I siti porno stranieri avranno ancora molto tempo prima di dover verificare l’età

L'ha deciso il TAR del Lazio, riconoscendo che l'Agcom non ha seguito le procedure corrette per imporre l'obbligo

La schermata che appare quando qualcuno prova ad accedere a Pornhub dal Regno Unito (Anna Barclay/Getty Images)
La schermata che appare quando qualcuno prova ad accedere a Pornhub dal Regno Unito (Anna Barclay/Getty Images)
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Martedì il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha pubblicato una sentenza che complica notevolmente l’applicazione dell’obbligo di verifica dell’età sui siti porno attivi in Italia. Ora avranno molto altro tempo a disposizione prima di doverlo implementare, contrariamente ai piani iniziali dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), che aveva introdotto l’obbligo di verificare che gli utenti fossero maggiorenni lo scorso anno con l’intenzione di farlo rispettare a partire da febbraio.

La sentenza è arrivata in risposta a un ricorso presentato da Aylo – la società con sede a Cipro che gestisce Pornhub, YouPorn e RedTube – e ha annullato una parte della delibera con cui l’Agcom imponeva quest’obbligo a decine di siti con sede fuori dall’Italia, che sono quelli più noti e frequentati (per i siti italiani, più piccoli, l’obbligo è già in vigore).

Il TAR, infatti, ha riconosciuto che la delibera dell’Agcom non rispettava la direttiva europea sul commercio elettronico, che stabilisce il “principio del paese d’origine”. In base a questo principio, un’azienda che fornisce servizi online deve rispettare le regole del paese in cui ha sede, e gli altri Stati membri non possono imporle obblighi ulteriori se non seguendo una procedura specifica. In pratica, prima di imporre restrizioni a un operatore con sede in un altro Stato membro, l’Italia avrebbe dovuto chiedere a quello Stato di intervenire, aspettare che non lo facesse o lo facesse in modo inadeguato, e poi notificare alla Commissione Europea la propria intenzione di procedere comunque.

Questo vuol dire che l’Agcom ora sarà costretta a seguire una procedura molto più lunga prima di poter obbligare questi siti a introdurre dei sistemi di verifica dell’età. I siti più grandi e frequentati, che hanno tutti sede fuori dall’Italia, potranno nel frattempo continuare a comportarsi come prima, cioè a chiedere genericamente agli utenti se sono maggiorenni, permettendo loro di autocertificarlo con un clic.

La sentenza arriva dopo mesi in cui non si capiva bene cosa stesse succedendo. Dal primo febbraio tutti i siti porno che operano in Italia avrebbero dovuto introdurre un sistema per verificare la maggiore età degli utenti. L’obbligo era stato introdotto dal cosiddetto “decreto Caivano” del 2023 e reso operativo da una delibera dell’Agcom, che aveva stabilito le scadenze. In base a quella delibera, l’obbligo doveva entrare in vigore automaticamente per i siti italiani entro il 12 novembre, e per quelli stranieri entro l’1 febbraio 2026.

Quel giorno però era arrivato e ampiamente passato e quasi nessuno si era adeguato. Tra i siti più grandi e conosciuti, l’unico ad aver introdotto un nuovo sistema di verifica era stato OnlyFans, che aveva scelto di affidarsi a Yoti, un’azienda specializzata che richiede di scaricare un’app, inserire il proprio documento e farsi inquadrare il volto dalla fotocamera per stimare l’età. Altri, come Pornhub, YouPorn, RedTube, XVideos, xHamster e LiveJasmin, non avevano fatto niente: per accedervi basta ancora il clic di autocertificazione.

L’Agcom non aveva fatto nessun annuncio pubblico e non si capiva se stesse preparando provvedimenti, se avesse deciso di tollerare una fase di transizione o se ci fossero problemi di altro tipo. A fine marzo erano arrivati i primi due provvedimenti di oscuramento, verso due siti italiani piccoli e poco frequentati, giochipremium.com e hentai-ita.net, gestiti dalla stessa società. Per il resto, l’Agcom era rimasta in silenzio mentre i grandi operatori internazionali che rappresentano la stragrande maggioranza del traffico verso i siti per adulti continuavano a comportarsi come prima.

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L’obbligo resta valido per i siti con sede in Italia e per quelli con sede fuori dall’Unione Europea, anche se varie aziende italiane del settore stanno a propria volta aspettando che il TAR del Lazio risponda alle loro istanze di ricorso. Si tratta, in ogni caso, di una parte marginale del mercato: la maggior parte dei siti porno più frequentati ha sede a Cipro o in altri paesi europei.

Cipro è da anni la sede preferita delle aziende del settore pornografico per due ragioni. La prima riguarda le tasse: l’isola è uno dei paesi più vantaggiosi d’Europa per le imprese, e nel settore tecnologico l’aliquota effettiva può scendere fino al 2,5 per cento, molto meno di quella che le aziende pagano di solito negli altri paesi dell’Unione. La seconda ragione è che a Cipro operano società finanziarie disposte a fornire servizi di pagamento ai siti porno. Questa è una cosa rara perché molte grandi banche e circuiti internazionali preferiscono evitare questo settore, considerato molto rischioso sia per questioni di reputazione sia perché ha percentuali più alte di transazioni contestate: capita spesso che una persona si iscriva a un sito, il partner lo scopra, e quella persona chiami la banca sostenendo che è stato un pagamento fraudolento. A Cipro invece diverse società hanno deciso di operare proprio in questo mercato, applicando commissioni più alte rispetto alle attività tradizionali.

Ora, quindi, l’Agcom dovrà contattare le autorità di questi paesi europei – a partire da Cipro – e attendere una loro risposta prima di interpellare eventualmente la Commissione europea. Non è chiaro quanto ci vorrà, ma è probabile che passino diversi mesi.

Il TAR ha invece respinto tutte le altre contestazioni di Aylo. L’azienda aveva provato a sostenere che la normativa italiana violasse il Digital Services Act, il regolamento europeo sui servizi digitali: il tribunale ha spiegato che l’Unione europea non ha ancora completato il processo di armonizzazione in materia di verifica dell’età, e quindi nel frattempo gli Stati membri possono adottare soluzioni provvisorie.

Il TAR ha anche riconosciuto che la tutela dei minori è un interesse legittimo che può giustificare restrizioni, purché si rispettino le procedure previste. L’obiettivo della verifica dell’età sui siti porno è infatti impedire che i minorenni possano accedere a contenuti pornografici. È una misura prevista da diversi paesi, tra cui il Regno Unito e la Francia, e si basa sull’idea che l’autocertificazione (il classico tasto “ho più di 18 anni”) non sia sufficiente a proteggere i minori. Il “decreto Caivano” del 2023 prevedeva che i siti si dotassero di sistemi di verifica gestiti da aziende esterne, in modo da garantire il cosiddetto “doppio anonimato”: il soggetto che verifica l’età non sa a quale sito l’utente vuole accedere, e il sito non conosce l’identità dell’utente, ma sa solo se è maggiorenne.

Per i siti porno, uno dei problemi principali è che l’introduzione di questi sistemi provoca sempre un grosso calo di accessi. Secondo Pornhub, quando nel Regno Unito è entrato in vigore l’obbligo il numero di utenti britannici è sceso di circa l’80 per cento. Una parte di queste persone smette semplicemente di visitare siti porno, ma molte altre cercano alternative: siti più piccoli e meno controllati che non hanno introdotto la verifica, oppure servizi VPN che permettono di fingere di connettersi da un altro paese. Per questo l’efficacia di queste misure nel proteggere effettivamente i minori è molto discussa.

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