C’è una nuova Flotilla in partenza per Gaza
Con più barche e molte più persone dell'ultima volta, con lo stesso obiettivo quasi impossibile di rompere il blocco navale

Sette mesi dopo la partenza dell’ultima spedizione, una nuova missione della Global Sumud Flotilla è quasi pronta a partire dalla Sicilia verso la Striscia di Gaza. L’obiettivo dell’iniziativa indipendente è lo stesso: tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione a Gaza, tentare di rompere il blocco navale imposto da Israele e portare cibo e beni di prima necessità ai palestinesi (le ultime due cose saranno quasi impossibili da ottenere). Inizialmente la partenza era stata fissata per venerdì, ma è stata posticipata di almeno un giorno.
Gli organizzatori della spedizione avevano annunciato che la flotta sarebbe stata composta da circa 70 barche, una ventina in più rispetto all’ultima volta, e che i partecipanti provenienti da vari paesi sarebbero stati circa un migliaio (a settembre erano circa 400), di cui 60 italiani. Al momento sul sistema di tracciamento della Global Sumud Flotilla si vedono 36 barche ferme al porto di Augusta e altre due a Porto Empedocle, in Sicilia: sono quelle partite il 15 aprile da Barcellona, arrivate lì nei giorni scorsi.
Ora il piano è salpare insieme a quelle italiane, che dovrebbero essere circa 25 e non sono ancora visibili sul sistema di tracciamento, e proseguire verso Gaza facendo una tappa in Grecia, probabilmente a Creta. Maria Elena Delia, portavoce della spedizione italiana della Flotilla, dice che in tutto le barche in Sicilia sono 63, e che potrebbero aggiungersene altre in Grecia e in Turchia.
Le barche al momento visibili sul tracker della Global Sumud Flotilla, 25 aprile 2026
L’idea degli organizzatori è arrivare a Gaza intorno all’inizio di maggio. È però quasi impossibile che succeda: Israele non consente ad alcuna imbarcazione non autorizzata nemmeno di avvicinarsi alle coste della Striscia, di cui controlla tutti i confini, e ostacola e blocca in molti modi l’ingresso di tutti i beni essenziali. Anche la precedente missione era stata bloccata dalla marina israeliana, che aveva intercettato le barche a 72 miglia nautiche dalla costa (circa 130 chilometri), ossia in acque internazionali (e quindi dove in teoria Israele non poteva rivendicare alcuna sovranità).
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I partecipanti alla missione sono sia attivisti, come la svedese Greta Thunberg, che aveva partecipato anche alla spedizione di settembre, sia persone comuni. Per l’Italia questa volta ha aderito anche il collettivo dei lavoratori della fabbrica Gkn di Campi Bisenzio, ma non ci sono più i politici di centrosinistra che erano partiti nella missione precedente. Per ora non si sa se ci saranno altri politici.
Alla flotta si sono unite anche la nave Arctic Sunrise dell’organizzazione Greenpeace e quella della ong Open Arms, che si occupa di soccorsi in mare: la prima offrirà supporto tecnico alle barche con un suo team di ingegneri, la seconda eventuale assistenza medica (nella precedente missione c’era invece la nave Life Support di Emergency). La Arctic Sunrise trasporta anche cibo e acqua per gli attivisti, e ha in programma di fermarsi a circa 200 miglia nautiche (370 chilometri) dalla Striscia.

Le navi di Greenpeace e Open Arms a Siracusa, 23 aprile 2026 (ANSA/ UFFICIO STAMPA GREENPEACE ITALIA)
Il quotidiano spagnolo El País, che ha un giornalista a bordo come era accaduto nella prima missione, ha raccontato che durante il viaggio da Barcellona alla Sicilia ci sono stati vari problemi tecnici e guasti meccanici. Da Greenpeace confermano di aver già fatto alcuni interventi per riparare motori e impianti elettrici. La ragione è che la flotta è composta soprattutto da vecchie barche a vela, che sono state riadattate per la missione e che devono navigare a velocità ridotta. Su ogni barca ci sono comunque un capitano e un equipaggio, oltre ai partecipanti alla missione.
Non è chiaro perché le barche non siano ancora partite dalla Sicilia: ci sarebbero alcuni problemi logistici. Anche a settembre la partenza era slittata più volte a causa delle cattive condizioni meteorologiche e di difficoltà organizzative.
Nella precedente missione le barche erano partite dalla Sicilia a metà settembre, ricongiungendosi con quelle salpate nei giorni prima da Barcellona, Genova, e Tunisia. Nei giorni precedenti due imbarcazioni avevano subito attacchi incendiari probabilmente con dei droni al largo del porto di Sidi Bou Said, in Tunisia. C’era stato poi un altro attacco simile il 24 settembre, al largo di Creta. Le barche avevano comunque deciso di proseguire il viaggio: la sera dell’1 ottobre erano state intercettate e abbordate dalla Marina israeliana, in acque internazionali.
Il blocco navale di Israele si estende fino a 20 miglia nautiche dalla costa (meno di 40 chilometri). Fino a 12 miglia le acque sarebbero sotto il controllo palestinese, ma nella pratica l’esercito israeliano circonda da anni l’area con le sue navi militari e impedisce a chiunque di entrare e uscire. Nel corso dei decenni decine di imbarcazioni hanno provato a forzare il blocco, con iniziative simili a questa: le barche però sono sempre state fermate dalla Marina israeliana, anche con abbordaggi che hanno avuto conseguenze violente.
Tutte le persone a bordo delle barche abbordate erano state arrestate e portate al porto israeliano di Ashdod. Lì alcuni avevano accettato l’espulsione volontaria, altri l’avevano rifiutata ed erano stati detenuti in Israele per alcuni giorni. Tra loro c’erano anche 36 italiani, che al ritorno hanno raccontato di aver subito abusi fisici e psicologici. Su quanto accaduto durante il viaggio e in Israele la procura di Roma ha aperto un’indagine ipotizzando vari reati, tra cui la tortura.
La precedente missione della Flotilla era stata molto seguita in Italia, e migliaia di persone avevano contribuito a donare cibo e beni di prima necessità, che in parte avrebbero dovuto essere portati a Gaza sulle imbarcazioni. Non è andata così: tutti i beni raccolti a Genova lo scorso agosto dalla ong genovese Music for Peace sono bloccati da sei mesi in Giordania, perché Israele finora ha impedito che venissero distribuiti nella Striscia. Ora la missione punta a portarne altri, sia sulle barche che attraverso un convoglio di terra da far entrare nella Striscia attraverso il valico di Rafah, in Egitto.
Tutta questa storia in Italia era diventata anche una questione politica per via della reticenza del governo di Giorgia Meloni nel condannare le azioni di Israele. Il governo aveva più volte criticato l’iniziativa, e nel frattempo erano stati organizzati vari scioperi di protesta, a cui avevano partecipato centinaia di migliaia di persone. Finora né Meloni né altri esponenti del governo hanno commentato pubblicamente la nuova spedizione.
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