La fine di Artemis II è un nuovo inizio
Il viaggio dei quattro astronauti intorno alla Luna segnerà i prossimi anni delle esplorazioni spaziali, tra progetti grandiosi e molte incertezze
di Emanuele Menietti

Dopo avere viaggiato per giorni a decine di migliaia di chilometri orari nello Spazio profondo, alle 2:07 di sabato 11 aprile (ora italiana) la capsula Orion si è posata lentamente sull’oceano Pacifico, frenata dai paracadute che l’hanno accompagnata negli ultimi chilometri di discesa verso la Terra. L’ammaraggio ha segnato la fine della missione Artemis II per i quattro astronauti a bordo, che in poco più di una settimana hanno percorso oltre un milione di chilometri e fatto un giro intorno alla Luna. Non succedeva da più di cinquant’anni e per la NASA è stato un successo.
Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen sono usciti da Orion aiutati dalla squadra di soccorso che li ha raggiunti in nave, al largo della costa della California, per trasportarli a terra. Da oggi, sono ufficialmente le persone sul pianeta ad averlo osservato dalla più grande distanza di sempre, in tutta la lunga storia dell’umanità. Tra gli oltre 100 miliardi di umani che si stima abbiano vissuto sulla Terra, sono gli unici quattro ad essersi avventurati così lontano dal posto dove è nata e si è evoluta la nostra specie. Un record che la NASA confida di superare nuovamente nei prossimi anni.
Artemis II è stata infatti una missione preparatoria in vista delle prossime del programma lunare statunitense, che prevede non solo di riportare gli umani sulla Luna, ma anche di farceli vivere in modo permanente con la costruzione di una base lunare. Jared Isaacman, l’attuale amministratore della NASA, confida che il primo allunaggio possa avvenire nel 2028, in tempo per la fine del secondo mandato di Donald Trump, ma ci sono forti dubbi sulla possibilità di ottenere un risultato simile in così poco tempo.

In quasi vent’anni di sviluppi, Artemis ha accumulato grandi ritardi e l’intero programma è costato finora circa 50 miliardi di dollari. Le società private incaricate dalla NASA di produrre i sistemi per l’allunaggio, SpaceX di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos, non hanno ancora prodotto qualcosa di funzionante e potrebbero essere necessari anni per verificarne l’affidabilità e la sicurezza. Si dice sempre che l’esplorazione spaziale è delicata e difficile, ma da qualche parte bisognerà pur partire.
La missione che si è conclusa da poco è stata proprio questo: un punto di partenza per verificare le tecnologie che sono già disponibili, capire che cosa manca e che cosa si può fare meglio. Il lancio di Artemis II nelle prime ore di giovedì 2 aprile ha confermato che lo Space Launch System (SLS), il potente razzo della NASA alto quasi cento metri che aveva sulla propria punta Orion, funziona ed è sicuro per il trasporto delle persone, per quanto costosissimo.

Il lancio della missione Artemis II con lo Space Launch System della NASA. Cape Canaveral, Florida, Stati Uniti, 2 aprile 2026 (AP Photo/John Raoux)
Orion, il veicolo spaziale formato dal modulo dell’equipaggio e da quello di servizio fornito dall’Agenzia spaziale europea, ha mostrato di poter rispondere alle esigenze di quattro persone nei suoi spazi ristretti e angusti. Gli astronauti non hanno segnalato particolari problemi, salvo qualche temporaneo imprevisto con il WC di bordo, che ha rappresentato comunque un importante progresso rispetto alle missioni Apollo degli anni Sessanta e Settanta, dove un posto vero e proprio per fare i propri bisogni non c’era.
Sfruttando la gravità della Terra e quella della Luna, Orion ha viaggiato tra i due corpi celesti a motori spenti, accendendoli solo saltuariamente per alcune manovre correttive della traiettoria. Nel silenzio del cosmo, Reid e gli altri sono arrivati in prossimità della Luna nella notte tra lunedì e martedì, iniziando ad accumulare diversi primati.
A 406.771 chilometri di distanza dalla Terra, sono diventate le persone a essersi allontanate di più dal nostro pianeta. Nelle ore seguenti Glover è diventato il primo afroamericano a girare intorno alla Luna, così come Koch è diventata la prima donna a farlo. Hansen, l’unico non statunitense dell’equipaggio, è diventato anche il primo canadese a girare intorno alla Luna. Del resto, gli equipaggi delle missioni Apollo erano composti da soli maschi, bianchi e statunitensi.

