Perché il documentario su Giulio Regeni non ha ricevuto finanziamenti pubblici
Ora che la notizia è diventata un caso politico e due membri della commissione che li assegna si sono dimessi
di Bianca Ferrari e Gabriele Niola

La notizia che il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non ha ricevuto i fondi pubblici per cui aveva fatto domanda sta portando da giorni grande attenzione al sistema di finanziamento pubblico delle produzioni audiovisive. Il mancato finanziamento del film è diventato un caso politico, tanto che due membri di altre commissioni che assegnano quei fondi si sono dimessi nonostante non si fossero occupati della valutazione del documentario in questione.
Il caso è stato sollevato inizialmente da un articolo del Fatto Quotidiano, che accusava la commissione nominata dal governo di aver intenzionalmente escluso il documentario a vantaggio di altri film più in linea con le sue posizioni politiche. È una polemica che si inserisce in un più generale malcontento del settore per l’ingerenza della destra, e che segue un periodo di tensioni nei rapporti col ministero della Cultura.
Se la commissione che decide ha indubbiamente avuto un ruolo nell’escludere il documentario dai fondi, il modo in cui questo è avvenuto però è un po’ meno diretto di come è stato presentato in diverse ricostruzioni, e alcuni paragoni fatti con film che invece hanno ricevuto i finanziamenti hanno poco senso o sono pretestuosi, perché le commissioni e i fondi da cui attingere sono diversi e non si escludono a vicenda.
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è un film prodotto dalla società indipendente Ganesh Produzioni e distribuito nei cinema italiani da Fandango il 2 febbraio del 2026, quindi molto prima della notizia dell’assegnazione o meno dei contributi. È una condizione frequente per questo tipo di fondi, dovuta ai ritardi nei lavori ministeriali. Il film racconta più che altro il processo italiano che si è svolto in assenza dei quattro imputati di rapimento, tortura e omicidio di Regeni. Quelle immagini sono intervallate da interviste ai genitori di Regeni e dal racconto del contesto politico egiziano. È quindi composto soprattutto da immagini del processo e materiale di repertorio.
Il caso è montato dopo che il 3 aprile sono uscite le graduatorie delle richieste dei contributi cosiddetti selettivi, uno dei tre sistemi di finanziamento pubblico all’audiovisivo e l’unico che prevede l’intervento di commissioni (gli altri vengono distribuiti in modo automatico, in base a certi requisiti). Il film su Regeni era il primo tra le opere non ammesse al finanziamento per i documentari, cioè quello con il punteggio più alto tra gli esclusi: al 36esimo posto su 118 film valutati. Aveva chiesto 131mila euro al ministero, a fronte di un budget totale di 328mila euro.
Una buona parte delle polemiche per il fatto che non sono stati concessi finanziamenti al film è venuta dal fatto che la commissione che stila la graduatoria è nominata dal governo. La commissione che ha assegnato i fondi nella categoria del documentario su Regeni nello specifico è composta, come le altre, da 5 persone scelte tra parlamentari ed esperti del settore: la ex deputata della Lega Benedetta Fiorini, la direttrice di festival Ginella Vocca, il saggista Pier Luigi Manieri, il produttore Pasqualino Damiani e l’avvocato Giacomo Ciammaglichella.
Martedì il ministro Giuli ha detto a La Stampa che le commissioni sono autonome e anche volendo il ministero non sarebbe potuto intervenire. Ma si è anche detto «dispiaciuto e sconcertato perché il caso Regeni ha un intrinseco valore culturale, sociale, politico e morale internazionale a prescindere dalla qualità artistica del documentario» che ha detto di non aver ancora visto.
Altro motivo della polemica è che il fondo per il quale era stata fatta domanda, proprio per decisione del governo in carica, ha tra le finalità finanziare «opere su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana». Tra i documentari che hanno chiesto e ottenuto il finanziamento ce ne sono infatti su personaggi storici italiani e contemporanei (per esempio uno su Giovanni Allevi).
