Il buon cattivo gusto di John Waters

Lo ha reso un regista osceno e un riferimento della controcultura queer, “papa del trash” e “patriarca del lurido”, e molto amato anche a 80 anni

John Waters nel 2013. (Robin Marchant/Getty Images)
John Waters nel 2013. (Robin Marchant/Getty Images)

Se oggi l’espressione “buon cattivo gusto” esprime un concetto comprensibile, addirittura a pensarci un attimo familiare, è anche perché è esistito John Waters: artista, regista e scrittore noto come il “papa del trash” (senza accento), principalmente perché lui stesso si è definito così. A partire dalla fine degli anni Sessanta, Waters creò insieme a una compagnia di attori e altri artisti fuori dai canoni una serie di film indipendenti oggi considerati fondamentali per lo sviluppo dell’estetica trash, il cui obiettivo era essere rivoltanti ma con stile.

I suoi film sono stati a lungo ritenuti semplicemente disgustosi, eppure con il passare del tempo e il cambiare dei costumi Waters è riuscito a diventare mainstream o quasi, almeno per un breve periodo tra gli anni Ottanta e Novanta. Adesso che compie 80 anni – nacque il 22 aprile 1946 – è una delle figure di riferimento più importanti nel mondo della controcultura queer e ha trovato una nuova definizione per se stesso: patriarca del lurido.

Il film più importante della sua carriera John Waters lo girò nel 1972 e si intitolava Pink Flamingos. Non aveva grandi piani sequenze o personaggi memorabili né affrontava temi d’attualità e non era nemmeno un film di protesta: raccontava di una gara tra due personaggi ai margini della società per diventare “l’essere vivente più lurido”. Era un catalogo di situazioni e performance oscene, perverse, rivoltanti e di cattivo gusto, tutto filmato con pochissimi soldi, al di fuori del sistema industriale, a Baltimora, ma soprattutto con un atteggiamento autoironico e consapevole, quello di chi vuole divertirsi a fare qualcosa di oltraggioso.

Il film, che contiene rappresentazioni di coprofagia e sesso animale, è stato incluso nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso statunitense nel 2021, e quindi è stato selezionato per la conservazione in quanto opera culturalmente rilevante, quando cinquant’anni prima era considerato un’offesa al buon gusto. Waters però l’aveva sempre detto che il suo cattivo gusto è “buon cattivo gusto”, cioè creativo e pieno di stile, e non “cattivo cattivo gusto”, ovvero non originale e solo disgustoso.

Il suo obiettivo è sempre stato «scioccare chi pensa di aver visto tutto mostrando un altro mondo e la gioia dell’essere provocati». Nel suo libro Shock Value – A Tasteful Book about Bad Taste, spiega infatti come abbia sempre cercato di spingere il pubblico a ridere del fatto che c’è ancora qualcosa che lo può sconvolgere, e dice che qualcuno che vomita in sala per lui equivale a una standing ovation di applausi.

L’estetica di Waters è sostanzialmente una sua interpretazione del camp, termine che nel 1964 la critica Susan Sontag definì «qualcosa di deliberatamente esagerato nell’atteggiamento o nello stile». Alla fine degli anni Sessanta il camp era il modo in cui gli artisti queer producevano opere underground in aperta opposizione all’estetica dominante. In quella controcultura si formò John Waters, che ha sempre lavorato con drag queen – artisti solitamente maschi che interpretano personaggi femminili esagerati – come Divine, la più famosa, e con persone che in quel momento e in quel luogo (Baltimora, dove ha girato la gran parte dei suoi film) erano o si consideravano ai margini.

John Waters nel 1976. (Nicolas Russell/Getty Images)

Era una troupe ricorrente di amici e collaboratori parte della comunità LGBTQ+ che chiamava Dreamlanders, con i quali Waters sviluppò la sua versione del trash, cioè quello stile artistico che eleva e spettacolarizza idee, persone, situazioni e materiale di scarto o sottovalutato, con l’obiettivo di prendere in giro l’idea stessa di raffinatezza come la promuove la cultura consumistica.

Con “film trash” in particolare si è a lungo inteso quelli che lo erano involontariamente, produzioni di bassa qualità e scarsi valori produttivi, povere sia economicamente che qualitativamente. Waters invece è stato uno dei primi a fare film volutamente trash, con un aspetto non pulito, anzi lurido, e pieni di corpi imperfetti e fuori norma, in diretta contrapposizione ideologica con l’estetica promossa dal cinema mainstream. Tutte cose che all’epoca erano considerate ribelli. Racconta lui stesso che dopo aver visto Mondo Trasho sua madre gli disse: «Morirai, finirai in un manicomio, ti suiciderai o andrai in overdose», e lui le rispose: «Oh, ti è piaciuto allora!».

In 35 anni di attività Waters ha scritto e diretto 12 lungometraggi, nei primi dei quali era anche direttore della fotografia e montatore. Solo tre di questi possono dirsi in qualche maniera “mainstream” (Grasso è bello, Cry Baby e La signora ammazzatutti), cioè pensati per una circolazione un po’ più ampia; la maggior parte invece è cinema underground, poco conosciuto ma dal grande impatto culturale. In particolare la “trilogia del lurido” composta da Pink Flamingos, Female Trouble e Desperate Living (in italiano Punk story) costituisce la parte più sovversiva della sua produzione, quella in cui affinò la sua idea di buon cattivo gusto.

