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  • Mercoledì 15 aprile 2026

L’indipendentismo basco di sinistra sta ancora facendo i conti col passato

Ormai il suo partito vince elezioni e governa intere città, ma i vecchi legami con l'ETA sono ancora una questione molto sentita, dentro e fuori

di Matteo Castellucci

Zumaia, Paesi Baschi, 28 novembre 2025. La scritta Ixteko arriskuan significa «a rischio di chiusura» in lingua basca
Zumaia, Paesi Baschi, 28 novembre 2025. La scritta Ixteko arriskuan significa «a rischio di chiusura» in lingua basca (Matteo Castellucci/il Post)
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Nei Paesi Baschi, una regione spagnola con una fortissima identità etnico-culturale, il consenso della sinistra abertzale, cioè nazionalista, è ai massimi storici.

La coalizione progressista che riunisce le varie sigle indipendentiste si chiama Euskal Herria Bildu (EH Bildu, o più semplicemente Bildu). Da quando è stata fondata, nel 2012, ha aumentato i consensi elezione dopo elezione. Alle elezioni amministrative del 2023 ha superato il Partito Nazionalista Basco (PNV), autonomista ma cristiano-democratico, che da decenni domina la politica locale. Alle regionali dell’anno scorso di fatto ha pareggiato i voti del PNV. Per la prima volta nella storia è plausibile che possa addirittura vincerle: un orizzonte impensabile fino a pochi anni fa.

Bandierine dei Paesi Baschi disegnate sul muro di un campo da gioco di Lazkao, 26 novembre 2025 (Matteo Castellucci/il Post)

Bildu infatti è l’erede politico dei partiti contigui all’ETA, il gruppo terroristico che perseguiva l’indipendenza dei Paesi Baschi con la lotta armata. L’ETA abbandonò la lotta armata nel 2011 e nel 2018 si è ufficialmente sciolta, ma il peso di quell’eredità si fa ancora sentire. In negativo, ma anche in positivo.

Il professor Antonio Rivera Blanco, che insegna storia contemporanea all’Universidad del País Vasco, spiega che per vincere le elezioni regionali nei Paesi Baschi e arrivare al governo Bildu «deve sia dire di essere l’erede dell’organizzazione politica dell’ETA, sia al tempo stesso convincere di non esserlo». Bildu, in sostanza, deve parlare a due elettorati diversi. Quello originario, che arriva dalla tradizione indipendentista più accesa; e quello nuovo, giovane o giovanissimo, più interessato alle proposte progressiste che a un conflitto percepito come lontano.

Non è semplice barcamenarsi tra continuità e discontinuità. Oltre a Bildu, ci sta provando la sua intera area politica.

– Leggi anche: I Paesi Baschi sono pieni di bandiere della Palestina

Le tracce del passato sono ancora visibili. Per esempio sulla prima pagina di Gara, il quotidiano bilingue in spagnolo e basco della sinistra abertzale, c’è tuttora scritto in piccolo «101» e «liberateli tutti» in inglese, un riferimento ai leader dell’ETA ancora in carcere, considerati prigionieri politici.

Le case, specie fuori dalle città più grandi, sono punteggiate da frequenti bandiere bianche dell’Etxerat, l’associazione dei familiari dei detenuti e degli ex militanti dell’ETA, nata per chiedere il rispetto dei loro diritti. I graffiti che inneggiavano all’ETA, un classico del racconto giornalistico dei Paesi Baschi, invece sono ormai rarissimi e i pochi in cui ci si imbatte sono cancellati o scoloriti.

Un condominio di Lazkao su cui sono esposte una bandiera della Palestina, diffusissima da queste parti; quella dei Paesi Baschi, chiamata anche ikurrina, e quella bianca dell’Etxerat (Matteo Castellucci/il Post)

Una ormai rarissima scritta che inneggia all’ETA, su un parchimetro di Bilbao, 29 novembre 2025 (Matteo Castellucci/il Post)

Gorka Landaburu, un giornalista sopravvissuto a un attentato del gruppo, parla del passato come del «fardello» di cui Bildu dovrebbe disfarsi. Secondo lui, i dirigenti non hanno condannato l’ETA in modo sufficientemente esplicito. «L’hanno fatto sottovoce», dice.

Almeno formalmente, nel 2021 Bildu ha firmato un documento noto come “dichiarazione del 18 ottobre” in cui si scusava con le vittime del terrorismo. È stato un passaggio che ha contribuito a sdoganarlo come ormai parte del mainstream. Ma questa transizione è stata anche accelerata da contingenze politiche.

