A Cuba ci sono molti medici, ma poche medicine
Il sistema sanitario cubano è stato a lungo un vanto del regime, ora anche quello è vicino al collasso
di Valerio Clari

Per gestire l’enorme crisi energetica e dei carburanti causata dal blocco imposto dagli Stati Uniti di Donald Trump, il regime cubano ha preso misure emergenziali. Tra le altre cose ha chiuso vari ospedali, anche molto grandi, per risparmiare elettricità e risorse. Era un segno che le cose erano, e sono, davvero gravi: una specie di certificazione di fallimento, per quanto temporanea e giustificata.
Per decenni l’ottimo sistema sanitario di Cuba è stato un vanto del regime, ma da tempo le cose sono molto diverse e basta visitare un ospedale dell’Avana per accorgersene. La situazione è per certi versi paradossale. Cuba continua a formare ed esportare (anche in Italia) un gran numero di medici e infermieri di buon livello, ha una tradizione di ricerca e produzione di medicine e vaccini importante, ma oggi le sue strutture sono fatiscenti e affronta carenze croniche di medicine ed equipaggiamento di base. Per fare un esempio, vari pazienti raccontano che chi deve essere operato deve portare da casa i guanti per il medico: l’ospedale non ne ha.

L’ospedale Hermanos Ameijeiras, a febbraio quasi completamente chiuso per politiche di risparmio energetico (Valerio Clari/il Post)
Le cose sono drasticamente peggiorate negli ultimi anni, di pari passo con l’aggravarsi della crisi economica. Fino al 2021 i tassi di mortalità infantile erano simili a quelli dei paesi europei, la spesa pubblica nel settore, in rapporto al PIL, era doppia rispetto alla media mondiale (ma con un PIL sempre più ristretto), e la quota di medici per abitante era fra le più alte al mondo (8,4 ogni mille abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti).
Dopo un lento deterioramento nel corso dei decenni, la situazione è diventata critica negli anni successivi alla pandemia di Covid-19 (come in molti altri settori), ed è ulteriormente peggiorata da fine gennaio, quando gli Stati Uniti hanno bloccato ogni rifornimento petrolifero dell’isola. Il petrolio è usato anche per i generatori, che in parte sopperiscono alla cronica inefficienza della rete elettrica sull’isola: senza carburanti si sono fermate molte fabbriche, comprese quelle di medicinali, e molte strutture sono rimaste senza elettricità. Dottori, infermieri e pazienti non hanno potuto raggiungere in auto o in bus cliniche e ospedali, la riduzione del numero dei voli ha reso ancora più difficile reperire dall’estero medicine e ingredienti.
Per rispondere alla crisi il governo ha concentrato pazienti e trattamenti in alcuni centri polifunzionali, e ha cancellato le operazioni non urgenti. A marzo la viceministra della Salute Tania Margarita Cruz Hernández ha detto che 96mila persone erano in attesa di un’operazione chirurgica, 30mila vaccinazioni di bambini erano state rinviate, 20mila radioterapie o dialisi erano a rischio.

L’ospedale Calixto García dell’Avana, con un cartellone con una citazione di Che Guevara: «La vita di un singolo essere umano vale un milione di volte di più di tutti i beni dell’uomo più ricco del mondo» (Valerio Clari/il Post)
L’ospedale Calixto García della capitale L’Avana è uno dei più antichi dell’isola, e a lungo è stato uno dei più importanti. A metà febbraio, mentre altri chiudevano, ospitava molti pazienti provenienti da vari quartieri della città ma anche dalla provincia. Erano sdraiati su barelle o letti mobili, coperti da un lenzuolo o da coperte portate da casa, assistiti da pochi infermieri. Dentro l’ospedale non sembrava esserci molto altro: strumentazioni vecchie, rotte o inutilizzabili, scaffali e depositi di medicine vuoti.
Yordania fa l’infermiera lì e come quasi tutte le persone sentite per questo articolo preferisce non essere citata con il nome completo, perché non autorizzata a parlare con la stampa. Dice che ogni giorno gestisce da sola tra i 15 e i 18 pazienti e che lavora per 48 ore settimanali su sei giorni, guadagnando 8.000 pesos al mese, il corrispondente di circa 14 euro, al cambio corrente: «Facciamo quello che possiamo, ma la situazione è questa ormai da tempo: non settimane, ma molti mesi. Spesso non abbiamo strumenti per aiutare i pazienti».
Jesus, un suo collega, aggiunge che non riceve lo stipendio da tre mesi (è una lamentela ricorrente a Cuba, non solo nel settore sanitario). Il suo camice è di colore diverso, ma spiega che non vuole dire niente: «Qui non si distinguono medici o infermieri dai camici, perché i camici dobbiamo portarceli da casa, del colore che troviamo. La mia divisa mi è costata 2.000 pesos». Sono meno di 4 euro, ma a Cuba è una cifra non trascurabile, se si vive con lo stipendio statale. Quindi Jesus dice che ne ha una, e che ogni sera la lava a casa, e poi la rimette il giorno dopo.

