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  • Mercoledì 15 aprile 2026

Come perde, e come vince, Wout van Aert

Il ciclismo può essere molto complicato, se non sei Pogacar o Van der Poel; ma ogni vittoria vale ancora di più, specie se inseguita per anni

di Gabriele Gargantini

Wout van Aert il 12 aprile a Roubaix (Etienne Garnier - Pool/Getty Images)
Wout van Aert il 12 aprile a Roubaix (Etienne Garnier - Pool/Getty Images)
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Le classiche monumento sono le corse ciclistiche più imponenti e importanti. Sono cinque all’anno e per oltre due anni, fino al pomeriggio di domenica, a vincerle era sempre stato uno tra Tadej Pogacar e Mathieu van der Poel. La Parigi-Roubaix, la più affascinante tra le cinque, l’aveva vinta per tre anni di fila Van der Poel ed era l’unica che mancava a Pogacar, quindi quella per lui più importante. Nella Parigi-Roubaix di quest’anno, corsa domenica, ci si aspettava che a vincere fosse uno dei due.

Invece, come potreste aver visto o saputo, l’ha vinta il belga Wout van Aert, uno le cui vittorie – e sconfitte – raramente sono banali. L’ha vinta a 31 anni, al settimo tentativo, dopo una carriera spesso sfortunata e spesso raccontata come perdente; eppure eccellente, con meno vittorie, di certo meno monumentali, rispetto a Pogacar e Van der Poel. Ma con una varietà di modi che è inarrivabile per praticamente chiunque altro.

Van Aert è quasi paradossale nell’essere tante cose insieme: un velocista e uno scalatore, un gregario e un fenomeno, un proverbiale perdente e il corridore più vincente di una delle squadre più vincenti del ciclismo contemporaneo. Un corridore oltremodo duttile – senz’altro più di Van der Poel, per certi versi pure più di Pogacar – che però fatica a primeggiare in qualcosa di specifico, o che magari preferisce non farlo.

Nel ciclismo su strada – uno sport in cui persino se sei Pogacar spesso non vinci – Van Aert ha vinto 52 volte, e 49 volte è arrivato secondo. Nel ciclocross, una versione invernale e fangosa del ciclismo in cui da anni gareggia contro Van der Poel, i primi posti sono 111 (un centinaio in meno rispetto a Van der Poel) e i secondi posti 103.

Nel 2018, alla sua seconda importante gara nel ciclismo su strada, Van Aert perse una Strade Bianche finendola con i crampi, crollando sulla sua stessa bici.

Nel 2020 arrivò due volte secondo ai Mondiali, sia a cronometro che nella gara in linea, e poi secondo – pochi centimetri dietro a Van der Poel – al Giro delle Fiandre, una classica monumento la cui vittoria vale una carriera, in particolare per un belga.

Nel 2021 fu secondo alle Olimpiadi, nel 2022 secondo alla Parigi-Roubaix, nel 2023 di nuovo secondo ai Mondiali, di nuovo dietro a Van der Poel. Quell’anno arrivò perfino secondo di proposito, lasciando vincere la Gand-Wevelgem al compagno di squadra Christophe Laporte. Fu criticato per averlo fatto, e un paio di mesi dopo fu di nuovo criticato per aver deciso, d’accordo con la squadra, di lasciare il Tour de France a poche tappe dalla fine perché gli stava per nascere un figlio. Nel 2025 arrivò secondo in una corsa nonostante dei tre che erano in fuga con lui, due fossero suoi compagni di squadra.

Il 2023 e il 2024 furono anni complicati da brutte cadute e infortuni piuttosto gravi. Nel marzo del 2024 si fratturò clavicola, costole e sterno.

E cadde di nuovo a settembre, ritrovandosi con un ginocchio messo così:

Wout Van Aert nel 2025 (Tim de Waele/Getty Images)

Già nel 2019, peraltro, era caduto al Tour de France prendendo una transenna: saltò il resto della stagione e disse di aver temuto che potesse essere la fine della sua carriera.

