• Italia
  • Mercoledì 15 aprile 2026

Visto che il governo sull’energia idroelettrica è fermo, il Veneto sta facendo da solo

Vuole controllare le centrali e tenersi più soldi, dopo anni in cui sono state favorite le aziende energetiche

di Isaia Invernizzi

Una centrale idroelettrica a Busche, sul fiume Piave, nel comune di Cesiomaggiore in provincia di Belluno
Una centrale idroelettrica a Busche, sul fiume Piave, nel comune di Cesiomaggiore in provincia di Belluno (Simone Padovani/Getty Images)

In Veneto la maggioranza di centrodestra e l’opposizione di centrosinistra si sono accordate per controllare direttamente la produzione di energia idroelettrica, oggi gestita quasi totalmente da Enel. Non è una nazionalizzazione, ma quasi: l’idea di questa alleanza inedita è creare una società mista, cioè controllata per la maggior parte dalla regione e partecipata anche dai privati, per gestire le centrali e lasciare molti più soldi alla regione di quanto accada ora. È un progetto che si oppone soprattutto all’immobilismo del governo, influenzato dalle grandi aziende energetiche che vorrebbero continuare a gestire le centrali in autonomia e mantenere ricavi enormi anche per i prossimi decenni.

La premessa più importante di questo accordo è che in Veneto, così come nel resto d’Italia, il mercato dell’energia idroelettrica è fermo da decenni. Le aziende energetiche usano l’acqua per produrre energia in cambio di un canone – cioè soldi – pagato alle regioni. Ma molte concessioni risalgono a trenta, quaranta, cinquanta, in alcuni casi addirittura cento anni fa, e sono state rinnovate molte volte senza gare, limitando la concorrenza.

– Leggi anche: Come le aziende energetiche fanno enormi profitti a danno delle regioni italiane

Solo nel 2021 il governo di Mario Draghi promise di fare le gare inserendole tra gli obiettivi del PNRR, il grande piano di riforme e investimenti finanziato coi fondi europei. Finora però il governo ha cercato di rimandare la questione, anzi ha tentato di proporre alternative per prorogare ulteriormente le concessioni senza fare le gare.

Le aziende energetiche ottengono guadagni enormi dalle centrali soprattutto durante le crisi energetiche come quella in corso, perché i costi per la produzione di energia rimangono gli stessi, mentre il prezzo di vendita legato al mercato aumenta. Pur non diffondendo i dati relativi agli utili garantiti dalle concessioni, le aziende energetiche sostengono invece che l’energia idroelettrica sia una tecnologia con costi alti e fissi, e che richieda investimenti ingenti e costanti.

In Veneto 29 concessioni dei grandi impianti su 34 sono di Enel, che controlla circa tre quarti della produzione idroelettrica regionale. L’assessore regionale all’Energia Massimo Bitonci ha stimato che il valore del settore è di circa 400 milioni di euro all’anno.

Sono appunto stime perché né il governo né le regioni conoscono quanto rende davvero il settore idroelettrico, nonostante si serva dello sfruttamento di un bene pubblico come l’acqua. «La nostra priorità è che questa ricchezza non rimanga ferma nei bilanci dei grandi gruppi nazionali, ma venga ribaltata sui veneti», ha detto Bitonci. «Il nuovo modello di gestione dovrà tradursi in una riduzione dei costi energetici per le famiglie e in un aumento della competitività per le nostre imprese, attraverso una redistribuzione dei benefici economici derivanti dai canoni e dalla produzione». Quindi più controllo e più soldi per il Veneto.

La proposta iniziale di cambiare il modello di gestione è di un consigliere del Partito Democratico, Alessandro Del Bianco, che definisce questa opportunità «la partita del secolo»: «È la volta buona per ridiscutere la gestione delle centrali, il Veneto ha solo da guadagnarci». L’accordo tra maggioranza e opposizione è stato formalizzato in un ordine del giorno collegato al bilancio regionale, poi approvato. Il documento impegna la regione a riconoscere la necessità di organizzare gare pubbliche per le concessioni e di sviluppare un modello nuovo, con una nuova società controllata almeno al 51 per cento dalla regione e partecipata anche dai gestori uscenti, nel caso veneto per lo più Enel.

Di per sé Enel non avrebbe interesse a perdere parte del controllo sulle concessioni aprendo all’ingresso della regione, ma l’alternativa delle gare è uno scenario peggiore. Quasi tutte le concessioni di Enel scadono nel 2029: un patrimonio simile messo a gara attirerebbe molti altri grandi gruppi, anche stranieri. Il possibile arrivo di concorrenza straniera in Italia è uno dei motivi che finora ha spinto il governo a prendere tempo sulle gare.

Oltre alle gare aperte e alla società mista partecipata dal pubblico e dai privati, le regole attuali lasciano la possibilità di affidare la gestione a una società interamente della regione (tecnicamente si chiama in house), ma è la soluzione più complicata perché nessuna società regionale ha le competenze per farsi carico di un settore così grande.

Il governo nazionale invece sta seguendo un approccio alternativo ai primi tre modelli, chiamato non a caso “quarta via”: consiste in una trattativa tra le regioni e le aziende energetiche per riassegnare le concessioni senza una gara, a fronte di un aumento dei canoni e di un preciso piano di investimenti. Finora questa ipotesi però è stata esclusa dall’Unione Europea perché non rispetterebbe le promesse fatte dall’Italia per avere i soldi del PNRR. «La quarta via è l’unica che si può percorrere», ha detto a febbraio il ministro degli Affari europei Tommaso Foti. «Non una proroga, ma un’altra concessione che sia in relazione al piano degli investimenti».

La quarta via è sostenuta anche dalla regione Lombardia, che all’inizio di febbraio ha proposto di riassegnare le concessioni alle aziende energetiche uscenti in cambio della cessione del 15 per cento della produzione a un prezzo calmierato alle aziende energivore.

Al di là di qualche dichiarazione, finora il governo è rimasto in attesa distinguendosi soprattutto per il tentativo di non disturbare i concessionari uscenti. Poteva indicare un piano durante la discussione del decreto Bollette approvato la scorsa settimana, invece non l’ha fatto. Di questo immobilismo si è discusso l’1 aprile in commissione Attività produttive della Camera. «La situazione di stallo favorisce solo i gestori uscenti», ha detto Enrico Cappelletti del Movimento 5 Stelle. «Continuano a sfruttare le risorse con un duplice danno: i prezzi dell’energia sono alti e la produzione è bassa per via degli investimenti scarsi dovuti alla mancanza di gare».

Nella dichiarazione più recente sul tema, nell’ottobre del 2025, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era limitata a dire che al momento di rinnovare le concessioni – quindi escludendo le gare – il governo avrebbe dovuto parlare chiaramente ai gestori per rivedere le tariffe: «L’energia idroelettrica è quella per definizione più verde. Potrebbe darci molto di più».

– Leggi anche: Le aziende energetiche che stanno guadagnando dalla guerra in Medio Oriente