All’interno del campo autonomista, il PNV è in grande difficoltà. Ha governato pressoché ininterrottamente la regione dagli anni Ottanta, e oggi è percepito come un partito attaccato al potere e con problemi di rinnovamento della classe dirigente.

Bildu è stato in grado di ampliare i suoi consensi anche fuori dall’area politica nazionalista, che comunque è maggioritaria nei Paesi Baschi. Per esempio ha intercettato l’elettorato che in precedenza aveva votato altre forze della sinistra radicale: in particolare Podemos, il partito anti-sistema che nel 2016 era arrivato primo in tutte le province basche, prima di dividersi e avvitarsi in una crisi da cui non si è più ripreso.

Lazkao, un piccolo centro dell’entroterra lontano dalle città maggiori, ha le caratteristiche tipiche dei posti dove la sinistra abertzale era più radicata; oggi però lo schieramento ha consensi in tutta la regione (Matteo Castellucci/il Post)

Ci è riuscito accentuando le proposte sociali del programma e rafforzando i legami con movimenti e associazioni, dice il senatore Gorka Elejabarrieta Díaz. Oggi EH Bildu governa in molti comuni ed esprime il sindaco di Pamplona, la capitale di un’altra regione, la Navarra, che i nazionalisti considerano parte del Paese Basco. Anche queste esperienze di governo, piccole e grandi, hanno contribuito a sdoganarlo.

Gaizka Fernández Soldevilla, direttore investigativo del Centro Memorial de las Víctimas del Terrorismo, ritiene che il recente successo politico non incentivi la sinistra abertzale a chiudere i conti con il passato, anzi. Ma del resto in Spagna il passato recente ha ancora un grande peso politico. Forse non può non essere così, in un paese uscito dalla dittatura soltanto nel 1975 e con forti tensioni autonomiste ancora irrisolte.

La destra, che ancora oggi attacca la sinistra autonomista basca rinfacciandole i legami con l’ETA, è assai più refrattaria a parlare della dittatura, su cui invece sostiene che non sia il caso di rivangare il passato. Landaburu pensa che i conservatori sviluppino una specie di «orticaria» quando si tratta di parlare del regime e che, per converso, la sinistra abertzale ce l’abbia quando si tocca l’ETA.

Manifesti che chiedono l’amnistia dei prigionieri politici, custoditi all’archivio della Lazkaoko Beneditarren Fundazioa di Lazkao, 26 novembre 2025 (Matteo Castellucci/il Post)

Di questa polarizzazione risente anche il lavoro degli storici, cosa che contribuisce a non superarla. Miren Barandiaran è la direttrice della Lazkaoko Beneditarren Fundazioa, uno dei principali centri archivistici sull’indipendentismo basco. Racconta che molti ricercatori consultano le stesse fonti, ma poi arrivano a conclusioni diverse: «Partono da una posizione di partenza, ed è molto raro che si discostino». Eppure ci sarebbe spazio per le ricerche storiche, visto che non sono stati identificati i colpevoli di più di un terzo delle oltre 850 uccisioni dell’ETA.

La scrittrice Aixa De La Cruz dice che non è stato sempre così: negli anni a ridosso della fine della lotta armata, tra il 2010 e il 2015, la società basca aveva discusso apertamente dell’ETA, dopo che non aveva potuto farlo per decenni perché era rischioso. «In termini psicoanalitici credo che, se seppellisci il passato, puoi essere funzionale per un periodo, ma poi il passato si ripresenta, e quando lo fa, lo fa come sintomo», riflette De La Cruz. È un rischio, soprattutto in una regione da due milioni di abitanti, dove tutti hanno qualcuno da un lato o dall’altro del conflitto.

Gorka Landaburu a Zarautz, il 27 novembre 2025 (Matteo Castellucci/il Post)

Landaburu, il giornalista, racconta che durante la sua passeggiata mattiniera a Zarautz, 60 chilometri a est di Bilbao, gli capita di incontrare sia il figlio di un celebre giornalista ammazzato dall’ETA, sia un ex membro del gruppo che partecipò al sequestro del padre del cantante Julio Iglesias. Lui stesso dice: «Non ho mai voluto che chi provò a uccidermi mi chiedesse scusa: il perdono è personale ed è più una questione di fede. Credo che per una società sia più importante la convivenza».

– Leggi anche: Come si negozia un accordo fra uno stato e un gruppo terrorista