La Sicilia pagherà le aziende non siciliane per assumere chi lavora dalla Sicilia
Sono stati stanziati 54 milioni di euro per un incentivo al cosiddetto “south-working”

La regione Siciliana ha stanziato 54 milioni di euro in contributi a fondo perduto destinati alle aziende non siciliane, con sede in altre regioni o all’estero, che assumono lavoratrici e lavoratori residenti in Sicilia. Il presidente Renato Schifani ha definito la misura «unica nel suo genere per contrastare la “fuga dei cervelli”».
Le aziende potranno ricevere fino a 30mila euro per ciascun lavoratore o lavoratrice, distribuiti in cinque quote annuali da seimila euro. Il contributo può essere chiesto dalle aziende che dopo il 9 gennaio hanno assunto persone residenti in Sicilia o hanno trasformato i loro contratti a termine in rapporti di lavoro stabili, a tempo indeterminato.
I lavoratori assunti devono lavorare prevalentemente da remoto, con al massimo il 20 per cento dei giorni lavorati in ufficio. Per questo motivo questa misura è stata presentata come un incentivo al cosiddetto south-working, come viene chiamato il lavoro per aziende del Nord svolto da casa da persone che abitano al Sud.
Schifani ha accompagnato la presentazione degli incentivi con alcuni concetti di cui si parla più o meno dall’inizio della pandemia di Covid, e cioè che le possibilità offerte dalle tecnologie informatiche e della comunicazione devono essere sfruttate per contrastare la marginalità economica di regioni come la Sicilia, attirando lavoratori e lavoratrici grazie a una qualità della vita migliore – per alcuni aspetti, almeno – e meno costosa.
L’obiettivo finale di questa misura è lo stesso del cosiddetto “patto per restare”, a cui lo scorso novembre aveva aderito una sessantina di organizzazioni: migliorare le condizioni economiche del territorio per aumentare le opportunità di chi preferirebbe non emigrare per cercare lavoro altrove.
Ma Carmelo Traina, uno dei coordinatori, ha espresso alcune perplessità su questi incentivi regionali: «Il contributo pubblico va a imprese che decidono, crescono, producono valore altrove», ha detto a Repubblica. «Il massimo impatto che possiamo attenderci è che il lavoratore spenda in affitto e spesa qui, mentre trasferiamo risorse pubbliche siciliane a imprese non locali. Rimane aperta una domanda non da poco: finita la contribuzione, con quale interesse un’azienda esterna dovrebbe trattenere questi lavoratori in Sicilia? L’incentivo dura cinque anni».