Tutto questo mentre qualcuno aveva iniziato a soprannominarlo “Paperino”, mentre d’inverno perdeva quasi sempre contro Van der Poel nel ciclocross e mentre la sua unica classica monumento vinta restava la Milano-Sanremo corsa nel 2020, durante la pandemia, e per questo da molti considerata atipica e anche un po’ dimenticabile.

Dopo quella Milano-Sanremo e prima della recente Parigi-Roubaix, Van Aert ha corso 14 classiche monumento: è sempre finito nei primi dieci, nella metà dei casi secondo o terzo, ma mai primo. Di lui si parlava come di un «campione incompiuto», una promessa solo in parte mantenuta. Un anno fa l’Équipe sintetizzò i dubbi di molti chiedendosi se il suo fosse un problema fisico o invece dovuto all’assenza di fiducia in sé stesso. Lui disse, semplicemente: «Ne trovo sempre uno o due che sono più forti».

Eppure, e nonostante tutto, oltre ad andarci spesso vicino, in decine di occasioni Van Aert ha vinto. Forse meno di quanto ci si aspettasse qualche anno fa, ma ottenendo comunque una serie di vittorie che, per qualità e quantità, pochi altri hanno ottenuto.

Ha vinto tre Mondiali di ciclocross tra il 2016 e il 2018, la Strade Bianche nel 2020, e al Tour de France del 2021 tre tappe che più diverse non si poteva: una di alta montagna, con un doppio passaggio sul Mont Ventoux, una a cronometro e poi l’ultima, in una volata di gruppo agli Champs-Élysées di Parigi.

La sua decima tappa al Tour de France la vinse nel 2025, in un finale che replicava quello apprezzatissimo della gara olimpica, e in cui sulla salita di Montmartre staccò Pogacar. Tranne che per le cadute e il ritiro per la nascita del figlio, Van Aert ha completato tutti i Grandi Giri a cui ha partecipato, quasi sempre vincendo almeno una tappa e spesso risultando determinante, nel ruolo di gregario, per i compagni.

Solo contando il ciclismo su strada, ha gareggiato per 445 giorni e oltre 76mila chilometri, quasi un decimo dei quali passati in fuga.

Ma per raccontare gli estremi di Van Aert basterebbe quest’anno, anche solo le sue ultime due corse. Il 2 gennaio si fratturò la caviglia mentre sulla neve cercava di stare a ruota di Van der Poel. Per la prima volta dopo 240 gare non terminò una prova di ciclocross.

Alla Milano-Sanremo è arrivato terzo, dopo essere caduto – insieme a Pogacar – a poco più di trenta chilometri dall’arrivo. Alla Dwars door Vlaanderen, dove nel 2024 era caduto e nel 2025 aveva perso in volata nonostante i due compagni di squadra, è stato ripreso e superato da Filippo Ganna a cento metri dal traguardo.

Al Giro delle Fiandre è arrivato quarto dietro a Pogacar, Van der Poel e Remco Evenepoel. Poi però ha vinto la Parigi-Roubaix, dopo decine di chilometri fatti in testa insieme a Pogacar, che ha provato a staccarlo senza mai riuscirci. Van Aert ha vinto in volata, staccando nettamente Pogacar: per Van Aert è stata la prima vittoria dell’anno, per Pogacar la prima gara non terminata al primo posto.

Più che con Pogacar, però, la grande rivalità di Van Aert, quella più intensa e antica, è con Van der Poel: nati a pochi mesi e pochi chilometri di distanza, i due sono stati spesso uno contro l’altro da quando erano ragazzi, prima nel ciclocross e poi su strada. Nella maggior parte dei casi ha vinto Van der Poel, che ha vinto otto classiche monumento e tutte le gare di ciclocross a cui ha partecipato negli ultimi due anni.