L’ingresso dell’Instituto de Cardiología y Cirugía Cardiovascular dell’Avana, il 21 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Al Calixto García l’elettricità c’è sempre (o quasi), perché è in una zona centrale dell’Avana dove non viene tagliata mai; in altre parti dell’isola anche gli ospedali finiscono spesso al buio. Inoltre non mancano solo i camici, i guanti o le coperte, ma il problema principale sono le medicine. Sia negli ospedali che nelle visite nei consultori, dove operano i medici di medicina generale, i dottori dicono quali medicine servirebbero, ma poi tocca ai pazienti procurarsele, con sempre maggiori spese e difficoltà.
A Cuba ci sono 2.180 farmacie che negli scorsi decenni distribuivano medicinali spesso prodotti a Cuba, in forma gratuita: il Sistema nazionale di salute era stato uno dei pilastri della rivoluzione comunista di Fidel Castro. Ora sono perlopiù vuote, a volte chiuse, quasi sempre inutili: un sondaggio dell’Osservatorio cubano dei diritti umani (con sede a Madrid) dice che solo il 3 per cento dei cubani trova le medicine necessarie in farmacia.
Bisogna cercarle sul mercato nero, dove è possibile trovare quasi tutto, ma a prezzi spesso insostenibili. Le cose più basilari, come il paracetamolo o gli analgesici, sono in vendita per strada: nelle bancarelle improvvisate per le vie dell’Avana, insieme alle sigarette e ai materiali di recupero, è facile vedere scatole di medicinali, venduti anche a singole pastiglie.

Due donne vendono medicine lungo una via dell’Avana, il 22 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Per medicinali più specifici, o anche per gli antibiotici (che alle farmacie vengono consegnati ogni 15-30 giorni, quando le cose funzionano, lasciando settimane di “vuoto”), bisogna ricorrere ai gruppi su Facebook, su WhatsApp, su Telegram: hanno prezzi molto elevati, a volte pari a uno stipendio o una pensione mensile. Hanno alimentato un mercato che probabilmente contribuisce alle carenze del settore pubblico: il governo denuncia che medicinali destinati alle farmacie vengono sottratti per essere rivenduti.
Chi è in cura per una malattia cronica deve continuare questo genere di ricerche all’infinito, ammesso che abbia le possibilità di pagare. Altrimenti smette di curarsi: negli ultimi anni gli indici di mortalità per malattie curabili sono aumentati.

Raúl e Fidel Castro in una foto all’interno dell’Instituto de Cardiología y Cirugía Cardiovascular dell’Avana, il 21 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Ma anche un punto di forza del sistema, cioè la disponibilità di un gran numero di personale medico, non è più tale. Le università di medicina continuano a formare molti medici, ma quelli che effettivamente lavorano sull’isola sono sempre meno. Negli ultimi anni molti sono emigrati all’estero, oppure hanno lasciato la professione, a causa di stipendi insufficienti per vivere.
Candida Pavon Mena fa la stomatologa dal 1985: «Con la mia anzianità, sono fra quelle che guadagnano di più nel mio ospedale, ma sono poco più di 10mila pesos al mese. Per la spesa alimentare settimanale ne spendo 15mila, stando attenta». Ha 64 anni e racconta che in teoria le donne possono andare in pensione a 60 anni, ma lei non può permettersi di vivere con ancora meno soldi (le pensioni sono più basse). Non c’è un settore privato con cui arrotondare, tranne alcune rare cliniche per stranieri: in molti abbandonano la medicina per lavorare in settori più remunerativi, come il turismo. Anche solo guidare un risciò può garantire uno stipendio migliore. O almeno lo garantiva, visto che negli ultimi mesi anche il turismo è entrato in crisi.
Dagli anni Sessanta il settore sanitario è stato per Cuba anche uno
strumento di politica internazionale: oltre 600mila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio all’estero, in 160 paesi, favorendo relazioni con altri governi. Dal 1998 appena fuori dall’Avana un enorme sito che ospitava l’Accademia navale è stato riconvertito nella Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM) dove si sono formati quasi 30mila medici stranieri, provenienti perlopiù da paesi africani o in via di sviluppo, spesso con borse di studio sovvenzionate dal governo cubano.

Due studenti di medicina a Viñales, il 17 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Oggi l’esportazione di medici e infermieri è una delle ultime risorse economiche del regime cubano, che trattiene una parte degli stipendi pagati dagli enti stranieri: l’amministrazione statunitense sta facendo pressioni su vari governi perché interrompano le collaborazioni, in alcuni casi con successo.
Le pessime condizioni generali del sistema sanitario sono state evidenziate fra ottobre e gennaio dalle epidemie di chikungunya, dengue e oropouche, tre malattie causate da virus trasmessi dalle zanzare, che hanno avuto un’enorme diffusione e poche risposte dal sistema sanitario. Sono state favorite anche dall’accumulo di rifiuti (manca la benzina per i mezzi di raccolta) e dalle sospensioni della corrente elettrica e dell’acqua corrente, che non permettono di mantenere livelli minimi di igiene. A fine gennaio il governo ha definito rientrato l’allarme epidemico, ma situazioni simili sono considerate probabili in futuro, in una situazione generale sempre meno sostenibile.
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