In uno dei suoi primi corti, Roman Candles del 1966, si vedono tra le altre cose scene girate nello stile di Il mago di Oz accompagnate in sottofondo dall’audio della conferenza stampa tenuta dalla madre dell’assassino di John Fitzgerald Kennedy. Nel suo esordio, Mondo Trasho, la protagonista interpretata da Divine uccide una donna e trascina per la città con allegria il suo cadavere. In Multiple Maniacs la coppia protagonista compie una serie di atti osceni prima di finire a rapinare i propri sostenitori. In Punk story, che Waters definisce come «una favola per bambini con qualcosa che non va», una casalinga e la sua domestica fuggono verso un regno comandato da una regina malvagia che si diverte a infettare le persone con la rabbia.

Con Grasso è bello (Hairspray) del 1988, Waters si avvicinò invece a un cinema più largo. Fu il primo film che provò a portare la sua estetica a un pubblico più ampio, inevitabilmente moderando la provocazione. È la storia dell’inaspettato successo di un’adolescente sovrappeso in uno show di provincia, che fa infuriare le altre adolescenti, perfide e conformate a standard di bellezza canonici. Non è un film fatto di eccessi né repellente, anzi è pieno di colori e canzoni, in cui non c’è più il trash come lo intendeva prima ma la rappresentazione dell’ascesa di personaggi che il gusto mainstream marginalizza, simile a quella che fece Tim Burton negli stessi anni. È la visione del mondo di Waters, quella per la quale «i buoni si fanno i fatti loro e non giudicano nessuno, mentre i cattivi hanno un animo meschino, sono gelosi, giudicano gli altri senza conoscerli e vogliono tutta l’attenzione su di loro».

Grasso è bello fu distribuito dalla New Line Cinema, una grossa società indipendente, e arrivò anche in Italia, a differenza della maggior parte dei film precedenti di Waters. Fu un buon successo, tanto da avere un remake nel 2007 e un adattamento a Broadway. Divine, la drag queen che Waters definiva «la mia musa», in questo film simbolicamente era la madre della protagonista. Dopo quel film ci fu Cry Baby nel 1990, con Johnny Depp, e poi nel 1994 La signora ammazzatutti con Kathleen Turner, forse il suo film più noto. È la storia in forma di satira di una mamma borghese e per bene in un quartiere residenziale, che diventa un’assassina seriale per non perdere quello status, quindi come effetto del condizionamento del mondo in cui vive e dei suoi valori.

Parte della fortuna che ha avuto John Waters dipende anche dal personaggio che si è costruito. Non ha praticamente mai cambiato look lungo tutta la sua vita, portando un caratteristico taglio di baffi sottilissimi, e una capigliatura e un abbigliamento da piccolo borghese di provincia, diventato solo di recente eccentrico e sgargiante. In aperto contrasto con il contenuto dei suoi film, ha sempre avuto un aspetto a suo modo rassicurante e si è impegnato spesso per la provinciale scena culturale di Baltimora, la città dove vive ancora insieme alla sua enorme collezione di libri.

Il suo ultimo film è stato A Dirty Shame nel 2004, dopo il quale ha tentato di farne altri con poco successo. Il mutamento dell’industria ha escluso il tipo di film che faceva lui, e Waters si è trovato spesso a lavorare su sceneggiature per società di produzione poi fallite. Negli ultimi venti anni ha quindi scritto libri, organizzato mostre fotografiche, creato installazioni artistiche; ha curato la trasposizione in musical di Grasso è bello del 2002 e ha fatto un viaggio in autostop in giro per gli Stati Uniti da cui ha tratto un libro, Carsick (“Mal d’auto”). Dal 2023 ha anche una stella con il suo nome sul marciapiede della Hollywood Walk of Fame, perfetto coronamento di una vita camp.

Probabilmente l’apice della penetrazione delle idee di John Waters presso il grande pubblico avvenne nel 1997 quando fu protagonista, con una sua versione di finzione, dell’episodio dei Simpson “La fobia di Homer”. In quella puntata viene introdotto il personaggio di John, doppiato da Waters e disegnato per somigliargli: un uomo gentile e appassionato di piccole cose di cattivo gusto o kitsch, che diventa amico della famiglia. Quando Homer scopre che John è gay si preoccupa dell’influenza che potrebbe avere su Bart e cerca di impedire che diventi lui stesso gay in modi demenziali. Lungo la puntata Waters, tramite il personaggio di John, riesce a spiegare cosa sia il camp e a mostrare un po’ delle sue idee, specialmente la passione per ciò che è massificato, marginale e apparentemente di cattivo gusto (come le tende con le pannocchie della cucina di casa Simpson). Del resto già negli anni Settanta diceva di preferire di gran lunga la «magnifica sciatteria delle pubblicità economiche dei drive-in rispetto ai classici del cinema».