Sotto la Casa del Jazz di Roma non è stato trovato nessuno

Si cercavano i resti del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994 dopo aver indagato sulla banda della Magliana

Gli scavi alla Casa del Jazz a Roma, 17 novembre 2025 (Francesco Benvenuti/LaPresse)
Gli scavi alla Casa del Jazz a Roma, 17 novembre 2025 (Francesco Benvenuti/LaPresse)
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Nelle gallerie sotto la Casa del Jazz di Roma non è stata trovata nessuna traccia del corpo del giudice Paolo Adinolfi, che scomparve nel 1994. Si sospettava che fosse stato ucciso e sepolto nei sotterranei della villa, all’epoca di proprietà di un boss della banda della Magliana, il celebre gruppo criminale romano attivo tra gli anni Settanta e Novanta, e a novembre erano iniziate le ricerche. I vigili del fuoco hanno scavato un tunnel lungo 25 metri sotto la villa, che oggi è uno spazio pubblico dove si organizzano concerti ed eventi, esplorando un’antica catacomba romana ampliata e pavimentata. Da lì sono arrivati fino a un pozzo, poi interrato, da cui si scendeva con una scala di ferro nel tunnel sotterraneo.

All’interno però non hanno trovato nessun indizio che potesse far risalire alla persona che si stava cercando. C’erano solo alcuni frammenti di ossa di animali e dei resti di bottiglie. Sono state analizzate con il luminol, un composto chimico utilizzato per individuare macchie di sangue, che però non ha evidenziato nessuna traccia biologica. Sono state fatte le analisi per la ricerca di DNA anche su alcuni campioni di terra, ma hanno dato esito negativo. La prefettura di Roma, che ha guidato gli scavi, ha concluso che «non è stato trovato nulla di rilevante dal punto di vista investigativo».

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La Casa del Jazz si trova tra la Garbatella e le terme di Caracalla, lungo le Mura Aureliane che racchiudono il centro di Roma. Prima che venisse confiscata dallo Stato apparteneva a Enrico Nicoletti, il tesoriere della banda della Magliana. Il giudice Adinolfi aveva indagato proprio sulla banda della Magliana. Un suo ex collega, Guglielmo Muntoni, che ora è il presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica costituito dalla Camera di Commercio di Roma, ipotizzò che fosse stato rapito e ucciso, e che il suo corpo fosse stato sepolto sotto la villa. Per nasconderlo l’organizzazione criminale avrebbe poi tombato il pozzo da cui si scendeva nella catacomba.

Lo fecero così bene che «abbiamo impiegato un paio d’anni per trovarlo [il pozzo, ndr], siamo impazziti a cercarlo perché ci ricordavamo che era al centro del giardino, ma i georadar non davano risposte affidabili, trattandosi di un terreno di riporto con stratificazioni complesse», ha detto Muntoni in una conferenza stampa organizzata alla prefettura di Roma alla fine degli scavi. La polizia scientifica aveva cercato il corpo di Adinolfi nei sotterranei della villa già nel 1997. Trovarono anche la galleria tombata, ma l’alto costo degli scavi e la mancanza di fondi impedì di svolgere accertamenti approfonditi.

I nuovi scavi erano stati decisi proprio su iniziativa di Muntoni. Si erano interrotti alla fine del 2025, sempre per mancanza di fondi, poi erano ripresi alla metà di marzo andando avanti fino alla metà di aprile. Si erano concentrati nella zona dove c’era una casina di caccia in cui il banchiere Arturo Osio, che negli anni Trenta costruì l’edificio, organizzava dei banchetti: dentro c’era una scala in tufo che portava alla galleria, che era utilizzata come cantina. Quando comprò la villa, Nicoletti ci costruì sopra e fece il pozzo con la scala in ferro per andare giù. Da allora nessuno ha controllato cosa ci fosse lì sotto.

Muntoni pensava che sotto la villa potessero esserci anche documenti, armi, denaro e gioielli dell’organizzazione criminale. Alle ricerche si è unito anche Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la figlia di un dipendente vaticano scomparsa nel 1983. Pensava che nella galleria potessero trovarsi degli indizi sul sequestro, che lui attribuisce alla banda della Magliana.

Nessuno dei sospetti però è risultato fondato. Il prefetto Giannini in conferenza stampa ha definito le ricerche «un atto di civiltà giuridica», nonostante l’esito negativo. «Era doveroso procedere, perché parliamo di persone scomparse nel nulla». Muntoni ha detto di essersi tolto un dubbio che aveva da trent’anni.