Prince è ancora ovunque
Una delle popstar più amate di sempre morì dieci anni fa, ma la sua influenza si sente ancora in tantissimi dischi

Quando è uscito il suo Baby, uno dei dischi più citati nelle classifiche di fine anno dalle riviste di musica nel 2025, il cantante R&B statunitense Dijon ha citato Prince come suo idolo in praticamente tutte le interviste, e sentendo l’album si capisce facilmente perché. A Prince si ispirava poi fin dal titolo The Passionate Ones del produttore di Baltimora Nourished By Time, un altro disco tra i più apprezzati dalla critica specializzata l’anno scorso: richiama The Beautiful Ones, una canzone dell’album Purple Rain dedicata da Prince alla sua fidanzata Vanity. E da sempre è paragonato a Prince anche Blood Orange, musicista britannico il cui Essex Honey è stato il disco dell’anno appena passato secondo molta critica.
Il 2025 è stato insomma un anno ricco di dischi che ricordavano Prince da molti punti di vista, ma non è stata davvero un’anomalia, e nemmeno una novità. Pochi musicisti hanno avuto e hanno tuttora un’influenza come la sua sulla musica contemporanea, dal pop all’R&B all’hip hop, ed è così da decenni. Commentando la sua eredità il giorno dopo la sua morte, dieci anni fa, il giornalista del Guardian Lanre Bakare scrisse per esempio che Discovery, il disco più famoso dei Daft Punk, uscito nel 2001, «è talmente ricco di riferimenti al Prince di Dirty Mind da far venire il torcicollo».
Il 21 aprile 2016 Prince morì per un’overdose accidentale di fentanyl, un potente antidolorifico oppioide sintetico, che stava assumendo per alleviare un dolore cronico all’anca: aveva 57 anni. Fu trovato privo di sensi in un ascensore del Paisley Park di Chanhassen, in Minnesota, l’enorme complesso residenziale che ospitava i suoi studi di registrazione, la sua etichetta discografica e la casa in cui viveva. Qualche mese prima era uscito HITnRUN Phase Two, il suo trentanovesimo album in studio.