Regeni è stato ucciso nel 2016, mentre si trovava al Cairo per fare un dottorato: il caso giudiziario attorno al suo omicidio è stato lungo, travagliato e ha più volte messo in difficoltà i governi italiani per la loro incapacità di pretendere la collaborazione dell’Egitto per portare avanti un processo giusto. La storia di Regeni ha quindi un’indubbia rilevanza nazionale e ha a che fare con l’identità culturale italiana.
Tuttavia questo criterio non viene valutato, almeno formalmente, ai fini del punteggio per il fondo selettivo per il quale Ganesh Produzioni ha fatto domanda. Per il punteggio vengono considerati solo alcuni aspetti tecnici dei prodotti valutati. Se il totale è inferiore a 80, il film non ottiene il finanziamento. Giulio Regeni – Tutto il male del mondo ha ricevuto 66 punti.
I criteri di valutazione sono sette, il primo dei quali è il più rilevante perché assegna più punti degli altri, 63: “Qualità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”. Si valuta quindi il progetto e la qualità della scrittura. Giulio Regeni – Tutto il male del mondo ha preso 36 punti. Anche nelle altre categorie ha preso in generale voti abbastanza bassi. In “Visione e stile del regista, linguaggio cinematografico o audiovisivo proposto” ha preso 10 punti su 20; in “Qualità dell’apporto del cast artistico e tecnico all’opera audiovisiva” ha preso 4 punti su 7; in “Coerenza tra sceneggiatura e dimensione economica, finanziaria e distributiva del progetto” ha preso 5 punti su 10 (che la commissione giudica il minimo per questa voce); in “Pari opportunità di genere” (in riferimento alle persone che hanno lavorato al film) ha preso quasi il massimo, 6 punti; in “Realizzazione dell’opera in coproduzione internazionale o compartecipazione internazionale” zero punti su dieci perché prodotta interamente in Italia; e in “Certificazione per la sostenibilità ambientale dell’opera” il massimo, 5 punti.
Sono tutte valutazioni tecniche e non di contenuto, e non sorprende che non siano alte. Il documentario su Regeni è molto semplice e diretto e punta a raccontare le fasi processuali nel dettaglio più che a sintetizzarle con idee cinematografiche innovative. Spesso i documentari che ricostruiscono storie reali adottano soluzioni di linguaggio cinematografico originali per non annoiare. C’è chi mostra molti intervistati, chi ricostruisce le scene vere con attori o chi fa un grande uso di materiale di repertorio inedito e clamoroso. Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non fa nulla di tutto ciò: è una documentazione fedele e lineare, che non aggiunge enfasi cinematografica alla storia di Regeni ma la passa in rassegna.
Gli esperti che martedì hanno annunciato le proprie dimissioni sono il critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti e il consulente editoriale per produzioni cinematografiche Massimo Galimberti, membri di altre commissioni che assegnano i contributi selettivi (quella per le sceneggiature Mereghetti, e quella per le opere prime e di giovani autori Galimberti). Le dimissioni sono arrivate il 7 aprile, cioè nel primo giorno utile dopo che i due avevano appreso dell’esclusione del documentario su Regeni dai fondi. Non essendo nelle commissioni in questione infatti lo hanno saputo dalla stampa.
Mereghetti ha spiegato all’Ansa di essersi dimesso per coerenza, visto che aveva dato una valutazione molto positiva al documentario su Regeni come critico. Galimberti ha detto: «Sono anni che lavoro con il ministero, ho fatto parte di varie commissioni, però in questa fase ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, nell’approccio alle procedure, nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti. Ci sono modalità che non condivido».
Nel riportare la notizia molti giornali hanno fatto notare anche come i fondi selettivi siano stati dati a un film di finzione sulla storia del cantante Gigi D’Alessio, a un film diretto dal fondatore del Bagaglino (la compagnia di comici romana) Pier Francesco Pingitore e non, per esempio, a quello di Andrea Pallaoro tratto da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, The Echo Chamber, o a un film di Francesca Archibugi (regista e sceneggiatrice pluripremiata).
Si tratta però di domande diverse per sezioni diverse del fondo selettivo. Tutti questi non sono documentari ma film di finzione, che quindi avevano fatto richiesta per un altro bando destinato a “film di particolare qualità artistica su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”.