L’equipaggio di Artemis II, da sinistra: Christina Koch, Jeremy Hansen, Victor Glover e Reid Wiseman, insieme a “Rise”, la mascotte della missione (NASA)
Al di là dei primati, Artemis II è servita per fare osservazioni dirette della Luna, con persone al posto di sonde e robot, che hanno seguito le indicazioni scientifiche della NASA per studiare trenta obiettivi sulla superficie lunare. In una fitta conversazione a oltre 400mila chilometri di distanza, gli astronauti hanno raccontato agli scienziati sulla Terra come apparivano quegli obiettivi, rispetto alle previsioni e ai dati raccolti dalle missioni robotiche. Capire come i nostri occhi, abituati alle prospettive terrestri, vedono un piccolo mondo diverso dal nostro è inoltre importante per valutare le capacità di giudizio di chi parteciperà alle prossime missioni.
Il denso confronto scientifico tra la Luna e la Terra si è interrotto per circa 40 minuti, quando Orion è passata alle spalle della Luna (rispetto alla nostra prospettiva), che ha schermato le comunicazioni radio. Dopo essere rimasti nella condizione di maggiore isolamento di tutta la loro vita, i quattro astronauti hanno ripreso a comunicare con il centro di controllo, mentre si apprestavano a completare il loro giro lunare e a riprendere il viaggio verso la Terra.

La Luna fotografata durante il sorvolo lunare dalla capsula Orion (NASA)
Nei circa tre giorni di ritorno, hanno sperimentato diversi sistemi di bordo e procedure da svolgere nell’attività ordinaria o nel caso di emergenze. Abituati ai collegamenti che avvengono spesso dalla Stazione spaziale internazionale (ISS), che orbita a poche centinaia di chilometri dalla Terra, è sembrato quasi normale che quattro persone a centinaia di migliaia di chilometri si collegassero in diretta video con le televisioni per dare interviste e raccontare le loro esperienze. Vedere un barattolo di Nutella, che casualmente fluttuava a bordo, ha trasmesso un senso di normalità in condizioni straordinarie.
Perfino il rientro nell’atmosfera di Orion nelle prime ore di sabato è parso quasi ordinario, dopo le decine di rientri simili degli equipaggi che periodicamente lasciano la ISS al termine delle loro missioni. La capsula è diventata una piccola meteora con quattro persone a bordo, mentre attraversava gli strati via via più densi dell’atmosfera, protetta dal suo scudo termico mentre intorno la temperatura saliva fino a 10mila °C. In pochi minuti Orion è passata da una velocità di 40mila chilometri orari a poche centinaia di chilometri all’ora quando i paracadute l’hanno rallentata ulteriormente prima di raggiungere l’oceano.
Prima della partenza il comandante della missione, Reid Wiseman, aveva auspicato che Artemis II potesse essere una nota a piè di pagina nel grande libro che racconta il ritorno degli esseri umani sulla Luna. Non era falsa modestia o scaramanzia, ma un auspicio. Se tra qualche anno nessuno si ricorderà di Artemis II, significherà che il programma lunare avrà raggiunto nuovi e più grandi successi da raccontare e rendere memorabili.
Ma è probabile che i successi di Artemis II non siano dimenticati in fretta.
Artemis III, la prossima missione, non raggiungerà nuovi primati di distanza e tanto meno la Luna. Sarà organizzata nel 2027 intorno alla Terra e servirà per testare le manovre che dovranno poi essere fatte intorno alla Luna, anche con i sistemi che SpaceX e Blue Origin devono finire di progettare e produrre. L’anno seguente le missioni Artemis IV e Artemis V metteranno in pratica quei test per tentare un allunaggio vero e proprio, sempre che lo si riesca a fare in tempi così stretti. La Cina ha inoltre propri piani lunari, e potrebbe superare gli Stati Uniti con un proprio allunaggio entro il 2030.
Chiunque tornerà a girare intorno alla Luna potrà forse osservare un piccolo cratere sulla superficie lunare. All’apparenza non è molto diverso dagli altri, ma è stato proposto di chiamarlo “Integrity”, il nome scelto per la capsula Orion che ha reso possibile un altro piccolo passo nell’esplorazione lunare.



