3 migliorano dell’1,6 per cento l’economia di corsa rispetto al modello precedente, a confronto del quale sono – sempre secondo Adidas – il 30 per cento più leggere e l’11 per cento più efficaci nel restituire energia all’avampiede.

La keniana Agnes Jebet Ngetich dopo aver vinto nel 2025 la mezza maratona di Valencia, mentre bacia la sua Adizero Adios Pro Evo 1 (Aitor Alcalde/Getty Images for adidas)
Nello sport professionistico ogni minimo miglioramento è spesso determinante, e un miglioramento dell’1 per cento è ben più che minimo. Migliorare anche solo dell’1 per cento il tempo su una maratona di 2:01:12 vuol dire arrivare a correrla in 2 ore esatte.
La ricerca è andata soprattutto in due direzioni: come e dove mettere il carbonio (ormai piuttosto diffuso anche in scarpe di chi corre per passione) e abbattere il peso generale. Le Adizero Adios Pro Evo 3 hanno privilegiato soprattutto l’abbattimento del peso. Per farlo, la piastra in carbonio è diventata infatti una sorta di sottile ferro di cavallo (o un anello, secondo altre descrizioni) che sta sopra la suola e segue il contorno della scarpa.
Già prima di essere usate per correre due maratone in meno di due ore, le scarpe si erano però fatte notare per la leggerezza. In un articolo pubblicato il 19 aprile, quando ancora nessuno aveva mai usato in gara le Adizero Adios Pro Evo 3, il Wall Street Journal aveva parlato della «gara ossessiva per fare una scarpa da corsa da meno di 100 grammi», una scarpa «più leggera di un gattino appena nato».
Le nuove scarpe di Adidas pesano circa un terzo rispetto a un diffuso paio di normali ma apprezzate scarpe da corsa senza carbonio, come per esempio le Brooks Ghost (i confronti si fanno in genere tra modelli di taglia 42). «Quando consegniamo la scatola» agli atleti, aveva detto Patrick Nava, general manager dell’area di Adidas dedicata alla corsa, chi la riceve «pensa che sia uno scherzo, e che la scatola sia vuota».
Per alleggerire le sue scarpe, e il peso a ogni passo di chi le ha ai piedi, Adidas ha lavorato su ogni parte e materiale: per la tomaia è stato utilizzato un tessuto quasi trasparente simile a uno usato per le vele di kitesurf. Altre aziende avevano provato a ridurre il peso eliminando i lacci (che Adidas ha lasciato) o usando l’azoto per le schiume delle loro suole. Altre ancora, come per esempio Nike, hanno continuato a focalizzarsi soprattutto sulla parte in fibra di carbonio.
Adidas a parte, come ormai è prassi da qualche anno, anche questi nuovi record si portano dietro dubbi di chi pensa sia un problema non riuscire a capire dove finiscono le prestazioni e dove iniziano le scarpe, e che percentuale di merito hanno le scarpe in determinate prestazioni.
È una domanda più che lecita, visto che, per esempio, tra il miglior tempo di Sabastian Sawe con le Adizero Adios Pro Evo 3 (il nuovo record mondiali di 1:59:35) e il suo precedente miglior tempo (il già fenomenale 2:02:05 fatto a Valencia nel 2024, con un precedente modello di Adizero Adios Pro Evo) ci sono due minuti e mezzo di differenza, per un miglioramento percentuale di oltre il due per cento. Quanto più veloce sarebbe stato Bikila con queste scarpe? E quanto più lento sarebbe Sawe senza? O quanto, invece, e come nello sport in generale, le scarpe sono solo la parte di un tutto in cui entrano, e sono altrettanto determinanti, preparazione, scienza e alimentazione?
Nava ha detto che dopo aver superato la soglia simbolica dei 100 grammi per scarpa – e con quelle scarpe aver superato la soglia ben più simbolica delle due ore per una maratona – in futuro Adidas potrebbe puntare a fare scarpe da corsa ancora più leggere. Nava, ha scritto il Wall Street Journal, «non esclude del tutto» che si possa arrivare a 50 grammi, ma che pensa che perdere altro peso non aiuterebbe granché la corsa.
È probabile, vista l’età e le poche maratone fatte finora da chi sta facendo i migliori tempi al mondo, che ci siano margini per fare ancora meglio, magari già nei prossimi mesi.
Per chi le fa e le vende, scarpe che battono i record sono ovviamente una grande pubblicità, che senza dubbio aiuta a vendere anche scarpe meno estreme e costose rispetto a quelle dei record.
Ma nella maratona nessuna soglia sarà più significativa rispetto alle due ore, e nessuna soglia della corsa è paragonabile alle due ore nella maratona. Ora che la soglia è venuta meno, c’è da capire se e come le aziende continueranno con la stessa dedizione e gli stessi investimenti nella loro ricerca e nella loro sfida – che qualcuno ha definito «corsa agli armamenti» – per fare scarpe da corsa sempre più veloci. Per la corsa, la maratona in meno di due ore era la Luna; e ora sulla Luna qualcuno ci è arrivato.
Anche perché per la stragrande maggioranza di chi corre scarpe come quelle che battono i record della maratona sono eccessivamente care, oltre che inutili e soprattutto dannose, in quanto pensate appunto per chi corre con una certa tecnica e ritmi impossibili per quasi chiunque.
– Leggi anche: Correre la maratona in meno di due ore e arrivare secondo