Prince in concerto a Wembley, 1986 (Michael Putland/Getty)
Nei dieci anni passati da allora, per certi versi la presenza di Prince nella musica è perfino più evidente, e non solo nella black music. La quantità di cantanti e band che dopo la sua morte lo hanno citato come un’influenza fondamentale, spesso parlandone con toni vicini alla venerazione, è impressionante: Beyoncé, Justin Timberlake, Bruno Mars, Rihanna, Alicia Keys, Usher, Janelle Monáe, The Weeknd, Lorde, Marilyn Manson, Bono degli U2 e Dua Lipa, solo per citare i più famosi.
Uno dei suoi più grandi fan era il cantante R&B statunitense D’Angelo, morto lo scorso ottobre. D’Angelo raccontò in più occasioni di aver preso in prestito da Prince praticamente tutto, dallo stile vocale incentrato su un falsetto molto espressivo e intenso all’abitudine di combinare l’R&B degli anni Settanta con elementi tipici dell’hip hop. Ma è un noto estimatore anche il musicista statunitense Beck, che nonostante faccia un genere completamente diverso, più vicino al rock classico e alternativo tipicamente bianco, ha citato l’eclettismo di Prince come un’ispirazione essenziale per la sua musica, e lo omaggia spesso e volentieri durante i concerti.
La musica di Prince è ancora così attuale perché, a partire dalla metà degli anni Settanta, perfezionò un approccio che prima di lui avevano già sperimentato musicisti come Sly Stone e George Clinton, ma che fino a quel momento non era mai stato così popolare e diffuso. E cioè prendere diversi stili musicali nati all’interno della comunità afroamericana (soul, funk, R&B, disco, jazz) e fonderli ai generi che andavano per la maggiore in quel decennio (la new wave e il synth pop), ottenendo una sintesi molto efficace.
Prince chiamava la sua musica “Minneapolis Sound”, dal nome della città da cui proveniva. E la rese molto riconoscibile grazie a una serie di accorgimenti di stile: un suono di chitarra elettrica processato che includeva assoli molto espressivi e solenni in mezzo alle canzoni, l’impiego dei sintetizzatori per simulare le sezioni di fiati e l’utilizzo delle drum machine nella costruzione del ritmo, per esempio.
Prince ottenne un grande successo grazie a queste intuizioni soprattutto agli inizi degli anni Ottanta, quando mise in fila tre dischi riuscitissimi: Dirty Mind (1980), Controversy (1981) e 1999 (1982). La sua fama aumentò ulteriormente nel 1984 con la pubblicazione di Purple Rain. Il singolo che dà il titolo al disco fu uno dei più famosi di quel decennio, e negli ultimi quarant’anni è stato oggetto di numerose reinterpretazioni, tra cui quelle di Eric Clapton, Etta James e Bruce Springsteen.
Due anni dopo uscì Parade, che ottenne un successo paragonabile a quello di Purple Rain. Fu trainato da “Kiss”, una canzone che conteneva tutti gli elementi distintivi dell’approccio di Prince al pop: un falsetto memorabile, un grande groove e un giro d’accordi funky e percussivo che fa venire voglia di ballare.
In quegli anni l’immagine mondiale di Prince fu promossa come quella di una sorta di avversario più “cattivo” e rock di Michael Jackson, con cui si contese il titolo di principale star maschile del periodo. Prince interpretava il ruolo della popstar in un modo totalmente diverso, a partire dal fatto che oltre a un cantante e un performer era un musicista, dotato peraltro di un talento fuori dal comune come chitarrista ritmico e solista, spesso poco considerato. Uno dei suoi video oggi più famosi e amati è quello dell’assolo che suonò durante una cover di “While My Guitar Gently Weeps” dei Beatles alla Rock & Roll Hall of Fame di Cleveland. I primi a rimanerne impressionati, a giudicare dalle facce, furono Tom Petty, Jeff Lynne e Dhani Harrison che suonavano con lui.
Ma al di là degli sfoggi di virtuosismo, Prince dal vivo fu qualcosa di formidabile per come costruiva le esibizioni e la sua immagine, sexy e irresistibile. Nei suoi concerti apparivano spesso auto, coristi, ballerini, molte luci e drammatizzazioni sensuali talvolta scandalose. E il suo aspetto così volutamente vistoso (tacchi alti, camicie annodate in vita, colori vivaci e un trucco sempre molto ostentato) cominciò a essere considerato il simbolo di una mascolinità diversa, più moderna, provocatoria, edonista e libertina.
Il “Minneapolis Sound” ha molti punti in comune con i generi musicali che si sarebbero affermati nei decenni successivi e che sono tra i più ascoltati ancora oggi, come per esempio il contemporary R&B e l’hip hop. Dopo la sua morte il giornalista di Vice Jeff Weiss scrisse che, verso la fine degli anni Novanta, nel rap statunitense Prince diventò «un archetipo alternativamente seguito e ignorato, idolatrato e rifiutato», e «paragonare qualcuno a Prince poteva essere a seconda dei casi un complimento o un insulto».
I rapper della vecchia scuola come Afrika Bambaataa e Dj Kool Herc campionavano le sue canzoni e lo citavano come una specie di idolo, mentre quelli che si dedicavano a generi più duri, come per esempio il gangsta rap, lo consideravano una iattura e provavano a negare la sua importanza per lo sviluppo del genere, anche perché infastiditi dalla sua estetica androgina.
Alla fine però non ci riuscivano. «Potremmo stare qui tutto il giorno se iniziassimo a elencare gli artisti hip hop che hanno campionato una canzone di Prince», scrisse Weiss, che citò tra gli altri Bizzy Bone, De La Soul, LL Cool J, Mac Mall, Lil Troy e Kanye West. Poco prima della sua morte, il rapper Future pubblicò un mixtape dedicato a Prince fin dal titolo: Purple Reign, storpiatura del nome della sua canzone più famosa.

Prince in concerto a New York nel 2011 (Kevin Mazur/WireImage)
Prince spostò molte asticelle anche nel rapporto tra musicisti e case discografiche. Agli inizi degli Novanta cominciò a esigere libertà sempre maggiori nei confronti di Warner Bros., la sua etichetta, che era proprietaria sia del marchio “Prince” sia dei master (le registrazioni originali) di tutti i suoi album.
Per svincolarsi dovette cambiare nome d’arte diverse volte: da TAFKAP (The Artist Formerly Known as Prince) a The Artist, fino a un segno impronunciabile che i fan cominciarono a chiamare “love symbol”. E fondò una sua etichetta, la Paisley Park Records, per controllare la distribuzione e i diritti sulla sua musica in modo molto più diretto. Negli anni questo modello fu replicato anche da altri musicisti: per esempio, quando pubblicarono il primo disco, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter dei Daft Punk trovarono un accordo simile con la Virgin Records.
Dopo i litigi con Warner Bros. Prince continuò a pubblicare molti dischi che non ebbero più il successo di prima, nonostante la sua musica avesse ancora molti spunti originali e interessanti. Ogni sua nuova uscita era comunque seguita con una certa attenzione dalla critica. Negli anni Duemila Prince si inventò anche modalità di distribuzione alternative per i suoi dischi. Alcuni furono pubblicati in collaborazione con i tabloid britannici: Planet Earth del 2007 uscì come allegato al Mail on Sunday, mentre 20Ten del 2010 fu distribuito gratuitamente con il Daily Mirror e il Daily Record.
Prima della morte, Prince fu anche uno dei primi e più accesi contestatori del modello di business della piattaforma di streaming Spotify, oggi estesamente criticato tra musicisti e addetti ai lavori per i bassi compensi che garantisce agli artisti. Nell’estate del 2015 rimosse tutta la sua musica dalla piattaforma e spostò il suo catalogo su Tidal, il servizio di streaming di cui è azionista anche il rapper Jay-Z.
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