Il sospetto su cui i giornali stanno facendo leva da alcuni giorni è che ci sia stata un’ingerenza governativa, anche perché seguirebbe una fase di tensione tra l’industria e il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e la notizia di una riduzione dei fondi per il 2026. Tuttavia nella stessa sessione che non ha concesso fondi a The Echo Chamber li ha ricevuti invece il film Un eroe italiano di Duccio Chiarini, che racconta la storia di un migrante in Italia, o 40 secondi, che racconta dell’omicidio di Willy Monteiro da parte di estremisti di destra.
– Ascolta anche: Indagini sulla storia di Willy Monteiro
L’assegnazione dei contributi selettivi, proprio per la loro natura discrezionale, è spesso stata usata per criticare il governo. Già in passato fu fatto notare come C’è ancora domani, il primo film di Paola Cortellesi da regista, non ne avesse ricevuti. Tuttavia questi fondi non sono pensati per i film di grande incasso (che ne hanno altri a loro dedicati), ma per quelli che potrebbero faticare al boxoffice.
Come detto inoltre, nonostante suscitino grandi polemiche, i contributi selettivi assegnano una parte molto piccola del totale dei fondi pubblici: per il 2025 è stata del 13 per cento. Su un totale di 700 milioni di euro sono 90 milioni. Questi soldi vengono poi spartiti (non in parti uguali) attraverso le tre commissioni che li assegnano e poi ancora su diverse sezioni che ogni commissione valuta. Nella prima sessione del 2025, quella le cui graduatorie sono uscite il 2 aprile, si parla di 330 opere valutate, di cui 213 giudicate non adatte alle finalità del fondo richiesto, e 117 invece approvate per finanziamenti vari, a seconda della dimensione e della cifra richiesta. Ci sarà sicuramente una seconda sessione di assegnazione di fondi quest’anno e per certe categorie potrebbe essercene una terza.
Da sempre si discute se sia meglio finanziare molti film, necessariamente con pochi soldi per ognuno, o pochi film con cifre più sostanziose. A fare domanda ci sono sia film piccoli come Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, sia film molto più grandi. Per esempio il film di Riccardo Milani, La vita va così, da 9 milioni di euro di budget, aveva chiesto 1,8 milioni e non gli sono stati dati. Ma questi film più grossi, come anche C’è ancora domani, possono accedere ad altri finanziamenti.
I contributi selettivi sono pensati per tutti i film che non potrebbero accedere agli altri fondi, che sono detti invece “automatici” e la cui assegnazione è basata sui meriti della società che li produce. Per ottenere questi ultimi bisogna dimostrare di aver fatto in passato film che hanno incassato bene (quindi di successo commerciale), o sono andati a festival importanti (quindi di successo critico) o sono stati venduti all’estero (quindi di successo internazionale), o una combinazione di questi fattori. Questo però è complicato per le società che producono opere prime e seconde, opere di animazione, film di autori giovani o documentari, che spesso non vantano nessuno di questi meriti. È per loro che lo stato prevede i contributi selettivi, se ritiene che abbiano un interesse culturale: per deciderlo però si affida appunto a delle commissioni.
Nel progetto originale della “legge cinema” (ideata dal ministro della Cultura Dario Franceschini nel 2016) i contributi selettivi assegnati da una commissione e quelli automatici assegnati per meriti, dovevano disporre della medesima piccola percentuale del fondo pubblico. Negli ultimi anni però il governo in carica ha progressivamente ingrossato la cifra assegnata tramite contributi selettivi e diminuito quella degli automatici. Rimangono cifre piccole rispetto al totale, ma quest’azione ha aumentato il potere delle commissioni e quindi i film che possono essere finanziati discrezionalmente. Rimane che la gran parte dei fondi pubblici all’audiovisivo, il 60 per cento, è assegnata tramite il tax credit, cioè uno sconto sulle tasse pagate dalla società di produzione del 30 o 40 per cento a seconda della sua grandezza, che quindi non segue meriti artistici ma è un incentivo industriale alla produzione. Come tale si autoalimenta, cioè è creato con l’11 per cento delle tasse pagate l’anno prima dalle società dell’industria audiovisiva.