Van Aert e Van der Poel nel 2021 a Oostende, Belgio: e sì, a volte il ciclocross si fa in spiaggia (Luc Claessen/Getty Images)

Van der Poel è figlio di un ex corridore e nipote di Raymond Poulidor, grande ex corridore che, pur avendo vinto molto, proprio come Van Aert è ricordato – e celebrato – soprattutto per le sue tante sconfitte. A differenza di molti rivali sportivi, Van Aert e Van der Poel non sono, e non fingono-di-essere, grandi amici. Si rispettano, ammettono che la presenza dell’altro li ha spronati e resi migliori; ma di certo non amici.

I due sono anche piuttosto diversi fuori dal ciclismo: il 2 gennaio, alla gara della caviglia fratturata, Van Aert arrivò da casa sua in bicicletta; Van der Poel – che anche in gara indossa un orologio Richard Mille da 300mila euro – arrivò con la sua Lamborghini.

Senza Van der Poel (e senza Pogacar e senza Evenepoel, anche lui belga) Van Aert avrebbe vinto tanto di più. Ma ogni sua vittoria, così come ogni sua sconfitta, vale parecchio di più proprio perché gareggia contro di loro.

A Roubaix, in un velodromo che è a sua volta un monumento del ciclismo, Van Aert ha vinto nettamente, nell’edizione più veloce di sempre (oltre cinque ore di gara a una media di 48,9 chilometri orari) e Pogacar all’arrivo era esausto, e ha detto che le sue gambe erano diventate «spaghetti».

Van Aert ha trovato tempo e modo, prima del traguardo, di alzare un dito al cielo, per dedicare la vittoria a Michael Goolaerts, che nel 2018 era suo compagno in quella che era la prima Parigi-Roubaix per entrambi. Van Aert arrivò tredicesimo, Goolaerts morì a 23 anni per un arresto cardiaco.

Van Aert e Pogacar il 12 aprile al traguardo della Parigi-Roubaix (Alex Broadway/Getty Images)

Sull’Équipe, Alexandre Ross ha definito la vittoria di Van Aert – un corridore resistente e tenace, dalle caratteristiche ideali per la Parigi-Roubaix – «un momento condiviso, dal generale senso di pace, un’anomalia aggiustata». Appena arrivato al traguardo, Van der Poel è immediatamente andato ad abbracciare Van Aert, che intanto piangeva.

Van Aert, Van der Poel e Pogacar, il 12 aprile durante la Parigi-Roubaix (Dario Belingheri/Getty Images)

Un intervistatore gli ha detto, in una di quelle domande che quasi presuppongono già una risposta preconfezionata, «tutti parlavano di Pogacar e Van der Poel, ma tu non hai mai smesso di crederci». Van Aert ha sorriso e risposto con prontezza e sincerità: «Ho smesso di crederci molte volte, ma il giorno dopo mi svegliavo e lottavo di nuovo».

In Belgio, domenica, diversi tifosi sono rimasti negli stadi, dopo la fine delle partite di calcio che erano andati a vedere, per seguirne l’arrivo, i giornali belgi gli hanno dedicato le prime pagine , molti tifosi hanno scritto e fatto vedere di aver pianto; diversi telecronisti, di diversi paesi, hanno esultato con un entusiasmo fuori dal comune.

Non era un tifo contro Pogacar, che vincendo si sarebbe avvicinato molto a diventare il primo di sempre a vincere in un solo anno tutte e cinque le classiche monumento. Era gioia per la vittoria di un corridore che se lo meritava, che nell’ambiente praticamente tutti raccontano come una persona gentile e per bene, e che qualcuno credeva ormai non ce l’avrebbe mai fatta a vincere una corsa che sembrava nato per vincere.

A chi gli ha chiesto se si fosse mai sentito così forte, Van Aert ha detto che no, altre volte si era sentito più forte, ma meno fortunato, e che mentre lui e Pogacar si avvicinavano al velodromo di Roubaix non era preoccupato, perché quella volata l’aveva preparata e sognata per anni.

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